Il «filosofo», amico di Amato, alla prova della rottura con Cisl e Uil

10/06/2002

10 giugno 2002



Il «filosofo», amico di Amato, alla prova della rottura con Cisl e Uil
      Il commento più maligno è di Giuliano Cazzola, ex sindacalista della Cgil e già appartenente come Guglielmo Epifani a quella che fu la corrente socialista: «La nomina di Epifani alla segreteria generale è l’unico modo che Sergio Cofferati ha per continuare a controllare la Cgil». I due si conoscono bene, dato che fu proprio Epifani a prevalere su Fausto Vigevani e sullo stesso Cazzola nella corsa per la successione a Ottaviano Del Turco, quando il segretario generale aggiunto «socialista» della Cgil diventò segretario del Psi. E le critiche hanno forse anche questa radice lontana. Ma la battuta di Cazzola nasconde anche una profonda verità: se c’è una persona che può dare piena continuità alla Cgil di Cofferati, questo è proprio Epifani. Le loro storie sono molto diverse. Cofferati è perito meccanico ed è diventato sindacalista nella fabbrica dove lavorava, la Pirelli Bicocca di Milano. Iscritto al Pci da quasi trent’anni, ora è membro della direzione dei Ds. Epifani ha 52 anni, due meno di Cofferati, ha radici socialiste ed è laureato in filosofia. Alla Cgil lo portò nel 1974 Piero Boni, il leader della corrente socialista della Cgil prima di Agostino Marianetti e Del Turco. E lo fece entrare dalla porta di servizio: quella degli intellettuali. Prima all’Esi, l’Editrice sindacale italiana. Quindi all’ufficio economico. Risalgono a quel periodo i suoi rapporti professionali con Giuliano Amato.
      Nel 1979 il debutto sul campo di battaglia, come segretario generale aggiunto dei poligrafici. Nel 1991 entrò nella segreteria confederale per prendere successivamente il posto di Del Turco, quello da segretario generale aggiunto che toccava ai socialisti. Il momento era cruciale. L’anno precedente, dopo la firma del primo storico accordo sulla politica dei redditi, il leader della Cgil Bruno Trentin si era dimesso. Le dimissioni erano state successivamente ritirate, ma quel gesto era chiaramente la fine di un’epoca sindacale. Il Psi si stava sgretolando sotto i colpi delle inchieste di Mani pulite e anche nel sindacato i rapporti di forza erano stati messi in discussione.
      L’arrivo di Cofferati, com’era prevedibile, impresse una svolta alla Cgil. E anche alla carriera di Epifani. Che venne subito nominato vicesegretario. Nel frattempo maturava anche la sua conversione politica, sfociata nella costituzione, insieme ad altri sindacalisti della Cgil e della Uil, socialisti e repubblicani (fra gli altri Pietro Larizza, Franco Lotito, Adriano Musi e Raffaele Minelli), dell’associazione Riformisti europei, entrata poi nell’orbita diessina.
      Così ora Epifani, iscritto ai Ds, sarà il primo segretario generale «socialista» della Cgil. Un sindacato molto diverso da quello ereditato otto anni fa da Cofferati. Prima c’è stato lo sgretolamento della corrente socialista. Poi quello della sinistra interna, che si identificava in «Essere sindacato», il gruppo di Fausto Bertinotti: la sinistra interna si è riorganizzata solo recentemente sotto la sigla «Lavoro Società» guidata da Gian Paolo Patta, Giorgio Cremaschi e Ferruccio Danini. In un sindacato nel quale ormai i pensionati pesano per circa il 50%, Cofferati ha poi cercato di bloccare l’emorragia degli iscritti fra i lavoratori attivi. Che hanno ripreso a crescere. Alla fine del 2001 la Cgil aveva circa 5 milioni 400 mila iscritti, 170 mila in più rispetto a tre anni prima.
      E la battaglia sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha definitivamente qualificato la Cgil di Cofferati come il sindacato di «lotta». Marcando le differenze con Cisl e Uil, sindacati avviati ormai sulla strada della cogestione. Decretando forse la fine dell’unità sindacale. E questa è l’eredità che raccoglie Epifani.
Sergio Rizzo