Il gatto, la volpe e il patto sul lavoro – di Eugenio Scalfari

24/06/2002


DOMENICA, 23 GIUGNO 2002
 
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IL GATTO LA VOLPE E IL PATTO SUL LAVORO
 
 Le parti sociali avranno anche funzioni pubbliche: eccoci al "sindacato statale"
 I "job center" in arrivo celano una trappola Con essi ritornerà il vecchio caporalato
 La deroga decisa per l´articolo 18 è l´architrave di un impianto di controriforme Introduce poi una disparità di trattamento che la Consulta non approverà
Nel nuovo Welfare che si disegna il solo vantaggio per i lavoratori è l´aumento del sussidio di disoccupazione E a ben guardare si tratta di cifre che dicono poco

EUGENIO SCALFARI


LA VERA innovazione riguarda il linguaggio, anzi, per esser più esatti, il lessico: il «sindacalese» si è completamente anglicizzato. Giovedì scorso, nelle fumose stanze e nei corridoi di Palazzo Chigi dove si sono aggirati per tutta la giornata centinaia di funzionari, confindustriali, sindacalisti in delegazioni, a gruppi, in capannelli in perpetuo farsi e disfarsi attorno a questo o quel ministro, non si parlava che nella nobile lingua oxfordiana, magari con qualche neologismo di troppo: job center, staff leasing, on the job, over 55, job on call, under 25, job sharing, il tutto per definire il nuovo modello di welfare.
M´è venuto in mente il manzoniano Renzo Tramaglino quando imprecava contro il «latinorum» di Don Abbondio che si rifugiava dietro al canone per rifiutarsi di celebrare il matrimonio con Lucia.
Ma perché parlano in questo modo, ha chiesto un giornalista alquanto spaesato di fronte a quelle formule inconsuete, non potrebbero esprimersi in lingua materna? Impossibile, gli ha risposto uno dei collaboratori del ministro del Welfare che trasportava un´immensa borsa gonfia di documenti: impossibile, sono formule non traducibili.
Almeno in parte è vero, ma a molti è venuto il sospetto che sia piuttosto un modo di nascondere quello che è realmente avvenuto durante il breve negoziato tra governo, Confindustria, Cisl-Uil sul tema della flessibilità del lavoro, dei diritti, delle tutele e infine della natura del sindacato.
«Un patto scellerato» l´ha definito Sergio Cofferati, ma il segretario della Cgil forse esagera. È piuttosto un patto tra furbi, dove tutti ci guadagnano – chi poco, chi parecchio, chi moltissimo – e i soli a rimetterci di sicuro sono i lavoratori rimasti privi di rappresentanza. Per loro il solo vantaggio concreto sarà l´aumento del sussidio di disoccupazione dal 40 al 60 per cento del salario perduto, ma poiché il salario per molti tenderà a diminuire per via dei precariati di varia natura, anche quella percentuale dice molto poco.
Quanto all´ammontare di questa generosità sociale, è noto che la Cgil aveva stimato che fossero necessari 20 mila miliardi di vecchie lire per rivalutare ed estendere gli ammortizzatori sociali, la Cisl con la ben nota prudenza minimalista si era attestata su una stima di 5 mila miliardi, il governo ha messo sul tavolo 700 milioni di euro, cioè 1300 miliardi di vecchie lire. Non si può dire che si siano spesi molto i ministri dell´Economia e del Welfare, 700 milioni di euro a fronte d´una disoccupazione ancora purtroppo di massa è una cifra a dir poco ridicola, a esser sinceri bisognerebbe definirla un´elemosina (in inglese «give the beggar» ) o una mancia (in inglese «to live a tip» ). Cisl-Uil, unite nella lotta, l´hanno accettata presentandola come uno strepitoso successo. Chi si contenta gode.
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In contropartita (una delle molte contropartite) le burocrazie sindacali Cisl-Uil, che forse a questo punto farebbero bene a fondersi, hanno lasciato sul terreno la famosa deroga all´articolo 18, quella cosiddetta «di soglia» (questa è una definizione difficilmente traducibile in inglese). Significa che le imprese con meno di 15 dipendenti che nei prossimi tre anni supereranno tale limite saranno esentate dal rispetto dell´articolo 18 e quindi potranno liberamente licenziare senza giusta causa e senza obbligo di reintegro.
Il presidente della Confindustria, con il valido ausilio del capo dell´ufficio studi Giampaolo Galli, ha scodellato nei giorni scorsi una valanga di dati sulla struttura delle imprese italiane, peraltro già noti perché figurano da anni nelle tavole dell´Istat, della Banca d´Italia e della stessa Confindustria. Anch´io vi ho fatto ricorso in alcuni miei articoli delle scorse settimane e anzi, proprio su quelle cifre estremamente significative avevo posto a D´Amato (ma anche a Pezzotta e ad Angeletti) alcune domande alle quali purtroppo non ho avuto risposta. Evidentemente avevano altro da fare. Le ripropongo in sintesi dopo la «svolta storica» di giovedì scorso.
1) La struttura a chiocciola del sistema delle imprese (punta alta e sottile, pancia rigonfia, pochissime grandi imprese, poche medio-grandi, moltitudine di piccole e piccolissime) esiste in Italia fin dai primi anni Cinquanta e si è ancor più delineata negli anni Sessanta, quando l´industrializzazione e la terziarizzazione del paese si estesero dal Nord-Ovest a tutto il Lombardo-Veneto, all´Emilia-Romagna e alle Marche. Feci osservare che fino al 1969 non esisteva neppure il più remoto indizio di giusta causa, di conseguenza l´intero mercato del lavoro era flessibile al 1000 per cento. Ciò esclude storicamente che la tendenza alla piccolissima impresa sia stata causata dai vincoli dell´articolo 18, istituito con legge Brodolini-Donat Cattin appunto nel 1969 quando la struttura a chiocciola era già un dato reale.
2) Il maggiore affollamento di imprese e di dipendenti si colloca nel settore da 1 a 10 unità (77 per cento delle imprese, 49 per cento dei dipendenti). Dopo le dieci unità l´affollamento crolla. Ma non risulta che le imprese che potevano liberamente farlo al riparo dall´articolo 18 siano cresciute verso la soglia dei 15 dipendenti. Semmai è avvenuto il contrario.
E´ dunque del tutto privo di fondamento il presupposto D´Amato-Galli che vede nel vincolo dell´articolo 18 la causa della regressione dell´economia italiana verso le dimensioni «Lilliput» . Le cause sono altre, già enumerate infinite volte.
Eppure, dopo la fatidica «svolta» di giovedì, il presidente D´Amato è sinceramente contento e con lui, naturalmente il ministro del Welfare, Maroni e il sottosegretario del Welfare, Sacconi. D´Amato è arrivato a dire («24 Ore» di ieri) «mai tante flessibilità tutte insieme, erano trent´anni che non si faceva una riforma di così forte impatto sul mercato del lavoro perché si mettono in campo più modifiche, più flessibilità, tutte insieme e in un disegno organico» .
Perdinci, ha perfettamente ragione il presidente della Confindustria. Ma perché impuntarsi per un anno sulla bazzecola dell´articolo 18 quando si poteva procedere su tutto il resto? Diciamola tutta, egregio presidente: perché anche gran parte delle altre «riforme» sul lavoro sono vere e proprie «contro-riforme» e perché – nonostante le apparenze riduttive – la deroga «di soglia» all´articolo 18 è l´architrave che sorregge «le magnifiche sorti e progressive» dell´impianto Maroni-Sacconi-D´Amato-Pezzotta-Angeletti.
Vediamo perché.
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Non appena approvata dal Parlamento la legge che sancirà la deroga «di soglia» , si verificheranno strani fenomeni. Per chi non lo sapesse premetto che alla suddetta regola non c´è limite numerico: entro tre anni le imprese con meno di 15 dipendenti potranno crescere quanto vogliono e tutti i nuovi assunti saranno considerati come «non esistenti» ai fini della tutela di giusta causa.
Dicevo che avverranno fatti strani, del tipo «moltiplicazione dei pani e dei pesci». Prendiamo tanto per fare un esempio un´azienda con 200 dipendenti, protetti dal 18. L´imprenditore sarà invogliato a chiudere i battenti licenziando tutti i dipendenti per poi riaprirli ricominciando da 15 addetti e riportandoli rapidamente alla consistenza iniziale. In questo modo un´azienda interamente regolata dalle norme della giusta causa se ne libererà.
E quando questo avverrà il famoso rispetto dei diritti acquisiti sarà andato a farsi benedire.
Obietta il Maroni che questo procedimento truffaldino può essere usato anche oggi. È vero, egregio ministro del Welfare, ma oggi non c´è convenienza perché un´azienda media dovrebbe spezzettarsi in tante micro-aziende. Con la sua deroga «di soglia» non è più così: chiudo l´azienda, la faccio risuscitare dalle ceneri come micro-impresa e poi la riporto al livello di prima: un bagno di fitness ed ecco, risorgo senza più i vincoli del 18. Ha ragione D´Amato a cantar vittoria.
Ma c´è un altro fatto ancora più strano, senza bisogno di tecniche elusive.
Diciamo che una consistente fetta di micro-aziende, volutamente esitanti a inoltrarsi oltre la linea di demarcazione dei 15 addetti, si diano coraggio per via di quella deroga e comincino ad allargarsi in dipendenti e in fatturato. È quello che volevamo, non è vero? Supponiamo che arrivino ad una media di 20 addetti. Sarebbe un bel risultato se non addirittura una rivoluzione nelle tradizionali strutture del sistema imprese.
Bene. Quelle micro-aziende cresciute a più accettabili dimensioni e sottratte agli obblighi dell´articolo 18 si troverebbero a convivere con altrettante imprese che a quel livello dimensionale ci stanno da tempo, soggette però da sempre al vincolo della non licenziabilità senza giusta causa. Avremmo un caso patente di trattamento diverso per soggetti identici.
Quindi un caso altrettanto patente di incostituzionalità. Mi sembra difficile pensare che la Consulta non verrà sommersa da una valanga di ricorsi e mi sembra altrettanto difficile pensare che la Consulta non ravvisi l´incostituzionalità della situazione e quindi annulli la deroga «di soglia» con tanti e rispettosi saluti al quintetto Maroni-Sacconi-D´Amato-Cgil-Uil.
Un bel pasticcio, gentili e prudenti Pezzotta-Angeletti; un bel pasticcio aver accettato la deroga «di soglia» per accorgersi subito dopo di aver co-firmato una legge incostituzionale. Ma non finisce qui. La legge eventualmente annullata in una delle sue norme tornerebbe in Parlamento dove, per ripristinare l´eguaglianza dei soggetti prevista in Costituzione, ci sarebbero due sole strade percorribili: abolire la deroga riportando le biglie al punto di partenza oppure estendere la deroga a tutte le imprese di qualunque dimensione e quindi a tutti i lavoratori dipendenti. In parole ancora più semplici: abolire puramente e semplicemente l´articolo 18.
Debbo supporre che il presidente di Confindustria abbia visto il problema e se ne sia rallegrato: con la maggioranza di destra esistente in Parlamento non ci sono dubbi su quale sarebbe la strada scelta dalla maggioranza parlamentare.
Sono più perplesso per quanto riguarda gli ottimi Pezzotta-Angeletti. I casi sono due: o non ci hanno pensato; mi sembra strano, è gente esperta, ma tutto può accadere. Adesso però mi sono permesso di avvisarli, so che mi leggono e ne sono lusingato, dunque adesso sanno di rischiare l´incostituzionalità. Oppure hanno previsto già tutto, ivi compresa l´abolizione totale dell´articolo 18 per ripristinare l´eguaglianza dei soggetti di fronte alla legge. Se così fosse mi permetterei di definire Pezzotta-Angeletti come il Gatto e la Volpe della favola collodiana e dovrei accettare e anzi far mia la definizione di «patto scellerato» affibbiata a quella strana coppia da Sergio Cofferati.
(Una parola ancora, tra parentesi, al segretario della Cisl. Vedo che è molto scandalizzato dall´ipotesi che Cofferati agisca come agisce per prepararsi una piattaforma politica. Non crede ai propositi di Cofferati di cominciare a lavorare a tempo pieno, a partire dal prossimo ottobre, nell´ufficio studi della Pirelli a Milano. Debbo dire che se le cose andassero come sospetta il segretario della Cisl, non saprei dargli torto salvo su un punto: Pezzotta è il successore di Sergio D´Antoni, il quale un anno fa fece esattamente il percorso dal sindacato alla politica militante che scandalizza Pezzotta se praticato da Cofferati. Per D´Antoni, Pezzotta non si scandalizzò affatto, lo abbracciò e baciò più e più volte di fronte ai delegati della Cisl, commossi e plaudenti. E ne prese il posto, più male che bene. Due Sergi e due misure? Fine della parentesi).
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Ma ci sono parecchie altre cosette nel patto sul lavoro in corso di approvazione. Non vorrei dimenticarne qualcuna, ma ecco le principali.
1. Sarà abolita la norma del codice civile che prevede la possibilità di trasferire un ramo d´azienda solo se funzionalmente indipendente. D´ora in poi il trasferimento potrà avvenire indipendentemente da questo requisito. Questa novità ha preso il nome di «outsourcing» . E ti pareva. L´ex ministro Tiziano Treu, che non è propriamente un bolscevico, quando lesse questa norma che sta nell´articolo 1 della legge delega sul lavoro, dichiarò «è una norma più dirompente delle modifiche all´articolo 18. Se passa, scendo io in piazza» .
Caro Treu, lei dovrà scendere in piazza perché la norma passerà e col beneplacito del Gatto e della Volpe. E allora che farà, caro Treu? Andrà ad urlare parolacce sotto le finestre della Cisl-Uil?
2. Sono in arrivo, i «job center» . Attenti al «latinorum» perché nasconde un trappolone. È previsto che le agenzie di lavoro interinale siano liberate da ogni vincolo e possano partecipare a pieno titolo al collocamento privato.
Si sa che cosa sono le agenzie di lavoro interinale: qualche cosa che somiglia alla lontana al vecchio «caporalato» che furoreggiava tra le masse bracciantili, tra gli edili, tra i lavoratori dei porti e nelle bidonville urbane tra agli anni Cinquanta e Settanta. Diciamo che le agenzie di lavoro interinale sono il volto moderno (anche umano?) del caporalato. Job center, appunto.
3. Come miglior completamento di questa pensata sarà del tutto cancellata la legge n. 1369 che vietava la somministrazione di manodopera. Adesso la porta è finalmente spalancata (per ora era aperto solo un pertugio). Dopo il job center arriva lo «staff leasing» : del rapporto di lavoro non è titolare l´azienda, ma la società di lavoro temporaneo. Magnifico, non è vero? Qualcuno si chiede se i lavoratori «somministrati» sulla base dello «staff leasing» saranno protetti dal 18. Certo che no. Toglieranno un po´ di lavoro ai dipendenti assunti con regolari contratti? Certo che sì. Godranno almeno di altre tutele? Di questo non si è parlato.
4. Anche delle famose tutele per i co.co.co non si è parlato. Si tratta dei cosiddetti collaboratori continuativi, di fatto dipendenti pagati al netto senza contributi e licenziabili senza problemi. Di loro si è detto che sarà insediato un comitato per studiare la questione. In realtà c´è già pronto un testo di legge che fu approvato nella scorsa legislatura ma da un solo ramo del Parlamento; basterebbe ripresentare quella legge e approvarla. Si pensava che il Gatto e la Volpe ci si mettessero d´impegno. Invece no: faranno tutt´al più parte del comitato di studio.
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Concludo con due ultime osservazioni. Il governo destina 700 milioni di euro (the tip) ad accrescere l´indennità di disoccupazione. Vorrei chiedere (posso dire «a lor signori» come scriveva Fortebraccio ai suoi tempi? Ma no, non lo dico perché sono un liberale e ho gran rispetto per la borghesia produttiva) se l´onorevole ministro del Welfare ha calcolato quanto serve effettivamente per dare l´indennità di disoccupazione e a chi darla, oppure se ha messo sul tavolo quella cifra perché è la sola che gli ha dato Tremonti.
Vorrei chiedere: a chi verrà data l´indennità? A chi diventa disoccupato dal momento della promulgazione della legge? O anche a chi è disoccupato da cinque, dieci, quindici anni e tale è rimasto senza mai ricevere una lira, pur essendo iscritto alle liste di collocamento? Costui non è considerato disoccupato? Chi è per noi? Chi è per lei, onorevole ministro del Welfare? Vorrei chiedere: se fosse stabilito che disoccupati e giovani in cerca di occupazione, iscritti nelle liste, fruiscono anche loro per sei mesi e poi per altri sei dell´indennità di disoccupazione, quanti soldi ci vorrebbero? Me lo sa dire, egregio ministro del «fottutissimo» Welfare? Così almeno ne sapremmo di più.

Seconda e ultima: il «patto sociale» con la firma di Confindustria e di Cisl-Uil, sarà parte integrante del Dpef e come tale sarà presentato in Parlamento. Le parti sociali cioè diventeranno sponsor del Dpef del governo e della maggioranza parlamentare. In compenso nascono i veri enti bilaterali su tutto il territorio. Non la vecchia mutualità della Cassa edile e della Cassa artigiana. Qui si parla di ben altro: funzioni pubbliche attribuite a parti sociali. Io l´ho chiamato sindacato parastatale, ma tra poco si potrà anche far cadere il «para». Così tutto sarà a posto anche se niente sarà in ordine.