Il governo ritenta il «Patto per l’Italia»

31/05/2005
    martedì 31 maggio 2005

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    Il governo ritenta il «Patto per l’Italia»
    Sul modello contrattuale e i metalmeccanici l’esecutivo cerca la spaccatura sindacale

      di Giampiero Rossi/ Milano

      GLI STATALI hanno il loro contratto. Ma invece di godersi un risultato sospirato per ben 17 mesi e prepararsi alla battaglia, che si preannuncia non meno dura, per dare anche ai lavoratori metalmeccanici l’adeguamento salariale previsto dal biennio economico, nel fronte sindacale c’è chi rilancia una polemica che sembrava sopita e riassorbita da più urgenti scadenze: quella sui modelli contrattuali.

      I primi malumori erano già affiorati durante la contrattazione per il pubblico impiego, ma a risultato raggiunto – un risultato tutt’altro che scontato, contro il quale Berlusconi stesso aveva scatenato la sua potenza mediatica – il leader della Cisl Savino Pezzotta esce allo scoperto: «Non è possibile che ogni volta che si parla di riformare o modernizzare c’è sempre qualcuno che dice no, che si tira indietro – dice riferendosi al segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani – mi fa specie leggere sui giornali interviste nelle quali si indica la strada della mediazione per i problemi della politica, perché non anche nel sindacato? Questo Epifani ce lo può spiegare? A nessuno – insiste Pezzotta – è dato di porre condizioni agli altri, solo di ragionare».

        Quello che il segretario della Cisl vorrebbe «riformare» è il sistema contrattuale, tema su cui i sindacati si erano già divisi al tavolo della concertazione con Confindustria e che adesso, durante le lunghe ore trascorse nei corridoi dei palazzi di governo, è riemerso ieri con straordinaria sincronia anche dalle dichiarazioni del leader della Uil Luigi Angeletti («Ora bisogna cambiare il modello contrattuale, ormai inadeguato») e da una lettera che il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta ha indirizzato sabato scorso alle tre sigle confederali. Non si tratta di una vera convocazione, non fissa nessun appuntamento, la missiva di Letta, ma informa che il governo è pronto ad avviare una verifica sul sistema contrattuale previsto dall’accordo del ’93 in vista di «eventuali correttivi», «ai fini del controllo delle dinamiche e dei relativi costi della contrattazione integrativa». E subito il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi ne approfitta per attaccare a sua volta la Cgil: «Già tiene il freno a mano tirato», dice, aggiungendo l’auspicio che «questa condizione di isolamento in cui si trova in partenza la faccia riflettere e alla fine partecipare al negoziato».

          Insomma, l’orologio delle relazioni sindacali rischia di tornare indietro di almeno tre anni, ai tempi della spaccatura voluta dall’asse Berlusconi-D’Amato attraverso il cuneo del Patto per l’Italia, che peraltro non produsse risultati, come hanno poi riconosciuto gli stessi sindacati che lo firmarono. Ma perché proprio adesso Savino Pezzotta riapre – con una sequenza di uscite dai toni sempre più aspri – questo fronte? C’è chi fa notare che per il leader Cisl è alle porte l’appuntamento congressuale, al quale vorrebbe presentarsi in una luce di evidente autonomia rispetto alla Cgil. Ma lo scenario sembra più complesso e intrecciato con quello politico. Da parte di Epifani e di tutta l’organizzazione sindacale di Corso d’Italia non arriva alcuna replica. Nessuno intende dare fiato a polemiche ritenute inopportune mentre l’Italia è in recessione, ogni giorno chiude un’azienda e c’è almeno un contratto importantissimo ancora aperto, quello dei lavoratori metalmeccanici. In compenso la polemica innescata dal leader della Cisl ha dato la stura a prese di posizione che sembravano archiviate, come quella sulle gabbie salariali da parte dei ministri leghisti Calderoli e Maroni, sostenuti con giri di parole dallo stesso sottosegretario Sacconi: «Chiamiamola fiscalità di vantaggio, chiamiamola territorializzazione, nuovo modello contrattuale, ma di fatto sono le gabbie salariali», dice Maroni, subito rimbrottato dal collega Alemanno (An): «Noi siamo nettamente contrari».