Il giorno del gelo tra Cofferati e Pezzotta

06/03/2002





Duello verbale al congresso della Uil: uniti nel no ai licenziamenti, divisi sulla scelta dello sciopero
Il giorno del gelo tra Cofferati e Pezzotta
Anche la Cisl si dichiara pronta alla mobilitazione – Angeletti: siamo più vicini a un percorso comune
Lina Palmerini
(DAL NOSTRO INVIATO)

TORINO – Alla fine, a prendere i fischi alla parola «sciopero» è solo Sergio Cofferati. La platea dei mille delegati Uil riuniti al congresso non gli ha risparmiato la scelta solitaria che ha spaccato il fronte sindacale, anche se questo è stato l’unico passaggio dell’intervento del leader Cgil sottolineato dalle contestazioni. La ferita c’è, anche se oggi proverà a curarla il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, disegnando una prospettiva di unità sindacale da costruire su una piattaforma dedicata alle nuove sfide del lavoro. E forse è anche per prepararsi al rilancio di oggi che Angeletti, in una giornata davvero cupa come quella di ieri che ha visto calare il gelo tra Cgil e Cisl, parla di «modesti passi avanti verso l’unità». Il numero uno della Uil pensa che «rapidamente il sindacato possa riprendere un percorso comune», ma ieri gli interventi di Sergio Cofferati e Savino Pezzotta hanno reso più evidenti che mai rigidità e diffidenze reciproche. «La cultura del sospetto» è stata l’accusa che prima Pezzotta e poi Cofferati si sono rimpallati. Un rimprovero reciproco, accompagnato dalla richiesta di rispetto per le scelte di ciascuno, diverse non solo in relazione all’attuale vicenda sull’articolo 18 ma nell’atteggiamento complessivo verso il Governo e la politica. Da «sindacalista», è quello rivendicato da Pezzotta che vuole andare a un «confronto permanente» trattando anche su «decontribuzione, arbitrato e fisco», mentre Cofferati poi lo incalza: «Non capisco, caro Savino, come si fa a sostenere che c’è una cultura del sospetto e poi addebitarci scelte fatte su ragioni politiche e non sindacali». E subito dopo Cofferati rivendica l’efficacia della sua strategia, ricordando alla platea Uil che solo grazie al «tifo sullo sciopero generale invocato da Angeletti» che il ministro Maroni ha fatto una nuova mossa sull’articolo 18. La porta all’unità però non si chiude mai. «Siamo pronti, se ci saranno novità – dice Cofferati – a discutere insieme». Ma le novità, che Cofferati chiede agli altri, per il momento non ci sono. Pezzotta, infatti, al termine dell’intervento gli risponde, secco: «Cofferati non ha cambiato opinione, io neanche». Al domani però non si nega niente. «L’unità sindacale non è vicina, anche se la Cisl – dice Pezzotta – continua a mantenere nel suo orizzonte questa prospettiva». E soprattutto se il domani è quello incerto di questi giorni e della partita difficile sull’articolo 18, nessuna strada può essere preclusa. Dalle decisioni dell’Esecutivo dipende infatti anche la ricomposizione o una nuova scomposizione di Cgil, Cisl e Uil. Un riposizionamento che avrà anche tempi brevi vista la richiesta che ieri è arrivata dalla Confindustria sui tempi del negoziato sulla delega lavoro (vedi articolo in alto). Sullo stralcio-non stralcio è scritto il "destino" del quadro di iniziative sindacali e anche quello di un eventuale sciopero unitario, anche se ieri la Cgil già annunciava l’arrivo di più di un milione di persone alla sua manifestazione del 23 marzo. Anche se ieri l’ex leader Uil, Pietro Larizza incalzava Cgil, Cisl e Uil: «Cosa succede dopo lo sciopero generale Cgil del 5 aprile?». Ma ieri è stata soprattutto la giornata delle differenze. A tutto campo tra Cisl e Cgil. Sergio Cofferati non ha concesso niente: niente sulla rappresentatività per la quale «serve una legge» e non basta il negoziato che invece ha proposto Pezzotta. Sulla contrattazione, che non può non trattare «su più salario tenendo fermo il ruolo del contratto nazionale», sulla delega fiscale e previdenziale. E di nuovo ha bocciato la trattativa che, forse, si aprirà tra Cisl e Uil e le imprese «perché non è credibile un sindacato che parla di estendere le tutele e poi tratta con una spada di Damocle» che è quella dell’articolo 18. «Il negoziato è alterato – ha detto Cofferati – bisogna rispristinare le condizioni di normalità» stralciando le modifiche sui licenziamenti. Ma sull’articolo 18 Pezzotta è stato più radicale della Uil. Ha chiuso ogni spiraglio sul risarcimento («non possiamo monetizzare tutto, il diritto del lavoratore al reintegro deve restare»). Ma soprattutto Pezzotta ha smontato le tre fattispecie di modifica dell’articolo 18 chiudendo, quindi, a possibili mediazioni del Governo sulla delega-lavoro. «L’abolizione di questo diritto non fa crescere le aziende, non incrementa occupazione, non fa emergere il sommerso». E poi quando ha minacciato lo sciopero generale se il Governo «farà menzione dell’articolo 18», ha incassato gli applausi di tutta la platea e anche di Sergio Cofferati, anche se durante tutta la mattinata i due leader si sono appena guardati. Del resto l’aria di gelo si era percepita sin dall’inizio dell’intervento di Pezzotta. Il suo esordio è stato quello di ricordare il 1984, il ’92, i contratti a termine e il rinnovo dei meccanici, cioè tutte le tappe degli accordi senza la Cgil. Ha iniziato così e ha chiuso riprendendo le parole del leader Uil: «Angeletti vi ha detto – ha citato riferendosi alla Cgil – di non fare danni, ma li avete già fatti. Ora è tempo di vedere come e se possono essere riparati». E non è mancato ancora il rimprovero di fare politica: «Le controparti non le sceglie il sindacato, a meno che non si pensi che con certi Governi si tratta e con altri no», mentre poco prima aveva di nuovo ricordato le parole di Angeletti «non sono le spallate di piazza a cambiare le maggioranze ma il voto». L’alveo del riformismo, citato ieri da Cofferati e ancora prima da Angeletti, può riportare a unità ma Pezzotta è l’unico che fa autocritica e solleva il vuoto di proposte del sindacato: «Siamo ancora troppo chiusi in noi stessi, nelle nostre nicchie. Difendiamo il conosciuto, osiamo poco sul nuovo. Serve una nuova proposta sindacale, una proposta che finora è mancata, non ne abbiamo avuto il coraggio, chiusi nelle nostre incertezze. Ma dobbiamo affrontare anche il tema dell’insicurezza e rischiare».

Mercoledí 06 Marzo 2002