Il giallo dell’avvocato e del cavaliere bianco

19/01/2004


17 Gennaio 2004

    I VERBALI SUL MISTERIOSO TENTATIVO DI SALVATAGGIO FALLITO

      Il giallo dell’avvocato e del cavaliere bianco
      Sulla scena del crack passano 3,7 miliardi garantiti da Giacomo Torrente
      legale di un imprenditore leccese disposto a intervenire in aiuto di Tanzi

      MILANO
      «TORRENTE era una persona conosciuta come nome in quanto era il capo dell’ufficio legale di Gemina…».
      Così raccontò Calisto Tanzi nel verbale reso in carcere davanti ai pm Antonella Ioffredi e Silvia Cavallari di Parma il 28 dicembre scorso. Spiegava il cavaliere di Collecchio com’era sfumata tra l’agosto e i primi di dicembre, a pochi giorni cioè dall’emersione del disastro Parmalat, l’ultima possibilità di salvezza del gruppo affidata a un certo «Cavaliere bianco», ovvero tale Luigi Antonio Manieri, misconosciuto imprenditore leccese, e al suo fiduciario, appunto l’avvocato Giacomo Torrente, disposti, almeno in apparenza, a mettere sul tavolo di Sanpaolo-Imi 3,7 miliardi di euro per comprarsi attraverso Parmatour una bella fetta di Parmalat.
      Una cifra esorbitante che sicuramente avrebbe risolto una buona parte dei problemi finanziari del gruppo e che nessuno finora è riuscito a spiegarsi da dove proveniva. «Il Manieri – racconta sempre Tanzi in quel verbale – fu presentato come persona con una forte disponibilità finanziaria “scudata”. La parola significa che questa persona aveva disponibilità di capitali esteri rientrati in Italia attraverso scudo fiscale». L’avvocato Giacomo Torrente, avrebbe fatto da garante e da intermediatore. I soldi stavano per essere versati da ben 21 banche tanto che i primi di novembre, l’ex direttore finanziario Fausto Tonna, racconta di telefonate allarmate per l’ingente movimentazione di denaro. Perchè l’affare non andò in porto? E soprattutto: chi c’era dietro questo investimento? Sempre Tonna racconta che Manieri – che si sarebbe addirittura accreditato come proprietario del 20 per cento delle azioni di Capitalia – rimandò di giorno in giorno, a partire da metà agosto, il versamento della somma, e anzi, quando staccò un assegno di 2 milioni di euro per comprarsi un’azienda agricola di Tanzi vicino a Livorno, lo stesso risultò scoperto «e fu successivamente coperto dallo stesso Tanzi su richiesta di Manieri, il quale in tale circostanza dichiarò che ciò fosse necessario per il buon esito dell’accordo relativo a Parmatour e Coloniale». Una vicenda che, detta così, ha tutta l’aria di una «zanzata» come si dice nel gergo dei truffatori.
      Di certo, tra tutti i gialli e i misteri che faticosamente emergono dietro lo scandalo Parmalat, questo è forse uno dei più irrisolti non avendo apparentemente, finora, risvolti penali. Ufficialmente infatti l’operazione di Manieri non andò in porto perchè la banca su cui si sarebbero dovuti appoggiare l’imprenditore e il suo avvocato, ovvero l’istituto di credito torinese San Paolo Imi, si rifiutò di accettare l’ingente somma non convinta della provenienza. Almeno così avrebbe raccontato ai magistrati il presidente della banca, Rainer Masera sentito il 31 dicembre scorso come testimone.
      A tutti i quesiti, ieri gli inquirenti milanesi hanno tentato di dare una risposta interrogando per circa tre ore, nell’ufficio del pm Francesco Greco, proprio l’avvocato Torrente come persona informata sui fatti. Gran fumatore, 47 anni, foggiano, ex responsabile degli affari legali di Gemina (si vanta di essere stato lui a far scoprire proprio al pm Greco la botola sotto la quale erano stati nascosti documenti compromettenti: «Per questo venni licenziato»), attualmente risulta amministratore delegato della società Argho, il titolare ufficiale della cassaforte «158 srl», la società rilevata dalla Sanpaolo Immobiliare attraverso la quale sarebbe dovuto avvenire il salvataggio di Parmalat.
      Ma per perfezionare l’operazione, ha spiegato dopo l’interrogatorio Torrente, «aspettavo di avere la situazione patrimoniale aggiornata, che non ci è mai stata fornita». Ribadendo che l’offerta «non è stata ancora archiviata». E i soldi per onorarla? «Io non sono un visionario», ha risposto Torrente: come dire, quei 3 miliardi e 700 milioni di euro esistevano davvero. Aggiungendo però che lui era «solo l’accomandatario, bisogna chiedere all’accomandante» da dove provenivano quei denari. E «l’accomandante», come lo chiama il legale, è il socio Manieri che al Fisco, come fanno notare alla Guardia di Finanza, ha sempre denunciato pochissime sostanze. E allora, da dove provenivano i soldi? «A tutto – ha risposto Torrente nei giorni scorsi in una breve intervista al Sole 24 Ore – c’è una risposta legittima e lecita». Che si immagina sia stata fornita a questo punto agli investigatori. Tanzi raccontò a verbale che «Torrente garantiva che questa disponibilità finanziaria era proprio del Manieri. La prima lettera d’intenti è dell’11 settembre 2003. Le società che secondo la legge antitrust dovevamo cedere facevano parte del gruppo Parmalat.
      Quanto a Parmatour, Manieri s’impegnò all’acquisto dapprima in proprio, poi come procuratore della società 158. Il corrispettivo dell’alienazione era stato stabilito in 130-150 milioni di euro, oltre all’accollo di tutte le passività Parmatour. Tale denaro non è mai arrivato anche a questa operazione ha partecipato l’avvocato Zini». Erano soldi provenienti da fondi neri Parmalat che si apprestavano a tornare nel giro? «Escludo – risponde Tanzi – che questi 3,7 miliardi siano collegati alla Parmalat».