Il giorno di D’Amato

22/05/2003



            22/5/2003

            ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA CHE CAMBIA ANCHE LOGO
            Il giorno di D’Amato
            «Europa e riforme»

            ROMA
            Uno sguardo all’Italia. E uno sguardo all’Europa. Passo dopo passo la relazione di questa mattina all’assemblea della Confindustria del presidente Antonio D’Amato è concentrata contemporaneamente sui problemi nazionali dell’economia e su quelli dell’Unione: problemi comuni dice D’Amato, anche se l’Italia presenta aspetti delicati. Nelle 36 cartelle dell’ultima bozza perfezionata ieri sera, D’Amato si dice preoccupato. Gli imprenditori sono inquieti.

            Per il presidente della Confindustria, da oggi impegnato nell’ultimo dei quattro anni di mandato, serve uno scatto dell’Italia, serve uno scatto dell’Europa. Cosa vuole dire? Riforme, riforme, riforme: questa la sua risposta. Ovvero interventi per accrescere la competitività. In base ai dati Eurostat di una settimana fa, nel primo trimestre il prodotto interno lordo dei quindici paesi dell’Unione Europea è rimasto fermo, mentre l’Italia è andata giù dello 0,1%. La congiuntura internazionale è difficile, ma gli Stati Uniti vanno meglio.
            Di fronte al presidente del consiglio Silvio Berlusconi e a centinaia di ospiti D’Amato dirà che tutta l’Europa deve riuscire a mettersi in moto. E che le è mancata la capacità di reazione per le prove degli ultimi tempi; gli Usa invece, sempre per il capo della Confindustria, hanno saputo dare risposte adeguate in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre.
            Con la crescita che non c’è gli industriali invocano riforme in Italia come in Europa per ritrovare slancio: fisco più leggero, spesa pubblica controllata, stato sociale riorganizzato, ricerca rafforzata, infrastrutture da creare, formazione da spingere.
            Slancio che gli industriali vogliono poi ovviamente basare sulla forza delle loro gambe all’inseguimento della ripresa economica attesa (o almeno sperata) per la seconda parte dell’anno. Da oggi la loro associazione si presenta con un nuovo logo, approvato all’unanimità dall’assemblea privata (ovvero a porte chiuse) di ieri: la tradizionale aquila «diventa più leggera», come si legge in un comunicato e «si apre a rappresentare simbolicamente anche i settori industriali diversi dal manifatturiero e i servizi». Forte di 110 mila associati, la Confindustria è molto cresciuta.
            Oggi si interroga sullo stato dell’economia, sui rapporti con il governo Berlusconi accolto con interesse dall’attuale dirigenza due anni fa per la coincidenza di obiettivi ma destinatario di molte richieste, sui rapporti con i sindacati. Inevitabile la riflessione sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che ammette il reintegro di chi è licenziato senza giusta causa. Il predecessore di D’Amato, Giorgio Fossa, insiste nelle sue critiche: ritiene che con lo scontro su questa norma (e il tentativo della Confindustria di limitarne l’applicazione) si sia «perso tempo» per un «non-problema». Ma oggi paradossalmente si deve discutere l’ipotetica estensione dell’applicazione dell’articolo 18 al centro del referendum del 15 giugno, destinato con tutta probabilità al fallimento per la scarsa affluenza. D’Amato ribadirà il no al referendum e l’invito a non andare alle urne.
            Questo è il quadro con il quale comincia l’ultimo anno della stagione D’Amato. I giochi per la successione si apriranno formalmente a gennaio, con la nomina dei tre saggi incaricati di vagliare le candidature. Ma alcune ipotesi discutono già un certo credito: si parla molto dei vicepresidenti Nicola Tognana e Giancarlo Cerutti, espressione della maggioranza uscente, e di Luca Cordero di Montezemolo. Fossa rileva che «c’è stato un presidente del Sud, ora meglio alternare». E osserva che il futuro leader «dovrà ancora lavorare molto per la coesione del sistema».

            Roberto Ippolito