Il giorno in cui Sergio diventò leader della sinistra

25/03/2002







    (Del 24/3/2002 Sezione: Interni Pag. 3)
    IL CORTEO
    Il giorno in cui Sergio diventò leader della sinistra

    reportage

    Federico Geremicca

    ROMA
    ACCADE alle 10,15 in punto, mentre la brezza da Nord comincia a trasformarsi in vento fresco e Sergio Cofferati – osannato e strattonato – entra ondeggiando, come la statua di un santo in processione, nel grande recinto metallico che isola l´enorme palco dalla marea rossa che avanza da ogni lato. Accade che un uomo del servizio d´ordine gli si avvicini e gli sussurri «segretario c´è una donna in sedia a rotelle che vorrebbe salutarti». Allora Cofferati si ferma, rompe l´assedio, torna un po´ indietro e va verso la signora: che avrà forse cinquant’anni, si chiama Pina Cocci, è iscritta ai Ds e lavora ai grandi magazzini Metro. La donna tende le mani, il segretario gliele stringe. La donna lo guarda, il segretario la guarda. Poi, accenna una carezza e se ne va. Sì, è vero: la "compagna Pina" non si alzerà dalla sedia a rotelle, e non camminerà. Ma a dirla per intero, in questo sabato di sole e luce, in questo terzo giorno di primavera, la guarigione della "compagna Pina" è l´unico miracolo che non riesce a questa sorta di santo laico della sinistra in cui si sta trasfigurando Sergio Cofferati. Gli altri, li ha realizzati praticamente tutti. Guardi la folla oceanica che invade la Roma antica dal Colosseo al Circo Massimo – un milione, due milioni – e ti chiedi come sia stato possibile, la Cgil da sola e in un clima così. Scruti D´Alema e Moretti, non litigiosi e sullo stesso palco, e ti pare – questo sì – realmente un miracolo, o giù di lì. Senti le radio della Polizia che gracchiano "tutto in ordine, afflusso ordinato, nessun incidente" e cerchi in cielo la buona stella che accompagna Cofferati. E soprattutto ripensi agli slogan ed agli striscioni, e ti domandi come sia potuto accadere: come sia potuto accadere, cioè, che una manifestazione che era nata contro la modifica dell´articolo 18, che aveva rischiato di diventare una "manifestazione contro il morto" si sia ulteriormente trasformata – e a macchina già in corsa – in una poderosa prova di forza contro il terrorismo ed il governo assieme. Non è un miracolo, naturalmente, perché in politica i miracoli non esistono. Ma intorno a Cofferati qualcosa di inatteso – almeno per le dimensioni – però è avvenuto: se Vauro lo disegna come "il Papa Cinese" e Giuliano Ferrara, al contrario, ne scrive come di "un Nerone redivivo". Che poi sia quella del santo laico o del Nerone resuscitato l´immagine che meglio si cuce addosso a Cofferati, beh, questo decidetevelo voi. E´ certo, però, che alle 9 del mattino la prima foto di questa interminabile giornata è una foto davvero singolare. Ritrae Cofferati alle testa del corteo partito da piazza S. Giovanni: il Cinese cammina a mani quasi giunte davanti al petto, avendo nella sinistra tre rose rosse e nella destra un piccolo libro (che non racchiude le tavole dei comandamenti ma un discorso parlamentare di Ugo Spagnoli). Già la barba bianca e la mani unite col libro e le rose, le ali di folla che preme per toccarlo e l´andatura lenta e solenne, ne farebbero qualcosa di più simile a un santo che a un assassino. Ma non basta, perché accade l´imprevedibile: che visto Cofferati davanti alla sua chiesa della Natività, don Pietro Sigurani la lascia, fende la folla, supera gli uomini del servizio d´ordine, va incontro al Cinese e lo stringe e lo abbraccia. «E´ questa la strada da intraprendere – dice don Pietro – non la filantropia. La Chiesa può aiutare il sindacato aiutando le fasce più deboli e non addormentando le coscienze». Strano, quel prete. O strano quel "comunista" e leader sindacale.
    Già diversa, invece, è la seconda foto. Sono le undici, sei cortei muovono verso il Circo Massimo e Sergio Cofferati è entrato nel recinto che isola il gigantesco palco da tutto il resto. Ha baciato la Ferilli (praticamente di casa, da queste parti), ha ricevuto l´omaggio dei capi del centrosinistra che gli sfilano davanti in processione – ecco Fassino, ecco D´Alema, ecco Moretti e Bertinotti – ed ora imbocca le due rampe di scale che lo porteranno sull´altissimo palco. Quel milione, quei due milioni sono ora ai suoi piedi. Sergio Cofferati li guarda e fa un gesto con la mano: «Soli e isolati – mormora -. Già, siamo soli e isolati…». Ed è in questo preciso momento – senza più libro e senza più rose – che qualcosa cambia nella luce del suo sguardo, che diventa tagliente e duro. Osserva dall´alto lo sterminato tappeto di teste e di bandiere rosse e ripensa ai cerchi di fuoco che ha dovuto attraversare per giungere fin qui. L´ostilità degli altri sindacati, la diffidenza dei capi dell´Ulivo, gli attacchi di Silvio Berlusconi, il drammatico rimaterializzarsi del terrorismo… Sembrava impossibile che andasse così. E invece il "Nerone resuscitato" può guardare dall´alto la folla che lo acclama. «Una volgarità – dice – parlare di questa manifestazione come di una manifestazione contro il morto… Bisognerebbe raccontarla tutta, la storia di Marco Biagi. E raccontare del suo ruolo nel nostro istituto di ricerca economica in Emilia e nella consulta giuridica della Cgil, di cui fece parte. Dopo il suo assassinio, io non ho telefonato alla vedova solo perché non c´era tra noi una consuetudine di rapporti tale da render naturale un gesto così. Ma noi non eravamo nemici di Marco Biagi: noi eravamo e restiamo contrari ad alcune sue idee ed all´uso che se ne intende fare. E questa è tutta un´altra cosa». Il tono, a tratti, diventa più duro. Come diventa più evidente l´emozione, via via che si avvicina il momento di parlare a quel paio di milioni di persone assiepate tra le vestigia di Roma antica. Lì, sul palco altissimo che sfiora i pini e punta al cielo, ci sono ormai tutte le facce di una sinistra che tra girotondisti, ecologisti, ortodossi, comunisti e chi più ne ha più ne metta, potrebbe sfornare come niente cinque o sei partiti al mese. Ecco Veltroni, il sindaco, che attacca Berlusconi per il messaggio tv della sera prima: «Nel bagaglio di un leader, di uno uomo di Stato, c´è un decalogo di cose da non fare mai. Berlusconi l´altra sera le ha fatte tutte. E´ come sbagliare vestito in un´occasione importante». Ecco D´Alema, che striglia un po´ Nanni Moretti ma poi finisce con un sorriso. Ecco Bertinotti che ripete «grande, grande, straordinario». Ecco Diliberto: «Così imparano, quegli sciacalli». E, se volete, ecco Sabina Guzzanti e Carla Fracci, Nicola Piovani e Antonello Venditti, Pecoraro Scanio e Olga D´Antona… Quando Sergio Cofferati va infine al microfono, mancano otto minuti alle tredici ed è ormai chiaro che è un trionfo. «La più grande manifestazione della storia repubblicana», annotano partecipanti ed osservatori esterni. La sensazione, in mezzo al tripudio di bandiere rosse ed al tifo da stadio che arriva fin sul palco, è che se in questo preciso momento Cofferati-Nerone dicesse "tutti a terra", il milione-due milioni finirebbero per terra; e se dicesse "e ora a casa", Roma antica si svuoterebbe in un istante. La sensazione, insomma, è che il potere di Sergio Cofferati vada facendosi ormai magnetico: e che questo riguardi non solo "le masse", ma anche i capi ed i capetti di un centrosinistra che annaspa qua e là. E a voler semplificare, si potrebbe dire: se è un evento a incoronare un
    leader, che leader è quello incoronato da un evento così? Se ne riparlerà, c´è tempo. Per intanto parla lui, il santo-Nerone. Il tono è pacato, quasi nemmeno da comizio: ma gli argomenti sono di una durezza estrema. A qualcuno, lì sul palco, viene in mente un solo nome cui paragonare Sergio Cofferati. La mitezza e la testardaggine di Enrico Berlinguer; la sua etica e il suo moralismo; il suo preferir perdere piuttosto che rinunciare alla battaglia per quanto difficile o impossibile essa sia. E´ con un uomo così – e allora certo che tornano davvero alla mente la scala mobile e Berlinguer – che dovrà fare i conti Silvio Berlusconi. E´ con un leader così che dovranno fare i conti i leader veri e quelli presunti di un centrosinistra in ricostruzione.
    Ma alle cinque della sera, per fortuna, la prova di forza può dirsi conclusa. Con la moglie, la segretaria e pochissimi collaboratori, Sergio Cofferati beve un caffè nel suo ufficio al quarto piano del palazzone Cgil. Il colletto della camicia è sbottonato, la cravatta è via, il Cinese smaltisce la tensione. Guarda l´arrivo in volata della Milano-Sanremo, detta una nota di ringraziamento alla città di Roma, scorre su un video le agenzie di stampa e ad ogni episodio incoraggiante o strano, ripete «è gente straordinaria, la nostra gente è straordinaria». Quando entra nella stanza Achille Passoni, l´uomo che ha organizzato l´enorme migrazione di treni, navi, pullman e uomini dall´Italia verso Roma, parte un piccolo applauso. Squilla il telefono, di tanto in tanto: sono amici del Cinese che chiamano per complimentarsi e sorridere un po´. Squilla il telefono, di tanto in tanto: ma nessuno dei leader del centrosinistra telefonerà al santo-Nerone. «Come si vincono le prossime elezioni? – si chiede, da Parma, Massimo Cacciari -. Col ticket Prodi-Cofferati». E Rutelli? E D´Alema? E Veltroni? E Fassino? Si vince col ticket Prodi-Cofferati, dice il filosofo. Magari non è così. Ma dopo questo sabato di sole e di bandiere, chi glielo dice al milione, due milioni di Roma antica che non è così?