Il governo obbliga i lavoratori a esporsi ai rischi di Borsa. Quarta puntata

14/03/2002



 
   




    L’INCHIESTA

    Con quella di oggi si conclude la nostra inchiesta sulle varie forme della previdenza complementare e i fondi pensione. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 2, il 6 e il 9 marzo.

1) Le pensioni dei desideri
2) I vecchi fondi puntano sul mattone
3) La Germania ricostruisce la sua vecchiaia


Le pensioni dei desideri
Nella delega non viene previsto nulla in caso di crollo dei mercati finanziari. Tutto l’opposto del famoso modello olandese che prevede invece un sistema di garanzia
PAOLO ANDRUCCIOLI

Ggli aderenti ai fondi pensione negoziali, ovvero quelli dei sindacati di categoria, hanno superato quest’anno gli aderenti ai cosiddetti fondi preesistenti aziendali (vedi l’articolo qui sotto). I "fondi chiusi" sono quindi al primo posto nella classifica generale della previdenza complementare, anche se questo primato non vale per l’entità dei patrimoni: i più ricchi, con circa 52 mila miliardi di lire, rimangono i vecchi fondi aziendali costruiti da tanti anni, mentre gli altri fondi (i "negoziali" e gli "aperti") sono giovanissimi, essendo operativi da due o tre anni. E comunque non è detto che i primati di oggi rimangano invariati perché, in campo previdenziale, sta per scoppiare un altro terremoto: la delega del governo Berlusconi, infatti, oltre ad abbassare ulteriormente il grado di copertura delle pensioni pubbliche ("il tasso di sostituzione"), introduce un elemento che scompaginerà ulteriormente le carte: si vuole mettere tutti sullo stesso piano, fondi chiusi, fondi aperti, il risparmio privato, il risparmio collettivo, le assicurazioni, le banche e via dicendo. Gli operatori temono l’avvio di una lunga fase di "concorrenza sleale" e di mancanza di trasparenza, poiché oggi è vero che i lavoratori sono vincolati per legge al loro fondo (almeno per 5 anni), ma è anche vero che i fondi negoziali funzionano sulla base di precise regole e sono sottoposti a controlli pubblici che non si estendono invece (almeno allo stesso modo) agli altri strumenti previdenziali privati.
Il punto vero dello scontro riguarda il futuro dei soldi risparmiati dai lavoratori, i loro rendimenti e il rischio della volatilità. E quindi, in fondo, il futuro di tutte le nostre pensioni "integrative". La delega del governo Berlusconi (meglio conosciuto con il governo del "
Polo delle libertà") parte dall’assunto che il lavoratore deve essere obbligato a prendersi il rischio di esporre i suoi contributi pensionistici alle tempeste cicliche della borsa. In questo contesto si evoca spesso il "modello olandese". "In realtà – spiega il professor Marcello Messori, docente all’università di Roma Tor Vergata e presidente del Mefop – è vero che nei Paesi Bassi è obbligatorio iscriversi ai fondi pensione. Ma bisogna anche specificare che in quei paesi i fondi si basano sul principio del beneficio garantito. Il rischio viene bilanciato e in caso di perdita dovuto ai negativi andamenti dei mercati finanziari devono essere le imprese a intervenire per garantire comunque il patrimonio dei lavoratori". Negli Usa tutto si gioca invece sul rischio puro, fino al caso estremo della Enron. Nel Regno Unito non è obbligatorio per legge iscriversi a un fondo, ma lo è nella prassi. Nei Paesi Bassi – modello che qui da noi spesso si evoca appunto anche per le questioni del mercato del lavoro – i rischi dei risparmiatori e dei lavoratori che accumulano negli anni i loro contributi hanno un paracadute garantito. Ovvero il lavoratore, alla fine della sua esperienza professionale, può anche non guadagnarci nulla, ma è sicuro di poter contare almeno su quel capitale che ha risparmiato.
In Italia si rischia di passare invece di colpo da un sistema di pensioni pubbliche garantite (anche se il grado di copertura è passato dall’80 al 60-55%) a un sistema che espone tutti al rischio, senza prevedere paracadute. Si vuole lanciare il sistema dei fondi affidandolo solo al mercato, senza prevedere interventi di bilanciamento, affidare insomma i soldi alla lampada di Aladino. Nel panorama attuale solo le compagnie di assicurazione promettono infatti un "beneficio garantito". Ma questa "sicurezza" viene pagata a caro prezzo: i costi della gestione sono enormemente più alti rispetto a qualsiasi altro strumento. Può succedere quindi che per assicurarsi individualmente il gruzzolo finale, ci si perda altrettanto (o almeno una parte consistente del risparmio) in costi, ovvero in soldi regalati alle singole assicurazioni. Cosa che non può succedere per i fondi chiusi di categoria che non garantiscono il beneficio finale, ma hanno costi molto più bassi e sistemi di controllo più garantiti e soprattutto collettivi.
I problemi da risolvere sono dunque ancora tanti e molto complessi. Quelli più urgenti. Da una parte bisogna rispondere alla domanda: come possono crearsi una pensione integrativa tutti quei lavoratori "intermittenti" che caratterizzano il nuovo mercato del lavoro italiano e che quindi non hanno un loro fondo "negoziale"? E seconda questione: per evitare la concorrenza selvaggia, gettando tutti nelle mani delle Assicurazioni, sarebbe opportuno prevedere una qualche garanzia per i lavoratori che aderiscono ai fondi. Il professor Messori pensa per esempio "a un sistema che minimizzi il rischio" e che dia ai lavoratori una garanzia di "beneficio minimo garantito". Ma l’aria che tira sembra tutt’altra e l’esito peggiore di tutta questa storia sarebbe quello di dire addio al sistema della previdenza pubblica per essere inghiottiti direttamente dalla giungla. (
4.fine)

I vecchi fondi puntano sul mattone
Di chi sono e dove si investono i capitali delle pensioni aziendali costruite in Italia prima della riforma
AL. B.

Il grande sogno dei fondi pensione ha un precedente nei cosiddetti fondi pensione "preesistenti". In Italia esistono infatti oltre 80 mila persone che ricevono tutti i mesi un assegno da un vecchio fondo pensione aziendale. I fondi preesistenti sono quelli creati – ognuno per sé – prima che il legislatore decidesse di mettere le basi per sviluppare su larga scala la previdenza complementare. Cioè prima del decreto 124 del 1993, la pietra miliare della normativa sui fondi, non a caso legato ai primi provvedimenti Amato per il contenimento della previdenza pubblica.
I fondi preesistenti costituiscono la maggioranza dei fondi italiani (sebbene come numero di iscritti siano ormai meno rilevanti), ma anche perché hanno già compiuto il ciclo completo, sfornando pensionati veri. Secondo la relazione per l’anno 2000 della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) – una miniera di dati, per i fan dei temi previdenziali reperibile sul sito www.covip.it – risultano iscritti all’albo dei fondi 577 soggetti (417 vigilati dalla Covip, 160 da Banca d’Italia o Isvap perché interni a banche o assicurazioni), pari all’80% dei fondi pensione italiani. Le risorse finanziarie gestite da questi antenati dei grandi fondi negoziali sono pari a 54.000 miliardi, una cifra di tutto rispetto, che per ora è la parte preponderante del denaro raccolto in tutto il settore della previdenza complementare.
Gli iscritti, considerando solo i 417 fondi sorvegliati dalla Covip, sono circa 580.000 a fine 2000. Niente in confronto ai moderni fondi Cometa dei metalmeccanici o Fonchim dei chimici che a fine 2000 avevano rispettivamente oltre 330 mila e oltre 100 mila iscritti. Ma il valore del campione sta nel fatto che ci sono anche 80.000 pensionati.
Passiamo ora ai contributi pagati e alle pensioni erogate. In media ogni iscritto attivo versa – guarda guarda – 6,7 milioni di lire. Il contributo è quindi decisamente superiore a una annualità di Tfr. Quanto alla prestazione pensionistica, appare dignitosa. In media 10,8 milioni di lire. Un milione scarso al mese, concepito però come una pensione davvero integrativa. Le persone che fruiscono delle rendite erogate dai fondi preesistenti devono infatti avere verosimilmente una copertura pensionistica pubblica come era una volta, cioè pari circa al 70-80% della retribuzione.
Ma da dove vengono fuori i 6,7 milioni di lire versati all’anno, necessari per avere in futuro una decente sommetta mensile di pensione complementare? Guardiamo con la lente di ingrandimento, pur restando su valori medi: il 54% è a carico del datore di lavoro, circa il 30% a carico del lavoratore e la parte meno consistente, il 16%, è grattata via dall’accantonamento annuale per il Tfr. Morale: le nozze non si fanno con i fichi secchi. I lavoratori iscritti ai fondi preesistenti appartengono a categorie forti che nel passato sono riuscite a contrattare un sostanziale impegno da parte delle aziende nel finanziamento di forme di pensione complementare. E non hanno dovuto rinunciare, se non in minima parte, alla liquidazione. In sostanza per questi fondi pensioni sono state messe in campo risorse aggiuntive.
Gli iscritti ai fondi negoziali di oggi versano invece un contributo pari a circa 2 milioni all’anno, che per circa il 50% deriva dal Tfr e solo per il 20% è di origine datoriale.
Ultima sorpresa. I fondi preesistenti – che hanno dalla loro anche un rapporto tra iscritti attivi e pensionati ancora molto elevato – non si buttano affatto nel mercato azionario. Vanno invece sul sicuro: oltre il 50% sono obbligazioni, il 21% è investito nel caro vecchio mattone, e solo il 7% in azioni. I vecchi fondi fanno quello che sarebbe il vero mestiere della previdenza complementare: una previdenza di nicchia, che garantisce qualcosa in più rispetto alla pensione pubblica e che si alimenta non erodendo la contribuzione obbligatoria ma trovando nuove forme di finanziamento.





La Germania ricostruisce la sua vecchiaia
Ecco come cambia il rapporto tra sistema previdenziale pubblico e risparmi privati
ALESSANDRA BERGIA

Anche la Germania sta costruendo il suo pezzetto di previdenza a capitalizzazione. Nell’aprile del 2000 è stata approvata una riforma delle pensioni che prevede il congelamento dell’aliquota contributiva alla soglia del 22% e la contemporanea riduzione della copertura offerta dalla pensione pubblica a ripartizione, dall’attuale 70% del salario netto medio al 64%. Il restringimento sarà compensato da nuove forme di previdenza privata.
La riforma firmata dal ministro del lavoro socialdemocratico Walter Riester è meno dirompente di altri interventi correttivi. Gli effetti sul valore delle pensioni future sono meno drastici, tanto per fare un esempio, rispetto a quelli della legge Dini varata in Italia nel 1995, che con l’introduzione del metodo di calcolo contributivo porta a un severo abbassamento delle prestazioni negli anni a venire. Tuttavia per la Germania siamo di fronte a una novità storica. "Si rompe il sistema paritetico che finora ha reso ugualmente responsabili lavoratori e datori di lavoro, con un contributo previdenziale ripartito al 50% – spiega Heinz Bierbaum, docente di economia presso l’università di Saarbrücken – e lo squilibrio dei conti previdenziali viene interamente addossato ai lavoratori. I datori di lavoro non metteranno un soldo nelle nuove pensioni a capitalizzazione".
La legge,
kompliziert quanto basta e innestata sulla precedente normativa del 1957 altrettanto complessa, è entrata in vigore dall’inizio del 2002. L’orizzonte di riferimento è il 2030. Finalità della riforma è contenere l’aumento dei contributi a quella data al 22%, dall’attuale 19%; le prestazioni, che oggi consentono una copertura pari al 70% della retribuzione netta media non potranno scendere sotto il 67%. Ma c’è un piccolo trucco, perché cambia la base di calcolo della pensione e quindi la percentuale di copertura scende in realtà al 64%.
Per chiudere il buco che si apre nelle nuove prestazioni i lavoratori possono versare fino al 4% della retribuzione su un conto pensionistico di varia natura. Le casse pubbliche fanno la loro parte con sostanziosi benefici fiscali.
Il legislatore tedesco ha cercato di mantenere una certa preferenza per quello che in Italia viene chiamato "secondo pilastro", la previdenza complementare legata al luogo di lavoro, rispetto al "terzo pilastro" delle pensioni individuali offerte da banche e assicurazioni. L’adesione a un fondo aziendale consente infatti maggiori vantaggi fiscali ed è abbastanza facile convertire le pensioni aziendali preesistenti in un nuovo
Riestervertrag, cioè in un "contratto alla Riester". Chi invece aveva una polizza assicurativa sulla vita o un piano individuale – e non sono pochi, visto che in Germania mediamente vengono investiti all’anno 250 miliardi di marchi (un marco valeva circa mezzo euro) in questi strumenti previdenziali – farà invece più fatica a rientrare nei nuovi benefici fiscali. La riforma chiede – per fortuna – precise garanzie: gli operatori privati devono ottenere una certificazione; inoltre la quota di risparmio investita in azioni deve essere assicurata per garantire almeno il capitale iniziale.
Malgrado tutti i distinguo del legislatore, la stampa tedesca non ha esitato a definire sbrigativamente le nuove pensioni come "previdenza privata". Non a torto, agli effetti pratici, perché la guerra che si è scatenata tra i giganti bancari e assicurativi non lascia dubbi sul fatto che nelle nuove pensioni a capitalizzazione ci sia più mercato che stato.
A un certo punto l’appetito è venuto anche al settore immobiliare che ha fatto pressioni perché il risparmio previdenziale agevolato potesse essere dirottato verso l’acquisto di una casa. E l’ha spuntata. Il lavoratore tedesco può riprendersi una certa somma che aveva conferito alla pensione complementare e comprare o costruire un’abitazione. Salvo restituire la somma a se stesso – o meglio al suo conto previdenziale privato – secondo un piano prestabilito, pena il rimborso degli incentivi pubblici di cui aveva goduto.
La riforma Riester rompe decisamente con la tradizione tedesca di solide pensioni pubbliche a ripartizione, colonna portante del welfare impostato sin dai tempi di Bismarck. Ora la Germania potrà assomigliare un po’ di più alla Gran Bretagna, agli Usa e all’Olanda, dove i fondi pensione muovono gran parte del mercato azionario, per fette significative del prodotto interno lordo? La comunità degli affari lo spera e lo
Handelsblatt, l’autorevole quotidiano finanziario degli imprenditori, si è fatto ampiamente portavoce di queste speranze, sottolineando come i fondi pensione tedeschi, che investono al massimo il 10% in azioni, siano ancora assolutamente inadeguati per quell’atmosfera di grande finanza che si respira alla borsa di Francoforte non meno che alla City di Londra.
Il sindacato invece è stato messo in forte difficoltà. Il governo che ha partorito la riforma è rosso-verde e Riester per giunta è un ex leader sindacale. Alla fine è toccato all’Ig Metall sostenere la posizione più dura. L’organizzazione dei metalmeccanici ha respinto il progetto e poi, nella fase parlamentare finale, ha ottenuto insieme agli altri sindacati alcuni miglioramenti, ma niente di più. "Non siamo riusciti a evitare l’ingresso della finanza privata nelle pensioni pubbliche, cioè una prima forma di privatizzazione della previdenza sociale, senza contare che le carriere flessibili avranno difficoltà a raggiungere i livelli garantiti dalla legge", commenta Hans-Jürgen Urban, responsabile delle politiche sociali nella segreteria Ig Metall. E aggiunge: "Speriamo solo che i fondi pensione, alimentati con i soldi dei lavoratori, non si sviluppino troppo. Altrimenti arriveranno a imporre alle imprese strategie sempre più orientate alla redditività con gravi conseguenze per l’occupazione".
Finita la protesta, fatta la legge, ora anche il sindacato metalmeccanico si è dovuto adeguare e ha stretto un accordo con la Gesamtmetall, la Federmeccanica tedesca, per creare un’organizzazione paritetica che stringerà convenzioni con assicurazioni e banche, dopo avere vagliato le offerte migliori. Se bisogna andare al mercato, pensano all’Ig Metall, meglio andarci con i padroni che almeno se ne intendono davvero.