Il governo è pronto a tagliare le pensioni

09/01/2004




               

              venerdì 9 gennaio 2004

              Il governo è pronto a tagliare le pensioni

              Dati della Ragioneria Nell’incontro di ieri confermata la «gobba», il boom dei pensionati nel 2033. I sindacati contestano l’analisi e parlano di sciopero. Lunedì l’ultimo incontro con Berlusconi

              PAOLO ANDRUCCIOLI

              L’ultimo appuntamento è fissato per lunedì a palazzo Chigi. Ma se il governo andrà avanti con la delega sulle pensioni, noi non escludiamo ulteriori iniziative di mobilitazione. Così ha sintetizzato ieri «lo stato dell’arte» la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini. Anche se non si tratta di un vero annuncio di un nuovo sciopero generale, ci siamo molti vicini. Uil e Cisl sono prudenti, ma non escludono neppure che l’epilogo possa essere proprio lo sciopero. «Sono abbastanza pessimista», è stata la battuta del segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, all’uscita dell’incontro. Il sindacalista della Cisl non smette però di sperare in un qualche ripensamento del governo. «Serve un’altra ricetta rispetto a quella del governo – ha precisato sempre ieri il segretario confederale della Cisl, Pier Paolo Baretta – lunedì ci aspettiamo solo che il governo ci dica che vuole aprire un confronto per cambiare la delega». Lo sciopero al momento non è previsto – ha detto invece il numero due della Uil, Adriano Musi – ma non è neppure escluso». Nessuno dunque è ottimista. Neppure il ministro del welfare Roberto Maroni. «Ad oggi non c’è nessun accordo e mi pare difficile che ci possa essere», ha dichiarato ieri il ministro, pochi minuti dopo la conclusione dell’incontro con Cgil, Cisl, Uil. «Le conclusioni le tireremo comunque a palazzo Chigi e penso che la delega possa essere migliorata». C’è dunque un nuovo – ultimo – appuntamento per lunedì 12, lo stesso giorno in cui è previsto il ritorno del premier Berlusconi, che ricomincerà la sua attività di governo con due faccende alquanto esplosive: le pensioni e Parmalat, con il relativo corollario della riforma delle regole di controllo sui mercati finanziari. La dichiarazione di Maroni di ieri è abbastanza chiara: il governo ha deciso di andare fino in fondo sulla riforma delle pensioni ed è disposto solo ad accettare qualche piccolo aggiustamento alla delega previdenziale dello stesso ministro Maroni: è probabile che ci siano novità, per esempio, sull’obbligatorietà del trasferimento del Tfr ai fondi pensione.

              La giornata di ieri è stata caratterizzata dalla discussione sui dati relativi alla spesa previdenziale italiana. La Ragioneria dello Stato non ha fatto altro che riproporre i dati già noti che illustrano una crescita delle pensioni in rapporto agli occupati. Il picco più alto – come era stato già detto in più occasioni – si avrà tra il 2033 e 2035. Dopo quella data le pensioni cominceranno invece a scendere. La famosa «gobba» (o il sorpasso dei pensionati rispetto agli attivi) sarà effimera e comunque è una curva matematica che è stata calcolata tenendo conto soprattutto dei dati demografici. I sindacalisti, Baretta, Piccinini e Musi in particolare, hanno contestato al governo la sottovalutazione di altri indicatori in campo a partire dalle dinamiche del prodotto interno lordo per i prossimi anni e degli incrementi di produttività e di occupazione. Governo e Ragioneria dello Stato vedono solo la demografia, ovvero l’invecchiamento. Non calcolano gli effetti sull’occupazione degli aumenti di produttività dovuti allo sviluppo tecnologico e non calcono neppure gli effetti sul mercato del lavoro dell’aumento dei flussi immigratori e della relativa integrazione degli stranieri in Italia.

              «Questa curva dimostra – dice Baretta – che il peso della crescita della spesa per le pensioni dei lavoratori dipendenti è proporzionalmente inferiore a quella dei lavoratori autonomi». E questo dimostra, è la conclusione di Baretta condivisa però anche da Morena Piccinini e da Adriano Musi, quanto sia sbagliata la ricetta del governo che prende di mira solamente le pensioni dei lavoratori dipendenti. I dati forniti ieri dal governo confermano poi un altro fatto denunciato in più occasioni dai sindacati: la crescita esponenziale della componente assistenziale del welfare che viene paradossalmente pagata solo con i contributi dei lavoratori invece che con la fiscalità generale. «Oggi è emerso con chiarezza – ha detto Morena Piccinini – che sulle proiezioni future di spesa il lavoro dipendente pesa in maniera significativamente inferiore al lavoro autonomo. Perché dunque i lavoratori dipendenti devono pagare per una curva provocata da altri?

              Il quadro insomma è chiaro: il governo ha come obiettivo principale quello di ridurre il peso della spesa previdenziale per ridurre il debito pubblico. Le pensioni pubbliche (che tra l’altro già per effetto della Dini stanno diminuendo progressivamente) dovranno essere compresse il più possibile. Tutto il resto è contorno. O forse lo è fino a un certo punto perché in gioco, oltre alla riduzione del welfare, c’è anche il cambiamento del modello previdenziale. Il governo vuole fare l’americano. Si vorrebbe cioè importare di sana pianta il modello dei fondi pensione anglosassoni, quegli stessi che sono stati al centro del tifone finanziario provocato da Enron o ora da Parmalat.