Il governo alla prova con il fiato sospeso

14/11/2007
    mercoledì 14 novembre 2007

      Pagina 8 – Economia

        Il governo alla prova con il fiato sospeso

          Si contano e ricontano i numeri della maggioranza. Prodi e D’Alema: siamo fiduciosi

            di Federica Fantozzi / Roma

            «FIDUCIOSI» come ripetono Prodi e D’Alema. Dodici ore prima del voto finale sulla Finanziaria in Senato la maggioranza ostenta tranquillità. Nonostante il nodo sui compensi dei manager, regna la convinzione che, salvo colpi di scena, i numeri tornino. I tre diniani decideranno la linea in una riunione stamattina ma sono stati accontentati e c’è una base di accordo. Andreotti si è convinto al sì. Rossi e Fisichella paiono ri-allineati. L’altro dissidente da sinistra Turigliatto dovrebbe uscire dall’aula, la soglia cruciale di 159 voti appare raggiungibile. Oggi l’aula di Palazzo Madama riprende con gli emendamenti accantonati, il via libera complessivo è previsto nel tardo pomeriggio. Prodi si mostra ottimista: «Abibamo preparato tutto bene». Agli avversari però fa sapere che se il governo cade si andrà alle elezioni.

            A metà giornata Anna Finocchiaro sorride e alza i pollici. Il caso Randazzo, il senatore italiano d’Australia che avrebbe rifiutato milioni di tasca berlusconiana, viene esibito come un trofeo. «Adesso chiunque volesse passare dall’altra parte finirebbe sputtanato» ride Gigi Meduri, sottosegretario mariniano «di guardia» al turbinoso pallottoliere. E se altri peones fossero comunque tentati? Lo spettro di un Liotta-bis (l’oscuro deputato che fece cadere Prodi nel ‘98) aleggia. «Ogni senatore è monitorato. Ognuno ha il suo tutor» rassicurano i matematici del Palazzo. Il tutor del “dissidente” Rossi (passato dall’astensione al forse sì) è il ministro Santagata che giura: «Alla fine Rossi non potrà che valutare positivamente la manovra». Sui cellulari appare un memento via sms di Boccia: «Confidano nelle nostre assenze. Fare attenzione».

            La mappa conta 158 voti per il centrosinistra contro 156, esclusi il presidente Marini (che per prassi non vota) e i senatori a vita, che si finge di non considerare indispensabili. Sommando invece i tre “militanti” – Emilio Colombo, Levi Montalcini e Scalfaro – si raggiunge quota 160. Che diventa 161 quando Giulio Andreotti raggiunge la buvette per far sapere che «la Finanziaria va approvata. In passato mi sono astenuto perché sono indipendente, ma stavolta voto. Tendenzialmente sono governativo dalla nascita».

            Nessuno si sbilancia sugli altri tre senatori a vita: data per certa l’assenza di Pininfarina, per probabile quella di Ciampi che di recente si è chiamato fuori dai voti politici riservandosi di partecipare ai più importanti. Quanto a Cossiga, che vorrebbe un pronunciamento del governo contro l’istituzione di una commissione sul G8, è Mastella a intavolare una trattativa: «L’Udeur è contrario e senza di noi mancano i numeri» lo rassicura. Lanciando un messaggio preciso: «Chi volesse far cadere il governo nelle prossime settimane ne avrebbe mille opportunità, ma sulla Finanziaria sarebbe un’enormità». Può darsi, dunque, che anche la sedia di Cossiga stamane resti vuota.

            Attenzione concentrata sui borderline: gli ipotetici voti in meno. Nel mirino la micro-componente di Dini. Ieri si è spaccata – Dini e Scalera hanno votato con la CdL, D’Amico con l’Unione – ma in vista del D-Day si è ricompattata. L’ex premier tien alta la tensione: «Valuteremo dopo aver visto tutti gli emendamenti». In teoria ha incassato l’accordo sul contenimento della spesa. Ma stabilizzazione dei precari e tetto agli stipendi dei manager pubblici verranno votati oggi. Mastella si è detto contrario al taglio dei compensi nel pubblico («E che Bonolis vale più del capo della polizia?»), ma il diniano D’Amico minimizza: «Non voterà contro, pone un distinguo di costituzionalità sui contratti già in essere».

            Altro punto dolente: la class action, accantonata: paletto irrinunciabile per i due ex dielle Bordon e Manzione. «Dandola per approvata – ragiona Bordon – Faremo le nostre critiche ma voteremo sì alla manovra. Poi la battaglia si sposterà sulla legge elettorale«. Alla buvette il ministro Chiti fa le corna: «I diniani? Finora hanno dato un contributo a risolvere il problema». Il sottotesto è: Dini ha fatto una battaglia politica e ha vinto, se rompe non saprà come spiegarlo. Non agli elettori ma ai suoi «mondi di riferimento», imprenditoriali e finanziari. Ultima incognita: la Svp.