Il Governo difende il decreto sui contratti a termine in stile Ue

15/10/2001

Il Sole 24 ORE.com






    Lavoro e flessibilità – Il sottosegretario Sacconi: non c’è alcun rischio-contenzioso

    Il Governo difende il decreto sui contratti a termine in stile Ue
    MILANO – Il nuovo contratto a termine «europeo», fresco di «Gazzetta Ufficiale», non si tocca. Maurizio Sacconi, sottosegretario al Lavoro, non lascia spazio ai rilievi di chi considera il provvedimento una potenziale fonte di contenzioso e ne invoca un lifting in culla. «La causale che chiama in ballo le "ragioni tecniche o produttive" aprendo così la strada alle assunzioni a tempo non innescherà nessun contenzioso giudiziario», conferma il sottosegretario. E sulle polemiche per il recepimento della direttiva, Sacconi taglia corto: «Una tempesta in un bicchier d’acqua». «Se poi qualcuno spera in una sorta di rivincita – aggiunge – si accomodi pure. Il Governo non ha alcuna intenzione di rendere più rigido l’impiego, tenendo per di più conto del fatto che, quello italiano, resta in assoluto il decreto di recepimento della direttiva più ricco di tutele». Quanto al ruolo dei giudici del lavoro nell’applicazione del nuovo contratto a tempo, Sacconi aggiunge: «Credo sia finita l’epoca dei giudici sempre contrari ai datori di lavoro. Nel nostro caso il datore, con la causale, deve semplicemente esplicitare perché ricorre ai contratti a tempo. Tutto qui». Le tesi degli addetti ai lavori, giuristi e avvocati, sembrano peraltro convergere, pur con qualche sfumatura, sulla necessità di trovare un criterio uniforme, dal momento che la direttiva europea esclude a monte di poter equiparare tout court i contratti a tempo determinato e indeterminato. Così, superato il vecchio criterio della tassatività dei motivi che aprivano le porte ai contratti a tempo e accantonato il principio delle quote fissate per legge, la strada praticabile era quella del riferimento alle ragioni tecniche o produttive. Mentre Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro esperto in relazioni industriali, dà prova di ottimismo («non ci sarà affatto alcun ricorso eccessivo alla giustizia del lavoro», dice), Salvatore Trifirò, avvocato giuslavorista, pensa che «oggi ci sia più spazio per il datore di lavoro». «Il legislatore in questo modo ha voluto lasciare più spazio al se e quando dover ricorrere al contratto a tempo – puntualizza Trifirò -. Inoltre, se e quando si dovesse creare un problema, si rovescia semplicemente l’onere della prova della circostanza invocata, quella delle ragioni produttive, appunto, che vengono addossate al datore». Marco Biagi, professore di economia del lavoro all’università di Modena, considera valido il riferimento «piuttosto che alla normativa sul licenziamento all’articolo 3 dello Statuto dei lavoratori, che in particolare riguarda il trasferimento del lavoratore all’interno della stessa azienda. Non si tratta affatto di una trappola – sfuma Biagi – se la motivazione del datore è congrua, il contratto è sottratto per ciò stesso a ogni giudizio di merito». Per Arturo Maresca, professore di diritto del lavoro all’università dell’Aquila, «a una tipologia, quella della tassatività, si ne è sostituita un’altra. Ora c’è un appello alle clausole generali, quella che si suol definire "clausolona", in gergo». L’effetto? «Prima c’era una casistica esagerata, quindi su questo versante c’è stato un grosso passo in vanti. Siccome però la clausola va pur sempre riempita di contenuto, è difficile che gli stessi giudici la riempiano in senso restrittivo. La legge europea, a differenza di quella sui licenziamenti, va in una direzione completamente opposta, quindi non vedo margini per interpretazioni restrittive. Un altro discorso – chiude Maresca – sono le strumentalizzazioni, sempre possibili, ovviamente».
    Rita Fatiguso
    Sabato 13 Ottobre 2001
 
|
 
Tutti i diritti riservati © 24 ORE NetWeb S.p.A.