«Il governo non ci ascolta, se ne pentirà»

12/07/2004




sabato 10 luglio 2004

«Il governo non ci ascolta, se ne pentirà»
Cgil, Cisl e Uil: un’azione forte contro una politica sbagliata. D’Alema: domenica seduta spiritica a Palazzo Chigi

Laura Matteucci

MILANO «Una manovra distruttiva fatta da un governo incapace». Nelle parole di Luciano Violante, capogruppo Ds alla Camera, la bocciatura netta di tutte le forze di opposizione alla manovra-mannaia di Berlusconi. Perchè frena lo sviluppo, perchè taglia le gambe soprattutto alle imprese e all’occupazione nel sud, oltre che agli Enti locali, perchè rallenterà la già timida crescita prevista per la seconda metà dell’anno.
Rotta di collisione anche con Cgil, Cisl e Uil, anche se per lo sciopero generale si decide a settembre. «Quella del governo è una manovra che invece di sostenere lo sviluppo, lo frena. Non ricordo che in passato si sia mai deciso di operare in questo modo», dice il leader della Cgil Guglielmo Epifani dalla festa nazionale della Cisl, a Palermo. Nonostante tutto questo «renderebbe fin da ora giustificabile un’azione forte come lo sciopero generale», la decisione è rimandata all’assemblea dei delegati di settembre. Quando, cioè, Berlusconi avrà partorito anche il Dpef, che avrebbe già dovuto essere pronto entro la fine di giugno.

Sul piede di guerra la Cisl, che oltre all’iniquità dei tagli sottolinea la mancanza di dialogo con il sindacato: «Si è parlato in questi mesi di dialogo tra governo e sindacati. Però si fa una manovra di 7,5 miliardi di euro e il governo non ci ha neanche informato», dice il leader dela Cisl, Savino Pezzotta. «Se questo è il preludio – aggiunge – a manovre che verranno, penso che la capacità d’azione del sindacato dovrà essere forte e incisiva. Informare è almeno un obbligo democratico. Si spendono tante parole sul dialogo ma quando si deve andare al sodo non accade mai nulla».

Secca la bocciatura della correzione di metà anno da parte del sindacato: «Ha un aspetto odioso – sottolinea Epifani – quello dei tagli al Mezzogiorno, con il pesante intervento su incentivi e risorse». «Non è solo il fallimento della politica del bilancio del governo, ma c’è di più, perchè per molto tempo l’esecutivo ha continuato a dire che non ce n’era nemmeno bisogno».

Il parere del dipartimento economico della Cgil è allarmante: «La manovra restrittiva rallenterà in modo sensibile la crescita prevista per la seconda metà dell’anno», dice il responsabile Beniamino Lapadula. La Cgil denuncia il taglio degli investimenti per la 488, per i patti territoriali e le aree sottoutilizzate, nonchè la stretta sui consumi intermedi dei ministeri e su poste e ferrovie. «Di questo passo – conclude Lapadula – sarà inevitabile l’ulteriore declassamento del debito pubblico italiano con un drammatico aumento del costo degli interessi».

Come dice il presidente dei Ds, Massimo D’Alema: «Stanno giocando con il fuoco. Da domenica notte hanno organizzato tre tavoli di confronto… una specie di seduta spiritica a Palazzo Chigi». «Berlusconi è un disastro, punto e basta, che noi viviamo con angoscia perchè una volta al governo dovremo rimediare, partendo da tre, quattro scalini più sotto».

Contro i tagli al sud anche il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani, che parla di «manovra senza criterio». «Dopo un anno di sostanziale dimezzamento degli interventi al sud – dice – il colpo che adesso viene dato agli investimenti nel Mezzogiorno è micidiale e non può rimanere senza risposta».

Ma ci sono anche altre misure correttive che al responsabile economico Ds «appaiono aleatorie o paradossali». I tagli ai ministeri, «se non sono finzioni che si tradurranno in maggiori spese l’anno prossimo, incideranno anch’essi sugli investimenti e sulle attività economiche». Di più: vendere i ministeri per andare negli stessi locali in affitto significa usare oggi le risorse di domani, spiega. «Quanto al condono, non si capisce come, dopo la sentenza della Corte (quella che di fatto obbliga a riscrivere il testo della legge, ndr), si possa procedere senza una legge di principi discussa con le Regioni, nè si capisce come si possano immaginare introiti, visto che i criteri attuativi spettano comunque alle Regioni e che non è scontato che i benefici economici del condono debbano riguardare lo Stato».