Il giorno del padrone

29/01/2001



   


27 Gennaio 2001

Il giorno del padrone
Lavorare di domenica, al Mercatone. La lotta a Roma per il salario e i diritti

Domenica minorata La riforma degli orari nel commercio (Bersani) utilizzata per dividere i lavoratori. A Roma la maggiorazione del lavoro domenicale è solo del 30%
ANTONIO SCIOTTO

"Domenica è sempre domenica", recitava una canzone antica. Per molti lavoratori del Mercatone Uno – impresa di dimensioni nazionali, che vende principalmente mobili, ma anche telefonini, abbigliamento e altro, con 70 negozi e circa 4000 dipendenti – questa canzone è proibita: la domenica è un giorno di lavoro come gli altri, retribuito, in alcuni casi, solo poco di più dei feriali, pressoché obbligatorio. Abbiamo già raccontato come vivano questa trasformazione dei ritmi del lavoro alcuni dipendenti emiliani e marchigiani. Ora tocca a Roma, ma l’esempio mette in luce altre situazioni sul territorio nazionale.
Alla radice del mutamento, ci sono le deroghe alla chiusura festiva decise dai comuni, sulla scia della riforma degli orari del commercio, nota come "decreto Bersani" (DL 114 del 31 marzo 1998). Il peso è scaricato spesso sulle spalle dei lavoratori. A parlare sono i dipendenti del Mercatone Uno Mdp, di Via del Fosso di Tor Tre Teste, che da giorni stanno attuando il blocco degli straordinari contro la direzione.
"Il direttore – dice una lavoratrice – non vuole trattare su nessuna nostra richiesta. Noi vorremmo sapere se è la Mercatone Uno Service (la centrale) a dare indicazioni in questo senso, o se la sua è una decisione autonoma. Quello che non ci sta bene è la maggiorazione del 30% per il lavoro domenicale. E’ la cifra minima stabilita dal contratto nazionale, ma in altri Mercatone ci sono accordi per maggiorazioni dell’80% o del 50%: perché queste differenze tra dipendenti dello stesso gruppo?".
E in effetti, a guardare la mappa dei vari accordi locali, è un fiorire di cifre diverse, con l’azienda che tende ormai generalmente a riportare la percentuale di maggiorazione verso il limite minimo consentito, quello del 30%. Una lenta e inesorabile squalificazione del lavoro, più grave di quanto sembri, perché avviene proprio nel periodo in cui tutti i lavoratori delle grandi catene commerciali, volenti o nolenti, devono adattarsi a sacrificare le proprie domeniche. A Torino e Verona le domeniche natalizie sono maggiorate del 70% e del 60%, più altri benefit. In altri 6 locali, dove c’è stato un accordo, per esempio a Rimini e Cesena, sono dell’80%. Le altre domeniche sono pagate il 50% in più. A Pesaro c’era solo un accordo di fatto, e l’azienda ha deciso di rimangiarselo. Così, il negozio romano è tra quelli oggi "presi a modello" dai vertici del Mercatone per quello che dovrebbe essere il futuro domenicale dei commessi: tutti al minimo.
E quel che è peggio, anche i riposi e i permessi vengono sacrificati alla furia di "domenica selvaggia". Mostrando le tabelle orarie degli ultimi turni natalizi, i dipendenti del Mercatone Uno Mdp indicano parecchi soprusi: "Vorrebbero che i nostri riposi cadessero in giorni fissi della settimana. Se coincidono con una festività, noi non possiamo spostarli e, di fatto, perdiamo diritto al giorno festivo. A questo fine, vengono utilizzati anche i permessi orari, con il paradosso che la direzione ha piazzato ad alcuni di noi riposi e permessi in giorni come il 25 e il 26 dicembre, rispondendo alle nostre proteste con la frase "rivolgetevi al tribunale"".
Al Mercatone picchiano. E, come la McDonald’s coi propri licenziatari, la Mercatone Uno Service risponde picche ai sindacati, quando questi avanzano la richiesta di un tavolo nazionale. Ma scaricare il barile sui direttori locali con la scusa del
franchising, in questo caso appare francamente impossibile, detenendo l’azienda "madre" dal 60% al 100% della proprietà dei negozi.