Il governo nega i diritti a colpi di fiducia

18/04/2002





Il governo nega i diritti a colpi di fiducia

di Nedo Canetti

Provocazione del centro-destra: approvati lo scudo fiscale e il provvedimento sul sommerso

 Il governo ha chiesto e ottenuto la fiducia alla Camera sul decreto che proroga al 15 maggio i termini dello scudo fiscale per il rientro dei capitali illecitamente imboscati all’estero e al 30 novembre la disciplina, con facilitazioni fiscali alle imprese, per l’emersione del lavoro sommerso (in nero). 330 i voti a favore, 237 i contrari, un astenuto. Più tardi, nel pomeriggio, l’aula di Montecitorio ha pure votato, secondo il regolamento della Camera, la conversione in legge del decreto con 283 voti a favore (47 deputati della maggioranza non hanno avuto, evidentemente, la costanza di rimanere in aula, dopo la fiducia, anche per varare il provvedimento) e 227 contrari. Nessuna modifica al testo del Senato. Con la fiducia, infatti, si azzerano tutti gli emendamenti. Governo e maggioranza hanno voluto questa prova di forza, all’indomani dello sciopero generale per dimostrare la loro capacità di tirare diritto quando si tratta di far passare loro provvedimenti che riguardano la politica economica e il programma dei 100 giorni. Un programma però – come ha ricordato il segretario ds, Piero Fassino, nell’annunciare la sfiducia – che fa acqua da tutte le parti, come dimostra proprio questo decreto, che prevede misure di allungamento dei tempi per il fallimento di provvedimenti che, nelle intenzioni dell’esecutivo, avrebbero dovuto portare cospicue risorse alle casse dello Stato (e addirittura coprire finanziariamente interventi futuri) e che invece, si sono dimostrati assolutamente deludenti.
Il governo aveva tentato il colpo di forza della fiducia addirittura lo stesso giorno dello sciopero, con l’obiettivo di diminuirne la portata sull’opinione pubblica. Non ce l’ha fatta, per la battaglia condotta dall’opposizione, che è riuscita a far slittare il voto di 24 ore. Una cosa è però riuscita alla Cdl, come hanno rilevato tutti i dirigenti sindacali, commentando il contenuto del provvedimento. Ad inserirvi misure contro i lavoratori. Al Senato si era tentato il colpo gobbo. Far entrare da questo spiraglio del decreto, in modo surrettizio, le norme sull’art.18 contenuto nel ddl delega sul mercato del lavoro e contro le quali i lavoratori italiani hanno martedi scioperato in maniera così massiccia. Non ci sono riusciti per la vigile attenzione dell’opposizione, che ha sventato la manovra, di cui si era fatto promotore il relatore, Roberto Salerno di An (che, pescato sul fatto, ritirò l’emendamento). Un colpo però, ai diritti dei lavoratori dal nero sono riusciti a piazzarlo. Quelli che aderiscono al «programma di emersione -recita il comma 7 dell’art.3- sono esclusi, per il periodo antecedente (quand’erano in nero ndr) e per il triennio di emersione, dal computo dei limiti numerici di unità del personale previsti da leggi, contratti collettivi di lavoro ai fini dell’applicazione di specifiche normative e istituti» ad eccezione delle disposizioni in materia di licenziamenti. In parole povere, per questi lavoratori non vige né lo Statuto dei lavoratori (si fa eccezione per l’art.18, perché non ci sono riusciti) né tutte le altre norme derivate dai contratti o istituti conquistati in questi anni, tra cui la disciplina sulle attività sindacali, come permessi sindacali, assemblee, trasferimenti e altre tutele e garanzie come quelle sul collocamento obbligatorio dei disabili. Aveva ragione Massimo D’Alema, il giorno prima a parlare di «schiaffoni» ai lavoratori e ai sindacati e Cofferati di macigno sulla strada della possibile ripresa del dialogo esecutivo-sindacati e aveva ragione mercoledì, Saverio Pezzotta a considerare come un «cattivo inizio di dialogo firmare il decreto dove sui pensa di superare, per le aziende che emergono, lo Statuto dei lavoratori e non averne discusso con nessuno» e ancora Coffertati di «provocazione». La fiducia non è servita però solo a far passare queste norme e a cercare di dare un po’ di dilazione ai 100 giorni berlusconiani. Di fronte agli oltre 90 voti che la maggioranza ha in più alla Camera «il voto di fiducia – ha affermato Fassino rivolgendosi a Fini e Tremonti, che, piuttosto neri in volto, davano segni di fastidio, seduti al banco del governo – serve a coprire la vostra politica fallimentare». «Non riuscite – ha aggiunto – a raggiungere gli obiettivi che vi siete prefissati e state arrecando un danno nefasto all’Italia». «Questo voto – ha incalzato – copre la debolezza di un provvedimento fallimentare; era molto importante per voi perché avete affidato a queste misure la possibilità di dimostrare la capacità di sbloccare l’economia italiana, una cartina di tornasole per il governo. Tutto questo non è avvenuto sia per il rientro dei capitali sia per l’emersione del lavoro nero, un vero fallimento». «Per il prima volta – ha concluso – dopo 5 anni il deficit di bilancio è al 2% del Pil e Tremonti ha dovuto presentare una manovra correttiva, anche se non ha avuto il coraggio di chiamarla così». Per il segretario del PcdI, Oliviero Diliberto la fiducia è il segno distintivo di «un governo della sopraffazione sociale». Per Fausto Bertinotti, la misura di un governo che sta sbagliando l’analisi dello stato del Paese e delle forze in campo.