Il giorno più lungo a Palazzo Chigi

24/09/2003




24 Settembre 2003

CONFRONTO ACCESO NEL CORSO DI UN VERTICE CONVOCATO DA LETTA

retroscena
Amedeo La Mattina

Il giorno più lungo a Palazzo Chigi
An, Lega e Udc premono, ma Tremonti tiene duro
ROMA
C’E’ un problema tutto politico che adesso si pongono Gianfranco Fini e Marco Follini: come prendere le distanze da una Finanziaria che di fatto porta la firma di una sola mano, quella di Giulio Tremonti, senza però sfasciare la maggioranza. Insomma, come sfilarsi da una «creatura» che An e Udc non vivono come propria e che è riuscita a mettere contro il governo – per ragioni diverse – un vastissimo fronte che va dai sindacati alla Confindustria, con il sempre più probabile sbocco dello sciopero generale.
«E’ questa la concertazione di cui parlate? Mi state buttando tra le braccia della Cgil, ve ne rendete conto?», è stato il grido disperato che Savino Pezzotta ha lanciato a Fini in una telefonata prima dell’incontro di ieri pomeriggio con le parti sociali. Il leader di An se ne rende conto e sta facendo di tutto per salvare il salvabile ma non riesce a scalfire le colonne d’Ercole innalzate dal ministro dell’Economia. «C’è cauto ottimismo», dicono i suoi collaboratori. Tradotto significa che il barometro volge al peggio. «Oggi si è finalmente avviato il dialogo con le parti sociali, c’è ancora il margine per cercare un’intesa, An intensificherà il proprio impegno», assicura Gianni Alemanno. Tradotto significa che le speranze di evitare lo scontro con i sindacati sono ormai ridotte al lumicino. An è una pentola in ebollizione e dentro casa ha il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli furioso contro il condono edilizio che Tremonti vuole maxi.
Ed è proprio su questo tema che in un vertice nello studio del sottosegretario Gianni Letta si è consumato lo scontro tra An e Tremonti. Scontro che in serata i diretti interessati hanno però smentito. Ma secondo alcune autorevoli fonti una accesa discussione ci sarebbe stata. Il ministro dell’Economia aveva appena finito di discutere con la Lega, quando il vicepresidente del Consiglio gli ha illustrato le riserve del sindacato e ha chiesto tempo.
Ad assistere a questo passaggio ieri pomeriggio, prima dell’incontro con le parti sociali c’erano Follini – con il quale Fini si era visto pochi minuti prima a quattr’occhi – i ministri Gianni Alemanno e Roberto Maroni e il sottosegretario all’Economia Baldassarri. Dall’altra parte del tavolo un irremovibile ministro dell’Economia: ritocchi, aggiustamenti, qualche milione di euro da un capitolo all’altro della Finanziaria, «bazzecole» dicono all’Udc, e infatti alla fine le colonne d’Ercole di Tremonti non sono state spostate.
«Dobbiamo fare in fretta – avrebbe detto Tremonti – io già oggi concluderei la discussione con i sindacati, inserirei la riforma previdenziale nella Finanziaria, in modo che venerdì al Consiglio dei ministri variamo tutto. Tanto lo sciopero lo do per scontato». Per Fini e Follini invece non si può procedere in questa maniera: bisogna tenere separate i due tavoli e Letta si è schierato con loro, ipotizzando anche uno slittamento del Consiglio dei ministri di venerdì. «Calma, calma, prendiamoci tutto il tempo a nostra disposizione – avrebbe detto il sottosegretario alla presidenza – anche fino all’ultimo giorno utile». Ovvero lunedì 29 settembre. Ma Tremonti ha insistito affinché lunedì prossimo sia tutto chiuso, minacciando una «decisione drastica» alla quale si è contrapposta quella di Fini, appunto.
Erano questi i motivi per cui, uscito da palazzo Chigi, Follini non era di buon umore. Sapeva che da lì a pochi minuti l’incontro tra il governo e i sindacati sarebbe andato male. E che margini di miglioramento della manovra economica ormai non ce ne sono più. Adesso, per il leader dell’Udc si tratta di limitare i danni ad una Finanziaria giudicata «pessima». Ma Follini, come Fini, si rende conto che sarà difficile non rimanere stretti tra il vincolo di maggioranza e il conflitto sociale. Lo stesso vincolo che i centristi stanno vivendo come una camicia di forza per l’altra questione, quella del Ddl Gasparri. Ma gli stessi centristi allontanano ogni dubbio sulla loro fedeltà alla Casa delle libertà, non ci stanno all’accusa di essere stati loro ad avere ingrossato le fila dei franchi tiratori che ieri alla Camera si sono messi all’opera contro il provvedimento del ministro Gasparri. Anzi, invitano a guardare proprio in casa di An dove è in corso un braccio di ferro dentro il partito, con le correnti che fanno capo ad Alemanno, Matteoli e Urso sul piede di guerra contro l’altra corrente di La Russa e Gasparri. Questa è certamente un’altra storia, ma in politica tutto si tiene in modo trasversale. Solo che ora An e Udc devono ancora capire come votare, in Consiglio dei ministri prima e in Parlamento poi, una manovra economica che «porta la firma di una sola mano», quella di Giulio Tremonti, senza diventare i nemici dei sindacati e della Confindustria.