Il Fatto quotidiano – Quando il regalo di Natale è il licenziamento

27/12/2018

Il ministro Luigi Di Maio è andato a trovare i lavoratori della Treofan di Battipaglia, azienda che produce rivestimenti in polipropilene. A ottobre, il colosso indiano Jindal ha acquisito la fabbrica dalla M&C – società fondata da Carlo De Benedetti – ma ancora non ha riattivato la produzione. 178 dipendenti sono da giorni in presidio per chiedere di rimettere in moto le linee. Di Maio aprirà un tavolo al ministero, intanto gli addetti continuano a trascorrere le feste natalizie in protesta. PROPRIO come i 40 lavoratori della Hammond Power Solutions di Marnate (Varese). Il 18 dicembre, poco dopo aver regalato loro i tradizionali cestini di natale, la proprietà canadese ha comunicato che saranno tutti licenziati. Al rientro partiranno incontri con i sindacati per cercare una soluzione che scongiuri gli allontanamenti previsti per l’inizio di febbraio. “Avevano appena assunto a tempo indeterminato un addetto dell’area commerciale – spiega Rino Pezone della Fiom di Varese – poi martedì alle 14 hanno distribuito i panettoni e alle 16 ci hanno detto che dal Canada hanno deciso di cessare l’attività a Marnate”. Il motivo, stando a quanto riferito ai sindacalisti dai vertici del gruppo, sarebbe il peso fiscale che in quello stabilimento supererebbe i ricavi, insostenibile per una società quotata in Borsa. Il sito del Varesotto – dove si producono trasformatori elettrici – è della Hammond Power Solutions dal 2013, quando la multinazionale ha prima acquisito un’azienda vicentina e poi si è appropriata della Marnate Trasformatori. Da allora ha sempre mantenuto l’attuale assetto di 40 dipendenti, fino a quando a settembre ha promesso nuovi investimenti e assunzioni. Nel frattempo ha chiesto un po’ di cassa integrazione ordinaria per cautelarsi da eventuali cali degli ordini. Nulla poteva far pensare a un epilogo cosi drastico.

Quello della Hps è uno dei fronti caldi del lavoro che non ha conosciuto tregua durante le feste. Un po’ come succede da anni nei centri commerciali d’Italia durante i giorni segnati in rosso sul calendario. Anche ieri, molti punti vendita hanno alzato le serrande sperando nello shopping di Santo Stefano. E non è mancata la risposta dei sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, che hanno proclamato lo sciopero in Toscana, Umbria, Lazio, Puglia e Sardegna mentre in Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia Romagna e nelle Marche i lavoratori sono stati invitati ad astenersi dal servizio. Il tema resta all’ordine del giorno della politica: è da tempo un cavallo di battaglia del M5S, che da quando è al governo ha promesso di restituire a commessi e cassieri il riposo di domenica e festivi (Natale, Pasqua e Ferragosto). Tuttavia, l’esecutivo ha scelto di non prendere iniziativa, lasciando che la proposta di legge presentata al Senato segua il fisiologico (e non velocissimo) iter parlamentare. L’idea è permettere l’apertura a rotazione al massimo del 25% degli esercizi commerciali. I sindacati chiedono il divieto assoluto di aprire nelle 12 festività, tra le quali il 26 dicembre e il 6 gennaio.

Anche gli addetti dei cali center sono spesso costretti al lavoro festivo. Questo ha creato malumore tra i somministrati del centralino Teleperformance di Fiumicino, dove si fa assistenza ai clienti di Apple e Iliad. Ai lavoratori è stato imposto un allungamento dell’orario di lavoro peril24eil31 dicembre: non più dalle 10 alle 18 ma dalle 8 alle 20. Quelle ore in più di riposo se le sono dovute riprendere con uno sciopero. “In quelle giornate – dice Fabio De Mattia della Nidil Cgil – la maggiorazione riconosciuta non è nemmeno adeguata”.