Il governo riprova a vendere le spiagge

06/06/2005
    giovedì 2 giugno 2005

    Pagina 13

    Il governo riprova a vendere le spiagge

      Tremonti sogna Las Vegas sulle coste italiane. Rischio taglio dei fondi Ue per il Sud

        di Bianca Di Giovanni / Roma

          COME A LAS VEGAS Torna l’idea delle spiagge da dare in concessione per quasi un secolo. E di casinò da costruire in deroga alle leggi vigenti. Come dire: Giulio Tremonti resta attivissimo dietro le quinte della politica economica del Paese. Pressato dall’Ue e tallonato da Confindustria sui tagli Irap ancora da definire nella quantità e nei tempi, il governo è a caccia di risorse per contenere il deficit e contemporaneamente far ripartire la crescita. Così ripesca il «modello Las Vegas», con un blitz nel disegno di legge per la competitività all’esame della Camera.

          Nel nuovo testo presentato dai relatori ieri mattina compare un nuovo articolo 14 intitolato «legge obiettivo per il turismo di qualità» (mah), che prevede la realizzazione di insediamenti turistici di qualità, anche tramite concessioni di beni demaniali marittimi di durata massima di 90 anni. Il comma 9 dell’articolo in questione prevede poi che l’accordo di programma sostituisca ogni altra autorizzazione per la realizzazione e l’esercizio di tutte le opere, compresa l’eventuale realizzazione di case da gioco. «Il giorno dopo la realistica e impietosa analisi del governatore Fazio sulla pesante perdita di competitività dell’Italia, la maggioranza indica la strada della ripresa e della modernità: il modello Las Vegas», commenta Mauro Agostini, vicepresidente del gruppo Ds a Montecitorio. Tutta l’Unione promette battaglia, mentre una levata di scudi arriva anche dalle file ambientaliste. Lo stesso testo prevede inoltre la possibilità per le imprese artigiane di produzione alimentare che vendono direttamente i loro prodotti, di offrire anche bevande alcoliche e superalcoliche non prodotte da loro. Insomma, viene aggirata la normativa sui pubblici esercizi. Deregulation a tutto spiano.

          È chiaro che il tema risorse resta il primo punto sull’agenda di Domenico Siniscalco, stretto tra recessione e rigore nei conti chiesto da Bruxelles. In Europa si è aperto poi un altro fronte: quello dei fondi strutturali per il Mezzogiorno. Il «pacchetto» di aiuti è a rischio a seguito dell’ingresso dei nuovi Paesi. Il braccio di ferro con il governo di Roma è ormai ai massimi livelli, tanto che ieri il minsitro degli Esteri Gianfranco Fini ha minacciato di porre il veto dell’Italia sul bilancio comunitario. «Se dovesse essere necessario, ma mi auguro di no, lo porremo», ha dichiarato Fini.

          Nelle stanze del Tesoro intanto si fanno i conti per quadrare un bilancio sempre più in rosso e mantenere le promesse fatte a Confindustria sui «tagli» Irap. Gli ultimi numeri della finanza pubblica non sono affatto rassicuranti. Il fabbisogno del settore statale, a maggio, è stato di circa 14,8 miliardi, contro un disavanzo di 9,814 miliardi del maggio dello scorso anno. Il dato cumulato dei primi cinque mesi è di 50,2 miliardi contro i 48,9 dell’anno precedente. Secondo il ministero «il dato sconta il venir meno dell’introito di una rata delle sanatorie fiscali pari a circa 2,5 miliardi e l’effetto degli sgravi fiscali che nel periodo hanno comportato minori entrate per circa 1,5 miliardi».

          Intanto resta all’ordine del giorno l’ipotesi di una manovra correttiva, anche se il titolare dell’economia ha sempre negato l’intenzione di vararala. I giochi si chiuderanno a Bruxelles la prossima settimana, ma Roma c’è già chi torna a parlare di fianznairia anticipata in cui rimettere a posto i trend di bilancio. «La risposta del governo (all’ue, ndr) deve essere quella di una Finanziaria molto seria e rigorosa – dichiara Gianni Alemanno – C’è bisogno di una correzione dei conti. Bisogna farla nella Finanziaria, anticipandola».