Il Fondo monetario: economia più debole

27/09/2001
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Il Fondo monetario: economia più debole
Giovedì 27 Settembre 2001
«Frenata dopo gli attentati, ma non è ancora recessione»
Stefano Lepri
 
ROMA «Più che in altri momenti occorre oggi umiltà» nel tentare di prevedere come andrà l’economia mondiale, dice Kenneth Rogoff, capo ufficio studi del Fondo monetario. Al di là delle cifre già alquanto pessimistiche del rapporto Fmi, rese note ieri ma per sua stessa ammissione superate, contano le scelte che la più importante organizzazione economica internazionale consiglia per evitare una crisi grave. C’è «ancora spazio» per ridurre il costo del denaro, in Europa più che negli Stati Uniti, e per espandere la liquidità, in Giappone soprattutto.
L’Europa a maggior ragione deve accelerare le «riforme strutturali». E l’intervento pubblico, con più spese o meno tasse per sostenere l’economia, vecchia ricetta che torna improvvisamente di moda dopo la tragedia dell’11 settembre? Rogoff l’ammette per gli Stati Uniti, che hanno una posizione di bilancio solida; vede un possibile impulso positivo dalle spese in più che si faranno per la sicurezza e per riparare ai danni. Ma, al contrario del suo collega della Banca mondiale Nicholas Stern, per il momento la sconsiglia in Europa e altrove: meglio attendere, perché «affannose e mal indirizzate» azioni di stimolo «rischierebbero di essere controproducenti».
Quanto profondi saranno gli effetti degli attentati terroristici è difficile davvero saperlo, spiega Rogoff, perché non ci sono precedenti. Serve a poco l’arido paragone che si può fare con il maggior disastro dei tempi recenti, il terremoto di Kobe in Giappone nel ‘95: il numero dei morti fu pressappoco uguale, i danni materiali maggiori, però è evidente a tutti che siamo di fronte a ben altro. E molto dipenderà, come tutti capiscono, «da eventi non economici» ossia dalla politica e dalle azioni militari.
Insomma, c’è o non c’è una recessione? Traspare la scelta politica di usare questa parola il meno possibile per non peggiorare le cose. In una conferenza stampa per la prima volta trasmessa in diretta via internet – la tecnologia viene incontro alla paura di spostarsi – Rogoff, illustre professore universitario da poco arrivato al Fmi, se l’è lasciata sfuggire e poi ha cercato di ritrattarla. Negli Stati Uniti la recessione è ormai «
a done deal » (un fatto acquisito) ha detto; più tardi si è corretto, «sarebbe stato meglio non utilizzare questa espressione», perché «è troppo presto per dirlo».
«Non c’è dubbio che l’attacco terroristico stia avendo effetti negativi sull’attività economica in molte regioni del mondo – questa è la posizione ufficiale del Fondo – ma occorre non dimenticare che l’economia mondiale è oggi meno vulnerabile che in passato, e che l’aggressiva risposta da parte delle banche centrali dovrebbe ridurre il rischio di una forte riduzione della fiducia dei consumatori e delle imprese, nostra principale preoccupazione nei mesi a venire».
Guardando all’intera economia mondiale, si parla di recessione quando la crescita del prodotto lordo è inferiore al 2,5%, perché al di sotto di questa cifra si ritiene che, a causa del forte aumento della popolazione nei Paesi in via di sviluppo, il numero dei disoccupati aumenti. Nel rapporto economico semestrale presentato ieri dal Fmi, la crescita mondiale di quest’anno è stata ritoccata al 2,6% (era 2,7% nelle indiscrezioni delle settimane scorse); per il 2002 era stato previsto il 3,5% prima degli attentati, per ora si può dire che «sarà alquanto inferiore». Se non è recessione, ci siamo vicini.
I numeri ormai in gran parte superati della previsione contenuta nel «
World Economic Outlook » danno gli Stati Uniti in crescita all’1,3% quest’anno, al 2,2% il prossimo; il Giappone per conto proprio nei guai con meno 0,5% nel 2001 e »0,2% nel 2002, l’area euro all’1,8% e 2%, l’insieme di tutte le economie avanzate all’1,3% e 2,1%. Ora è comparsa la possibilità di un «rallentamento profondo e prolungato».
Tuttavia Rogoff si sente obbligato a «un cauto ottimismo»: la recessione «può essere evitata». I mercati finanziari hanno ripreso a funzionare. Tutte le banche centrali dei Paesi più importanti hanno accresciuto la liquidità. Un messaggio di ottimismo, aggiunge, certo verrà dalla riunione dei ministri del Tesoro del G7 la settimana prossima. Resta inalterata – qui il Fmi concorda con la Federal Reserve americana – la tendenza di fondo all’aumento della produttività impressa dalla rivoluzione informatica. C’è, in conclusione, «la ragionevole prospettiva di una ripresa nella prima metà dell’anno prossimo».


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