Il gioco a delegittimare divide l’ala radicale (S.Folli)

10/10/2007
    mercoledì 10 ottobre 2007

    Pagina 2 – In primo piano

    Protocollo sul welfare
    la discussione nel governo

    il Punto

      Quando il gioco a delegittimare
      divide anche l’ala radicale

        di Stefano Folli

          Nel pomeriggio di ieri il partiro dei Comunisti Italiani, uno dei gruppi della sinistra radicale, è rimasto solo nel denunciare presunti brogli nel referendum in corso tra i lavoratori sul protocollo del Welfare. La denuncia, va detto, ha colto di sorpresa un po’ tutti. È stata fatta in televisione e con toni perentori da Marzo Rizzo ed è stata corroborata a distanza di ore (per la verità in forma più circospetta) dal segretario Oliviero Diliberto.

          La solitudine in politica non è di per sè sinonimo di errore. Tutt’altro. Tuttavia il Pdci ha il dovere di provare le sue accuse, altrimenti la sua denuncia servirà solo ad aggiungere confuzione a confusione, una merce di cui l’Italia dispone in abbondanza. Queste prove al momento non si sono viste, perché tali non sono alcune vaghe segnalazioni di casi sporadici. Il che rende sospetta e poco dignitosa la mossa del Pdci.

          La verità è che si avverte in giro la tentazione di delegittimare gli avversari, siano essi sindacati o partiti concorrenti. Lo ha scritto bene ieri su queste colonne Alberto Orioli. Così facendo non si risparmiano i colpi bassi, i calci sotto il tavolo. Non è un bello spettacolo, perché accresce lo sconcerto dell’opinione pubblica e non aiuta a risolvere il problema (che esiste) delle regole e della trasparenza di certi passaggi cruciali come il referendum sindacale di questi giorni o le «primarie» democratiche di domenica prossima. In fondo non è stata proprio Rosy Bindi a parlare di «saggia prudrenza» a proposito del voro del 14?

          Il fatto è che spesso dietro la denuncia di brogli – e in mancanza di prove – si nasconde solo il desiderio di strappare qualche brandello di consenso ai competitori diretti: nel caso in questione, agli altri partiti che sostengono il fronte del «no» al protocollo. Così vediamo che il presidente della Camera Bertinotti, la figura più rappresentativa della sinistra radicale, deve affrettarsi a prendere le distanze dalle parole di rizzo e Diliberto. Ovvio che lo faccia: un suo silenzio sarebbe stato interpretato come una grave ambiguità. Ma questo dimostra come il gioco della delegittimazione abbia conseguenze non solo politiche, ma anche istituzionali. E conferma anche che la sinistra radicale nel suo complesso vive una fase di inquietudine interna e di disorientamento politico.

          Ieri il segretario di Rifondazione, Giordano, rilanciava il tema di una maggiore unità d’azione fra i gruppi dell’estrema sinistra (la cosidetta «Cosa Rossa»). Ricordava che «uniti saremo più efficaci» negli equilibri interni al governo Prodi. Sarà una coincidenza, ma nelle stesse ore i Comunisti Italiani andavano avanti per conto loro, scavalcando tutti con la loro operazione spregiudicata. Non sembra il comportamento di chi vuole costruire una federazione della sinistra, appunto una «Cosa Rossa» efficiente. La verità è che i partiti della sinistra radicale incontrano crescenti difficoltà nel tenere insieme il loro ruolo nel governo e i nervosismi della piazza. Ognuno reagisce a suo modo: chi rilancia un’alleanza più coesa (Giordano e dietro di lui Bertinotti) e chi vuole essere più duro degli altri (Diliberto).

          Nel frattempo si perde di vista un punto centrale. Al di là della retorica, il referendum sul lavoro è pur sempre un appuntamento interno al mondo sindacale senza regole verificate. proprio come le «primarie» del Pd. Una maggiore trasparenza, con garanzie indipendenti, farebbe davvero bene alla democrazia.