Il governo prepara il giro di vite per la Rete

15/01/2010

«Una mossa che sembra ispirata da Mediaset, non è un sospetto troppo lontano dal vero», commenta Vincenzo Vita, senatore Pd. Cosa? Il decreto governativo che, senza passare al vaglio del Parlamento, vuole segnare tre colpi: «Dà un colpo mortale alla produzione di fiction e cinema italiano, rappresenta un evidente regalo a Mediaset e contiene un giro di vite allarmante su Internet per la parte che trasmette servizi audiovisivi». Un capolavoro di «conflitto d’interessi », spiega Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Pd. Il quale accusa «un clamoroso eccesso di delega» esercitato da Paolo Romani, viceministro alle Comunicazioni. Romani, uomo tv da sempre vicino a Berlusconi, respinge l’accusa con motivazioni tecniche a a stabilire se l’eccesso c’è stato può intervenire il Consiglio di Stato entro 40 giorni. Il decreto avrebbe dovuto solo recepire la direttiva europea che estende alle televisioni il cosiddetto «product placement», ovvero la pubblicità che compare in un film (per esempio la marca di un pacchetto di sigarette), vietata solo nelle trasmissioni per bambini (che, come denuncia Emilia De Biase, del Pd, «vengono aggrediti comunque con ore di pubblicità). In una conferenza stampa dell’opposizione (i due esponenti Pd, poi Rao per l’Udc, Giulietti di Articolo21 e Borghesi per l’Idv), hanno denunciato la manovra. «Romani», spiega Gentiloni, «a fonte di una legge delega di 11 righe» aggiunge in 40 pagine «una riforma radicale delle norme italiane su tv e Internet», il tutto «usando il Parlamento come casella postale». Perché è previsto solo un parere, non vincolante, delle commissioni entro il 27 gennaio. Nella riunione di ieri le commissioni Trasporti e Cultura della Camera (il 19 lo farà il Senato), l’opposizione ha chiesto il ritiro del decreto. E il capogruppo Pd Franceschini ha scritto al presidente Fini perché allunghi i tempi di discussione; i presidenti Aprea e Valducci sembrano disponibili a fare delle audizioni. Anche Luca Barbareschi, attore, produttore e deputato Pdl, ha condiviso le critiche dell’opposizione.
LE MANI SUL WEB
Il governo interviene pesantemente sulla diffusione di audiovisivi in Rete (da YouTube alle web tv dei giornali o universitarie): qualunque sito che trasmette filmati in modo «non incidentale» ma sistematica, tutti i giorni, devono chiedere l’autorizzazione al ministero, il che vuol dire che serve un direttore responsabile. E si aumenta il controllo. Si impone poi l’obbligo di rettifica e di rispondere alle norme sul diritto d’autore. In pratica siti e blog sono equiparati
alle televisioni o alla carta stampata. Dietro le quinte c’è anche un ricorso Mediaset fatto a YouTube per la diffusione di spezzoni del Grande Fratello. Altri tentativi restrittivi, come l’emendamento D’Alia (Udc) nel pacchetto sicurezza erano stati respinti.
Ora, avverte Athos Gualazzi, presidente del «Partito Pirata», «se il governo cerca di mettere paletti o favorire qualcuno la Rete reagirà». Come? «Crittograferemo i pacchetti.
Non serve imbrigliare la condivisione e la democrazia della Rete, aggireremo la norma con soluzioni tecniche ». E oggi una sentenza stabilirà se Telecom (che si è opposta) dovrà o no fornire alla Fapav (federazione antipirateria audiovisiva) gli indirizzi web di chi ha condiviso opere con copyright.
TAGLI A AL CINEMA INDIPENDENTE
Il governo cancella le norme che avevano introdotto i ministri Veltroni nel 1998 e Gentiloni nel 2007: che le emittenti televisive sostenessero la fiction e il cinema indipendenti con quote di tempo di trasmissione e con investimenti.
PIÙ PUBBLICITÀ PERMEDIASET
Ridotta la pubblicità per il satellite e ampliata quella per Mediaset: le interruzioni con gli spot da ogni30minuti anziché 45. E se finora tutte le tv commerciali avevano un tetto orario del 18%, il decreto impone che Sky in tre anni passi dal 18 al 12%, un terzo in meno. Il che danneggia anche i canali in onda sul satellite. Mediaset, invece, mantiene il limite al 18%mapuò arrivare al 20 perché sono inserite le telepromozioni e aumenta il numero con la frequenza degli spot. Il decreto, inoltre, blocca l’indagine che l’Authority per le Tlc, stava compiendo per accertare lo sfondamento del 20% da parte di Mediaset (nel decreto gli spot nei programmi a pagamento e le repliche non vanno conteggiati). Sul piede di guerra anche Roberto Rao dell’Udc, che si aspetta una «mobilitazione della Rete e di massa, perché nel web c’è l’unica informazione non soggetta allo spoil system e alle gabbie».