Il giorno più lungo del Cinese

25/03/2002


IL LEADER
 
Cofferati: un´emozione così capita una volta sola nella vita
 
Il giorno più lungo del Cinese "Serena e ferma, ecco la mia gente"
 
 
 
Il capo supera la sfida del consenso
La musica classica per ricordare Biagi l´ha scelta lui: sinfonia numero 40 e concerto numero 21 di Mozart
A sera, quando tutto è finito, Sergio si rilassa, cucinando per gli amici: "Oggi il mio primo atto politico? Sì, il primo e l´ultimo"
Il "signore della piazza" sale all´alba sulla 164 grigia, che lo può portare lontano: dal sindacato alla guida del centrosinistra
Prova del fuoco per il segretario, stretto tra la minaccia Br e gli attacchi del governo "Ma che bello, questo popolo della Cgil"
 
CONCITA DE GREGORIO

ROMA – La 164 grigio fumo che porta Sergio Cofferati da alcuni decenni di Cgil a un destino di leader del centrosinistra passa a prenderlo alle otto e mezza precise. Sabato di vento teso e cielo brillante. L´autista gli sorride, lui pure, "andiamo". C´è una stagione che si chiude e una giornata che comincia, il segretario ha un libretto azzurro in mano e dei fogli a quadretti col discorso, chissà cosa riserva questa mattina di tramontana e il tempo che verrà, "andiamo verso via Gallia", Roma è sgombra di macchine e piena di gente coi cappelli rossi, bandiere file indiane bocche della metro che vomitano folla, la macchina corre.
C´è una voce che gira da ore, in piazza San Giovanni: dicono che Cofferati si è alzato all´alba, che è andato di persona a ricevere quelli che arrivavano in pullman, dicono di averlo visto in ciascuno dei sei centri di raduno, i sei apici della stella del corteo. Dalle sei alle otto, dicono che sia stato in pellegrinaggio. Non è vero. "Ma no, non è vero", ride a sentire la storiella ma c´è di vero, nella leggenda delle apparizioni, quello che chi la diffonde pensa di lui: che questo 23 marzo sia di Cofferati, che i due o tre milioni – nessuno può contare quelli che non sono arrivati, si sono fermati lontano, erano bloccati altrove – che questa moltitudine sia gente sua, che ha voluto e portato in piazza lui. "La nostra gente", dirà molte volte nel corso del giorno.
Da solo e con tre milioni di persone Sergio Cofferati si incammina per via Gallia. Alla testa del corteo Cgil lo striscione dice "il terrorismo uccide la libertà". La musica l´ha scelta lui: Sinfonia numero 40 e Concerto numero 21 di Mozart, per Marco Biagi assassinato dalle Br. Sono tutti pugliesi questi che gli porgono cappelli e tessere della Cgil da firmare, sono "i compagni di Cerignola", è con loro che si avvia al Circo Massimo. Il parroco della chiesa della Natività, via Gallia, esce e viene a stringergli la mano: "Auguri, e coraggio", gli dice. Coraggio, sì certo.
E auguri per l´avvenire, che dalla fine del prossimo mese di giugno Cofferati non farà più il sindacalista, scade il mandato in Cgil e c´è l´avvenire da pensare ma quello che torna in mente adesso è il passato: «Sono stato alla Bicocca, tempo fa. Alla Pirelli, la mia fabbrica. E´ tutto cambiato, sta cambiando non la riconoscevo quasi più. Gregotti ha disegnato un giardino dei ciliegi, l´unico pezzo che è rimasto uguale è quello dove lavoravo io. Che vorrà dire?». Il servizio di sicurezza gli fa cordone intorno. Cammina solo, Terme di Caracalla, ogni tanto una mano si tende per chiedere gli autografi, "non ci lasciare, sei unico", gli urlano, lui saluta e agita il libretto azzurro: "La giusta causa nei licenziamenti", è il discorso di Ugo Spagnoli alla Camera, anno 1966.
Il Cinese non si emoziona mai, dicono. Comunque non lo dà a vedere, sennò che cinese sarebbe. Perciò quando arriva al Circo Massimo e il catino è già pieno, a quell´ora «solo» un milione di persone, lo guarda sorride e si limita a dire: "Bello, no?". Effettivamente uno spettacolo, andiamo un momento a vederlo di sopra, dal palco alto dieci metri, una torre, il palco più alto che a Roma ci sia stato mai. Le bandiere dovunque, la gente dovunque, da tutti i lati, le nuvole in corsa e il cielo e il vento, il pianoforte a coda dove suonerà Piovani, il palco di plexiglas, cinque gradini per salire ai due microfoni, segretario una foto per favore: una foto oggi, che una giornata così non si dimentica.
«Una giornata come quella di oggi capita una volta nella vita», dirà da casa, la sera alle dieci. Pensa cosa sarebbe stato se fosse stata una festa, con tre palchi uno per la musica uno per la prosa uno per la politica, una festa lunga un giorno e invece poi hanno ucciso Biagi, «Biagi lo conoscevo, certo, aveva collaborato all´Ires e alla consulta giuridica della Cgil. Noi volevamo, oggi, portare la gente in piazza a festeggiare i suoi diritti. Questo omicidio ci impone altro: fermi e decisi per la difesa della democrazia». Il clima, ecco. «Era bello il clima – dirà ancora la sera – nessuna esasperazione, né rassegnazione né spavento. Gente serena e ferma, con lo spirito giusto, a cantare l´Inno di Mameli».
Sotto il palco ci sono Sabrina Ferilli e Massimi Ghini che aspettano, «ormai sembra che se manifesti sei un terrorista», sorride lei. E´ ancora presto, sono appena le dieci, Nanni Moretti è sotto l´obelisco dalle 8 e mezza, quelli partiti da Firenze sono fermi per un incidente in autostrada, gli schermi proiettano La vita è bella di Benigni, la gente a piedi sta arrivando ma non c´è più posto. «Nel 94 non erano neanche la metà», dice a se stesso Cofferati, sottovoce. Piovani accarezza lo Yamaha nero a coda, Vauro disegna vignette sul vento di oggi che si porta via Berlusconi. E poco a poco, in due ore, questa piattaforma in cielo in cima alla torre di ferro diventa la babele dove arrivano tutti, le voci di tutti: Fassino che dice «che bello» e D´Alema che va da Moretti, "io e lei dobbiamo parlare" .
Lucci delle Iene applaudito come un leader, Olga D´Antona che racconta a Veltroni della bella lettera che gli ha scritto Dalla Chiesa, Rosi Bindi che dice "hai visto quanti giovani", Di Pietro che ride e Diliberto seduto per terra, Gianni Minà vestito da regista, Citto Maselli ovviamente pure, la signora Cofferati e il figlio Simone, lo studente che deve parlare dal palco e i fogli gli tremano in mano. Il Cinese va da tutti, saluta tutti, ha una parola per uno ma giusto una, poi torna solo. Tutta questa gente qui vicino sul palco eppure sembra tanto più vicina quella laggiù in fondo, quei tre milioni che aspettano. Quando parla, Cofferati, quei foglietti a quadretti li tiene con tutte e due le mani perché il vento porta via, volano e sbatte la cravatta sul microfono, i capelli sugli occhi.
Allora a un certo punto guarda avanti e va a memoria, «noi siamo figli della solidarietà», grida, fa un passo avanti verso quella moltitudine giù in fondo e la folla gli risponde, ondeggia. Dice, ora: «Respingiamo le accuse offensive con la compostezza, la fermezza e la serenità che dimostra ciascuno di voi». Le bandiere sbattono e sono decine di migliaia. Quando scendono dal palco, Moretti e Cofferati, qualcuno dice: «Eccoli, i nuovi eroi». Vogliono autografi da entrambi, ma non è la stessa cosa. «Io faccio il regista, la politica non la so fare», dice uno. «Io vado a casa a cena con la mia famiglia e qualche amico, stasera. La politica l´ho sempre fatta», dice l´altro.
E però adesso quei cinque gradini di plexiglas e quei tre milioni di bandiere qualcosa cambiano. E´ un viaggio che porta lontano, questo cominciato alle otto e mezza stamattina. Lo sanno tutti, si legge negli sguardi di Fassino e D´Alema, si sente nell´abbraccio di Giovanni Berlinguer che lo aspetta sotto, non è salito sul palco, Berlinguer, ha aspettato giù a terra per quel lungo abbraccio muto. Il Cinese non lo dice, però. Anzi, nega. Sarà per via del carattere, o sarà il vento. A un amico che prima del discorso gli diceva: «Caro Sergio, non lo puoi negare, questo è il tuo primo atto politico», Cofferati ha risposto: «Il primo, e sarà anche l´ultimo».
Poi, mentre ormai tutti ripiegavano le bandiere, ha ripiegato il biglietto con quella frase suggerita da Tonino Guerra: «Il corpo del povero cadrebbe in pezzi se non fosse legato ben stretto dal filo dei sogni». A ciascuno i suoi sogni.