Il Friuli davanti alla grande distribuzione

19/11/2007
    sabato 17 novembre 2007

      Pagina VII – Udine

        Nella giornata dello sciopero del settore ci si interroga sul loro numero, in proporzione il più alto di tutta Italia

          Il Friuli davanti alla
          grande distribuzione

            Intervista a Franco Barera, segretario regionale della Filcams-Cgil sulla situazione dei centri commerciali

              Paola Treppo
              Gemona

              Il Friuli-Venezia Giulia è al primo posto in Italia nel rapporto tra uomo/metri quadrati nei centri commerciali. È anche al primo posto nella Penisola sul fronte liberalizzazione degli orari d’apertura. Nel giorno dello sciopero del settore abbiamo chiesto a Franco Barera, segretario regionale della Filcams-Cgil di fare il punto della situazione nella grande distribuzione.

              -Quanti sono i centri commerciali?

                Valli di Carnia ad Amaro, il neonato Le Manifatture di Gemona, Alpe Adria di Cassacco – il primo a essere aperto -, Centro Friuli, Città Fiera e Corte Smeralda nell’interland udinese, il recentissimo Bennet a Pradamano, l’Arcobaleno di Basiliano, l’Acqua Azzurra a San Giorgio di Nogaro. Per Città Fiera è previsto un raddoppio con cittadella dell’outlet. Prossime aperture a Udine Nord in area ex-Bertoli e, nel futuro, in zona ex-Cogolo.

                -Quante le persone occupate ?
                Nei centri più piccoli dai 100 ai 150 addetti; per quelli più grandi si arriva a 400 persone. Sono perlopiù donne e giovani. Lo stipendio medio è di 600mila euro per l’orario ridotto, circa 1000 euro per chi fa orario pieno. Il 40\% degli occupati, con tendenza all’aumento, viene assunto part-time a 20 ore settimanali. Ciò consente alle aziende di giocare sulla flessibilità, richiamando il dipendente al lavoro in caso di maggiore o minore necessità – spiega Barera -. Tutte le nuove assunzioni sono a tempo determinato e a 20 ore: l’occupazione quindi è del tutto precaria. Se alla mamma il part-time va bene, per il giovane che deve metter su casa e rendersi indipendente il contratto risulta assolutamente insufficiente. Nei piccoli negozi di paese l’assunzione era a tempo indeterminato e garantiva sicurezza.

                -Problemi dei dipendenti?
                «In vertiginoso aumento le lettere di contestazione inviate ai dipendenti dalla direzione: segnalati errori, omissioni, ammanchi. Perché? La aziende non assumono più. A chi resta al lavoro vengono affidati più compiti diversi contemporaneamente. Risultato? Nervosismo, stanchezza, errori. Il servizio scade per tutti. Per chi deve lavorare domenica c’è lotta continua. La direzione lo impone ormai quasi come un obbligo e tende a non pagarlo più come straordinario. Le grandi realtà tengono botto, perché possono investire di più in personale. Gli stessi piccoli negozi attivi nei centri sono in enorme difficoltà. Alla fine, chi lavora la domenica deve tagliare i ponti con la famiglia ed eliminare i contatti sociali con tutti i gravi disagi che comporta».

                -Anziani e paesi isolati?
                «La concentrazione in pochi punti di negozi e servizi farà sì che, in futuro, tutti gli esercizi minori dei comuni decentrati e già in difficoltà, chiudano. Come farà l’anziano a fare la spesa? Quanti chilometri dovrà percorrere e con quali mezzi?».

                  -I prezzi?
                  «Il centro commerciale induce, in teoria, ad abbassare il prezzo dei prodotti. In realtà se a gestire le strutture restano le grandi realtà di settore, il prezzo finale, controllato da pochi, aumenta»

                  -La proposta di Filcams-Cgil?
                  Ridurre a 20 in un anno le aperture domenicali; arrivare al massimo a sei per i giorni festivi più importanti. Ormai si tiene aperto anche il Primo Maggio e a Santo Stefano. Il consumismo sta diventando esasperante. Per il rinnovo del contratto Filcams-Cgil scende in piazza nella mattina di sabato con uno sciopero e con l’iniziativa Stop al carrello per i consumatori, invitati a non fare acquisti.

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                    Pagina V – Udine

                      Gli imprenditori vogliono arrivare entro il 29 novembre a una proposta congiunta. Al centro resta il capoluogo con la sua vocazione turistica

                        Domeniche aperte, Cecotti ago della bilancia

                        Il presidente Confcommercio, Da Pozzo, ha chiesto al sindaco un ruolo decisivo. I sindacati: «Pronti a trattare, ma solo di fronte a garanzie»

                          Camilla De Mori

                            Per l’accordo sulle aperture domenicali dei negozi, Cecotti – e il Comune di Udine – torna a giocare il ruolo di ago della bilancia. Perché sarà proprio l’incontro con il sindaco del capoluogo friulano, che il presidente di Confcommercio Da Pozzo ha già richiesto per la prossima settimana, a decidere se questa intesa si potrà fare.

                              Sul ruolo nodale del Comune di Udine nella vicenda-aperture hanno concordato tutti i protagonisti del tavolo di ieri, convocato nella sede udinese della Confcommercio: gli stessi vertici dell’associazione dei negozianti (il presidente provinciale Giovanni Da Pozzo (nella foto), quello mandamentale Pietro Cosatti e il direttore Fantini), che vogliono arrivare ad una proposta congiunta entro il 29 novembre, il presidente del Consiglio delle autonomie Mario Pezzetta e i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil. «Siamo disposti a trattare sul numero delle aperture annue, ma dobbiamo avere delle garanzie che l’ipotesi sia percorribile. Inutile parlare di 15 o 20 domeniche, se poi l’accordo salta», spiega Mattia Grion della Filcams Cgil. E queste garanzie riguardano, sì, quei nodi («il problema della precarizzazione, la disparità di trattamento fra negozi alimentari e non alimentari, laderegulationdei Comuni turistici», come riassume Grion), che i sindacati ritengono prioritario affrontare, ma soprattutto il ruolo che intende giocare Udine, città turistica in cui i negozi possono, in teoria, aprire tutti i giorni festivi. «Pezzetta – spiega Paolo Duriavig della Fisascat Cisl – ci ha chiarito che i sindaci dell’ambito possono deliberare un calendario di aperture, ma che, per questo, occorre che anche Udine si adegui, delimitando l’ambito turistico, magari al centro storico. Altrimenti, anche se ci fosse un calendario, Panorama e altri ipermercati fuori dal centro, potrebbero comunque tener aperto sempre e l’intesa salterebbe. L’incontro con Cecotti della prossima settimana servirà a far chiarezza sugli intendimenti di Udine».

                                Una chiarezza necessaria, secondo i sindacati, anche e soprattutto per i lavoratori che sciopereranno oggi (quelli che timbrano il cartellino sei giorni su sette) e che si sono astenuti dal lavoro ieri (la piccola parte che lavora sui cinque giorni) proprio per protestare contro la legge regionale Bertossi e per il mancato rinnovo del contratto. «Ci è sembrato che Confcommercio – aggiunge Duriavig – volesse arrivare all’accordo sul numero di aperture già nell’incontro di oggi (ieri, ndr), per annacquare la nostra protesta. Ma noi abbiamo posto una serie di questioni prioritarie. Risolte queste, potrà partire la trattativa, in una serie di tavoli da qui al 29 novembre, quando ci sarà l’assemblea dei sindaci chiamata a decidere il calendario delle aperture festive». «Non c’erano i presupposti per fare l’accordo – ribadisce Claudio Moretti della Uiltucs. Prima di parlare di date, bisogna discutere con Cecotti».

                                  Concorda Da Pozzo, che fa sapere: «Oggi stesso (ieri ndr) abbiamo chiesto un incontro con Cecotti: avremo una risposta lunedì, ma confidiamo che sia entro la prossima settimana. A quel tavolo parteciperanno, oltre a Confcommercio, i sindacati e rappresentanti degli enti locali». Dopo l’incontro di ieri Da Pozzo vuol pensare positivo. «Ora ci sono le basi per istituire un percorso che porti ad una soluzione dell’inpasse determinato dalla legge Bertossi, che, per quanto riguarda gli orari, oggettivamente non è il massimo», dice. «Questo percorso – aggiunge – è legato alla nascita del nuovo superambito, al cui interno si concentra la maggior parte della grande distribuzione udinese. C’è la volontà di arrivare al 29 novembre con una proposta congiunta, condivisa anche dai sindacati, da portare, tramite gli amministratori, all’esame dell’assemblea dei sindaci. Anche le grandi imprese chiedono una regolamentazione. Ma tutto questo implica la volontà del Comune di Udine e quindi di Cecotti, di definire la perimetrazione della città turistica, altrimenti si creerebbe una sperequazione fra il capoluogo e gli altri centri. Se tutte queste premesse andranno a buon fine, con i sindacati intendiamo arrivare ad una proposta condivisa. Oggi (ieri, ndr) non abbiamo discusso del numero di domeniche di aperture. Prima bisogna verificare la volontà di tutti».

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                                      (cdm)- Ieri i volantinaggi e i vertici istituzionali, oggi la manifestazione davanti a Palazzo D’Aronco. Entra nel vivo la protesta dei lavoratori del commercio, chiamati allo sciopero da Cgil, Cisl e Uil per ribadire il "no" alla «liberalizzazione selvaggia e alla precarizzazione innescate dalla legge regionale Bertossi» e per sostenere la necessità del rinnovo del contratto, dopo la rottura del tavolo di trattative con Confcommercio. In preparazione allo sciopero di oggi, ieri i sindacalisti di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno distribuito per le vie del centro migliaia di volantini.

                                        Oggi alle 10 si terrà il presidio in piazzetta Lionello, davanti alla sede del Comune di Udine, per ribadire le ragioni della protesta. Il consigliere comunale Carletto Rizzi ha invitato i negozianti del centro a tenere le serrande abbassate per un minuto, per dare un segnale simbolico di adesione, mentre i sindacalisti hanno invitato i cittadini a fare oggi lo "sciopero della spesa". Solidarietà alla protesta dei lavoratori da parte di Rifondazione comunista. Per i Radicali, invece, «i sindacati sono lontani dalla realtà e confondono flessibilità con precarietà».