Il governo decide: meno tutele sul lavoro e salario d’ingresso per le donne

19/11/2004

    venerdì 19 novembre 2004

    Cgil, Cisl e Uil bocciano lo schema di decreto messo a punto da Maroni sulla sicurezza. Damiano (Ds): dall’esecutivo attacco inaudito nei confronti delle lavoratrici
    Il governo decide: meno tutele sul lavoro e salario d’ingresso per le donne

    MILANO Quella delle donne? Una sorta di categoria svantaggiata, che per entrare nel mondo del lavoro ha bisogno di particolari provvedimenti. Anche a costo di negare il principio di uguaglianza. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha infatti autorizzato per decreto la stipulazione di contratti di inserimento per le donne.

    La scelta è stata criticata duramente dai Ds. «È un attacco inaudito e impensabile nei confronti delle donne e di tutte le lavoratrici del nostro Paese» – dice il responsabile Lavoro della Quercia, Cesare Damiano. «In questo modo le donne entrano nella categoria dei soggetti svantaggiati: si tratta di una sorta di salario di ingresso solo per le donne che finora era sempre stato limitato ai giovani, nei pochi anni in cui si è tali nei confronti del lavoro. Per le donne, invece, potrà essere la forma utilizzata in ogni momento della vita lavorativa e a ogni cambiamento di datore di lavoro.

    Finora gli interventi ideati erano azioni promozionali o azioni positive. Non basta quindi che l’Italia sia il Paese europeo con il più basso tasso di occupazione femminile; il nostro Paese sta inventando azioni negative, di sottoretribuzione, in aperto contrasto col principio costituzionale di uguaglianza di diritti tra lavoratrici e lavoratori». Il tutto nella totale indifferenza del Ministro delle Pari Opportunità.

    Un nuovo terreno di scontro, con il diritto e con l’opposizione, che va ad aggiungersi a quello tra governo e sindacati in tema di infortuni. Cgil, Cisl e Uil hanno bocciato lo schema di decreto legislativo di riordino della normativa sulla salute e la sicurezza del lavoro varato ieri dal Consiglio dei ministri. L’obiettivo era quello di razionalizzare la materia – le norme in vigore sono attualmente circa 5mila – ricomprendendola in un testo unico (di 189 articoli). Ma per i sindacati, anzichè semplificare e rendere più sicuro il lavoro, lo schema messo a punto dal governo finisce con il ridurre le tutele dei lavoratori. Tanto che Cgil, Cisl e Uil parlano senza mezzi termini di «norme inaccettabili», in contraddizione con quelle europee. Mentre dal ministero del Welfare, per voce del sottosegretario Sacconi, si risponde affermando che, quella delle organizzazioni dei lavoratori, è soltanto una «opposizione ideologica».


    Secondo i sindacati il testo unico prevede «un’ampia riduzione di obblighi ai fini della prevenzione, con conseguente deresponsabilizzazione dei datori di lavoro». Con tutto quel che ne consegue. In particolare, i sindacati sottolineano come siano stati «trascurati gli orientamenti espressi dalle parti sociali nel loro insieme». E, contraddicendo le stesse direttive europee, si espone l’Italia alla censura della Corte di giustizia di Lussemburgo.


    Di più. I sindacati ritengono il progetto del governo fortemente lesivo dei diritti dei lavoratori e delle stesse garanzie costituzionali che li sorreggono e, quindi, potenzialmente in grado di «minare la coesione sociale del Paese». Un quadro, questo, che spinge le tre confederazioni ad impegnarsi sin d’ora ad adire a tutte le vie possibili, nazionali ed europee, «affinchè si giunga ad una normativa in grado di garantire davvero la tutela di tutti i lavoratori da parte non solo delle realtà produttive private, ma anche di quegli ambienti pubblici di studio e di lavoro che sono ancora in grave ritardo nel rispetto delle norme di sicurezza». E a chiedere a Regioni e Parlamento di esprimere sulla normativa un parere «assolutamente negativo».


    Di segno opposto, come detto, il giudizio del governo. Per il quale il decreto «riordina, armonizza e semplifica le norme esistenti e le adegua a quelle comunitarie, mantenendo inalterati i livelli di prevenzione e di sicurezza». Argomentazioni che, come detto, non convincono i sindacati, che sono tornati a ricordare come solo nel 2003 siano stati 1.394 i morti sul lavoro. E che non convincono nemmeno l’Anmil, l’associazione dei mutilati e invalidi sul lavoro. Che ha a sua volta parlato di «troppe semplificazioni negli adempimenti delle imprese» e di «poca attenzione ai rischi nelle aziende più piccole».