IL fascino della sconfitta – di Barbara Spinelli

08/07/2002





Editoriali e opinioni  



IL fascino della sconfitta

7 luglio 2002

di Barbara Spinelli

CONVOCANDO i partiti di centro-sinistra che compongono l’Ulivo e invitandoli a «insorgere» contro il patto sul lavoro firmato venerdì da Cisl e Uil, Sergio Cofferati ha precocemente rotto gli indugi e si è presentato come capo politico egemone dell’opposizione a Berlusconi. Lo ha fatto con impazienza, con insofferenza, con toni rancorosi verso chi ha sottoscritto l’accordo o non l’ha osteggiato con sufficiente vigore. «Anche se non sono un ansioso – così avrebbe detto -, non significa che io non sia vendicativo». Ha dato anche l’impressione di avere l’acqua alla gola, ed è per questo forse che non c’è senso di misura nel suo gesto, e c’è quello sgraziato riferimento all’opportunità di iniettare vendetta nella politica. Il suo esordio politico ricorda per certi versi quello di Berlusconi: egli si presenta come uomo esterno al gioco classico dei partiti, e la forza che schiera gli viene dagli interessi sociali che rappresenta, dalle piazze che sono state da lui mobilitate, dagli slogan semplificatori sui diritti violati che nelle piazze stesse sono stati scanditi.

Prestato alla politica, Cofferati incarna una tentazione antica della sinistra: quella di fuggire nel massimalismo ideologico, ogni volta che le elezioni sono perdute. Quella di farsi sommergere dal rivendicazionismo sindacale, per riconquistare potere e prestigio smarriti. A questo si aggiunge lo stato mal dissimulato di affanno e di fretta, che sembra animare il candidato sindacalista alla guida dell’Ulivo. E’ come se gli mancasse il fiato, come se ora o mai più si decidesse il suo futuro e quello delle sue visioni: è adesso che dovete schierarvi dietro la mia persona – grosso modo egli dice questo, al centrosinistra – è adesso che dovete far vostre le battaglie che intendo lanciare contro questo patto che ho definito scellerato. Cofferati è in difficoltà, e per questo fugge in avanti sfruttando la propria posizione di sindacalista, e precipitandosi nella politica sino a lederne gravemente l’autonomia da tutto ciò che con la politica non ha a che vedere.

Non solo: egli lede anche gli equilibri del proprio partito, i Ds, che all’ultimo congresso ha scelto il riformismo di Fassino e che non è più quello delle lotte contro la scala mobile, quando Berlinguer premeva su Lama perché la Cgil si arroccasse. Se in Cofferati c’è tanta ansia vuol dire che gli accenni alla sua persona nelle lettere di Marco Biagi non sono passati senza lasciar tracce. Che in coscienza egli lo sa: per sempre, ormai, il destino del professore ucciso resterà legato non solo alla figura di Scajola e alle parole volgari pronunciate da un ministro inadempiente, ma anche alla figura del capo sindacalista. Naturalmente nessuno pensa che la Cgil sia responsabile d’un crimine. Neppure Biagi lo pensava, e infatti nella sue lettere parlava non di colpe ma di criminalizzazione del suo operato e delle sue idee, e di toni minacciosi provenienti dai vertici Cgil.

Del resto non occorrevano le lettere per rivelare quel che era già sotto gli occhi degli italiani: la tecnica di criminalizzazione dell’avversario-traditore cui Cofferati aveva deciso di ricorrere, scagliando la forza d’urto leninista d’un apparato contro la solitudine di un uomo. Di questa criminalizzazione e di questi toni egli rimane responsabile, e una sua messa a punto in proposito è tuttora attesa. L’anatema pronunciato contro il supposto «collateralismo» di Biagi con destre e Confindustria ha avuto accenti troppo vetero-comunisti, per non pesare sui progetti presenti e futuri dell’aspirante leader dell’Ulivo. L’itinerario di Cofferati è significativo da molti punti di vista, non solo italiani ma europei.

E’ la storia di un leader che comincia la carriera come riformista moderato, quando nel ‘93 spinse la Cgil a convalidare l’accordo sull’abolizione della scala mobile, e che nel 2002 consegna la propria persona alla politica indossando gli abiti di un sindacalista inflessibile, ideologizzato, e aureolato dalla sconfitta: un sindacalista assai simile in questo al segretario del minatori Arthur Scargill, che negli Anni Ottanta fu non solo sconfitto da Margaret Thatcher, ma si rese responsabile del suicidio del potere sindacale nel proprio paese, suicidio ancor oggi palpabile. La volontà di egemonizzare politicamente l’opposizione a Berlusconi nasce da un disegno simile, al tempo stesso populista, antiriformatore e perdente. L’opposizione di Lafontaine in Germania al riformismo gradualista era di questa natura, così come lo fu per anni l’opposizione del laburismo di sinistra alla linea di Blair. Naturalmente c’è anche un calcolo che vuol essere realista, nell’offensiva di Cofferati e in chi sostiene la sua leadership dell’Ulivo.

La sinistra non può vincere se non è capace di includere anche i propri massimalismi, e solo Cofferati è in grado oggi di mobilitare – sull’articolo 18 – milioni di cittadini orfani di rappresentanza e frastornati dalle lotte di potere nell’opposizione. Vero è anche che non si può perdere per strada il voto certo, nel tentativo di conquistare quei voti incerti che minacciano, al momento decisivo, di scegliere il blocco avversario. Ma altrettanto vero è che sono questi incerti voti di centro che si rivelano ogni volta determinanti, nelle prove cui le sinistre europee sono sottoposte, e non solo per una questione di numeri ma di sostanza. La società sta cambiando a ritmi più rapidi di quanto la sinistra sia in grado di prevedere, nella sua compattezza tradizionale, e la sua volontà di governare non può ignorare gli estremismi ma non può neppure restarne ostaggio.

Quel che dicono Cofferati o Lafontaine o le sinistre trotzkiste in Francia non è in sintonia con quel che la maggioranza dei cittadini oggi sente: sul lavoro che sta mutando natura, sulle difese sindacali che concernono un gruppo di lavoratori sempre più esiguo, sui diritti che vengono sempre più spesso associati alla domanda di libertà che non alla domanda di uguaglianza sociale. D’Alema può risultare spiacevole e rischia nell’immediato l’impopolarità, ma quel che dice non è senza peso sulle sorti future della sinistra: «La battaglia per l’articolo 18 è giusta e condivisibile, ma non posso non pensare che quell’articolo si applica a una parte del mondo del lavoro che nel futuro sarà forse minoranza».

E’ quello che sembra pensare anche Rutelli, che in quanto leader dell’Ulivo non se la sente di chiudere a quella parte del mondo del lavoro identificata con la Cisl e la Uil. E che non può farlo, se vuol salvaguardare l’autonomia della politica e rifiutare la sudditanza di quest’ultima agli slogan e alle proposte referendarie di un solo sindacato. Per questo è così importante sapere quel che accade fuori Italia, perché le sinistre in Europa sono ovunque assediate e in declino. E ovunque si pone lo stesso problema: custodire il voto certo o persuadere nuovi elettori? Presidiare la fortezza d’un tempo o aprire le porte a nuove idee e nuove classi dirigenti? In Germania, proprio in questi giorni, le scelte di Gerhard Schröder vanno in direzione opposta a quella di Cofferati e della sinistra Ds.

Tutto sembrava perduto, almeno a giudicare dai sondaggi, quando il Cancelliere ha deciso di uscire dalla retorica della Terza Via e di fare sul serio le riforme promesse per anni. Ha affidato quindi il compito di elaborare un piano di riforma del mercato del lavoro a una Commissione presieduta da Peter Hartz, dirigente della Volkswagen, e ne è venuto fuori un progetto di radicale rivoluzionamento delle tutele garantite fin qui ai senza lavoro. Tutele che verranno drasticamente ridotte, se il disoccupato non accetta entro tempi brevi lavori a tempo parziale ridistribuiti da agenzie di collocamento che si occuperanno di «prestare» forza lavoro anche meno retribuito e meno garantito alle aziende bisognose.

L’estensione diffusa del part-time ricorda il patto sottoscritto dai sindacati olandesi fin dagli Anni Ottanta: un patto che a quel tempo salvò i sindacati da una gravissima crisi di rappresentanza, e che Cofferati continua ancor oggi a ritenere «non entusiasmante» (rivista «Italianieuropei», 3-2002, p. 15). Non è con entusiasmo che i sindacati tedeschi hanno accolto le conclusioni della Commissione Hartz, ma con senso di responsabilità e con cura, soprattutto, delle sfide future. Non è nell’immediato e sull’onda delle emozioni che tocca vincere ma domani, dentro una società in mutazione e assieme ad essa: questo sembra l’atteggiamento del sindacato Dgb, che subito si è dichiarato pronto a negoziare e si è guardato bene dal denunciare i collateralismi di Schröder con la Confindustria o le destre. Da quando sono uscite le proposte della Commissione Hartz le fortune della socialdemocrazia tedesca hanno mutato direzione, e il partito ha d’un tratto riguadagnato cinque punti nel sondaggi.

Lo stesso ministro dell’Economia del governo ombra democristiano, Lothar Späth, ha riconosciuto la serietà dell’avversario: «Le proposte della Commissione sono rivoluzionarie – ha detto – e se vinceremo saremo noi a metterle in pratica». Questa settimana è stata dura per tutti, in Italia. Si era aperta con le lettere di Biagi, e il governo sembrava ancor più colpito dalle disperate parole del professore di quanto lo fosse Cofferati. Poi è venuta la frase insultante di Scajola, e da quel baratro il centrodestra è in fin dei conti risalito: con le dimissioni del ministro dell’Interno, con un patto sul lavoro che per la prima volta associa il centro-destra a una parte del mondo sindacale, con la relazione del prefetto Sorge che denuncia le inadempienze e le indifferenze dei questori, dei prefetti, soprattutto del Viminale, per quanto riguarda le scorte a Biagi.

Chi è veramente in difficoltà, oggi, non è Berlusconi ma la sinistra: non abbastanza coraggiosa da imboccare la via di Schröder, desiderosa di non lasciar Cofferati troppo solo, troppo esposto, troppo perdente. Ma se l’Ulivo diventa cinghia di trasmissione di un solo sindacato, e del più inflessibile, il suo destino si preannuncia non solo difficile ma buio. È come se Blair e Schröder affidassero le proprie sorti non alle Commissioni Hartz, ma agli eredi di Arthur Scargill e di Oskar Lafontaine.