Il governo adesso cambi strada

09/12/2003


  sindacale


07.12.2003
«Il governo adesso cambi strada»
Cgil, Cisl e Uil promettono: resteremo uniti, non ci fermeremo. Epifani: Bossi si dimetta

Felicia Masocco

ROMA Delle due l’una, o il governo si ferma o il sindacato andrà avanti. Nella difficile partita delle pensioni mezze misure non sono previste a sentire i leader di Cgil, Cisl e Uil che ieri si sono impegnati a portare a casa il risultato davanti ad una platea immensa. Oltre un milione e mezzo di persone (250 mila per la
Questura) in piazza San Giovanni non ci sono entrate tutte, ma chi è riuscito a stiparsi tra la basilica e la statua di san Francesco ha sottolineato con un boato l’intento di non cedere che arrivava dal palco. Al governo il compito di riflettere, «se vuole andare avanti la protesta crescerà e si allargherà» ha avvertito Guglielmo Epifani l’ultimo dei tre a prendere la parola. Prima di lui Pezzotta aveva
messo in guardia dal rischio di ignorare quanto avvenuto ieri «in una democrazia non s’ignorano un milione e mezzo di persone
che scendono in piazza». Né si può pensare che il sindacato diventi «una specie di morfina sociale, non lo diventeremo, non siamo disponibili a finte discussioni».
«Non si facciano illusioni, questa controriforma non la faremo passare», è stata la conclusione di Luigi Angeletti. Parole e stili diversi per contenuti comuni negli interventi dei segretari delle confederazioni che al termine si sono presi per mano alzando le braccia accompagnati da un’ovazione, e in questa immagine finale la rappresentazione di una unità che sarà più difficile incrinare.
Chi si aspettava sfumature, «aperture» di questo o quello è rimasto deluso. Certo, una manifestazione di queste proporzioni non è la sede adatta per dare visibilità al lavoro delle diplomazie e sebbene
sia buona regola per ogni sindacalista pensare al giorno dopo, nulla di quanto visto e ascoltato ieri lascia spazio a confronti improntati sulla «riduzione del danno». A un percorso simile a quanto avvenuto per l’articolo 18, per dirlo chiaro e tondo. Davanti ai lavoratori, ai pensionati, ai tantissimi giovani (rifletta anche Antonio D’Amato) mischiati sotto le diverse bandiere l’impegno assunto unitariamente è quello di far cambiare rotta al governo, sia sulle
pensioni che sulla politica economica su cui sono cadute critiche unanimemente impietose.
Epifani le sue le ha rubricate sotto una lunga lista di «non va»: la Finanziaria che non dà risorse per lo sviluppo e l’occupazione e riduce risorse soprattutto per il Sud; l’assenza di politiche industriali; l’abbandono di una vera politica dei redditi, mentre c’è una politica che strozza gli enti locali. «Non va» la rinuncia ad una vera politica di ammortizzatori sociali mentre si accresce la precarietà o si stravolgono le tutele per chi lavora esposto all’amianto; la riduzione delle spese del Welfare e per la scuola pubblica; i tagli alla sanità. Non va che a distanza di un anno non ci siano ancora le risorse promesse per il terremoto in Molise.
Non va una «controriforma delle pensioni decisa unilateralmente e che stravolge «l’assetto di equilibrio sostenibile ed equo per garantire il diritto alle pensioni di molti».
La folla ascolta attenta, fischia la Confindustria, fischia il governo e fi schia più forte quando il leader della Cgil conclude la lista con un riferimento a Bossi, «non va» che un ministro chiami i lavoratori immigrati «con il termine più offensivo che a memoria d’uomo un ministro abbia mai usato (Bingo Bongo, ndr). Mi domando – ha continuato Epifani – se un ministro può restare al suo posto dopo queste espressioni non degne di un paese civile». La rotta va invertita, il sindacato va rispettato. Lo chiede Epifani, lo dice Pezzotta quando parla di «un sottile quanto perverso depotenziamento del ruolo del sindacato», «parlano di dialogo – aggiunge – poi se la cantano e se la ridono».
Ma, e la manifestazione di ieri lo dimostra, «non siamo dei pugili stanchi chiusi in un angolo», il nostro percorso «non può subire battute d’arresto perché a pagarne le conseguenze non è il
sindacato ma le energie che rappresenta».
La controriforma delle pensioni «taglieggia sia i padri che i figli», si giustifica solo perché il «governo ha deciso di far pagare una Finanziaria basata sui condoni scaricando interamente sulle pensioni l’onere di ridurre il deficit pubblico». La proposta del governo è «inaccettabile» e «inemendabile». Il leader della Cisl lo ripete anche a margine della manifestazione a chi gli chiede se davvero le sue parole pronunciate nei giorni scorsi in un dibattito al Cnel rappresentassero, come qualcuno ha letto, un’apertura su una possibile trattativa: «Ho chiesto solo di lavorare per una proposta unitaria il più presto possibile per essere in campo a combattere quella del governo che non sta in piedi.
Vedere in questo un gesto di divisione è un vecchio vezzo che non serve a nessuno, non serve al sindacato».
Non è tempo di divisioni, «questa controriforma non la faremo passare, staremo sempre qui, insieme Cgil, Cisl e Uil perché questa ipotesi sventurata non si avveri». È il leader della Uil a dirlo, convinto che sia questa «la volontà della maggioranza dei lavoratori».
La piazza gli dà ragione, così come aveva applaudito Angeletti quando si era soffermato sulle «bugie» di Berlusconi diramate
a reti unificate. «La parte migliore del Paese» è giunta qui «per difendere il nostro futuro, non solo quello previdenziale: ci stiamo impoverendo – ha detto ancora il segretario generale della Uil- c’è una migrazione di soldi dalle nostre tasche alle tasche delle imprese. Questo è un Paese dove i poveri aumentano e i ricchi pure aumentano, aumenta la diseguaglianza sociale. Questo è il vero problema, la vera emergenza». Quanto alla previdenza «pretendono
che tutti vadano in pensione dopo 40 anni di contributi, ma solo un demente può pensare che sia possibile che si possa guidare un bus dopo i 65 anni o si possa stare a una linea di montaggio».
Solo un demente o chi, furbescamente, «con Confindustria ha trasferito all’Inps il fondo previdenziale dei dirigenti di impresa portando in dote debiti per 1500 miliardi delle vecchie lire».
È «scandaloso», è la solidarietà che vogliono «quella dei pensionati poveri verso i pensionati ricchi».