Il faro resta l’accordo del ’93

08/07/2002



Sabato 06 Luglio 2002

Il faro resta l’accordo del ’93
ROMA – Il Patto per l’Italia comincia con una data, luglio ’93. Non è un caso che proprio il primo capitolo del documento siglato ieri richiami espressamente la politica dei redditi sancita con quel Protocollo. E in un certo senso, quell’accordo e quella data diventano le fondamenta anche di questa intesa firmata, invece, senza la Cgil. Il Governo puntava a una conferma di quello strumento, riconoscendone l’efficacia nell’opera di risanamento pubblico ma anche ritenendolo una premessa indispensabile per lo sviluppo del Paese. Il risultato esibito ieri dall’Esecutivo è di essere riuscito in due traguardi: conferma di quel Protocollo e smantellamento della concertazione "bocciata" come l’acquisizione di diritti di veto. Ora si prova a coniugare il dialogo sociale («si tratta con chi ci sta») con il mantenimento di quei principi del ’93. L’adesione al Patto di Cisl e Uil, che si estende alla politica economica del Governo fissata con il Dpef e comprende la fissazione all’1,4% del tasso di inflazione programmata per il 2003, sembra mettere al riparo dai timori più forti. Quelli, cioè, che avrebbe alimentato e forse anche realizzato una rottura totale con il sindacato: una rincorsa salariale nei prossimi rinnovi contrattuali. L’incognita però resta. L’assenza della Cgil è infatti il punto interrogativo dell’autunno per il Governo, per le imprese ma anche, se non soprattutto, per Cisl e Uil. Le conseguenze dello strappo tra sindacati non sono ancora tutte visibili e non si limitano alla proclamazione dello sciopero generale separato della Cgil. Il problema saranno i rinnovi contrattuali d’autunno: se, cioè, la confederazione di Cofferati presenterà o no delle piattaforme da sola. La competizione sul salario è un terreno sindacale scivoloso soprattutto quando i rinnovi si fanno sulla base di un tasso di inflazione programmata che appare piuttosto distante da quella tendenziale. Dalla Cgil è già arrivato qualche segnale in questa direzione. I metalmeccanici sono già sul piede di guerra e non è un caso che il leader della Uil, Luigi Angeletti, abbia richiamato, in questi ultimi giorni il precedente contratto separato considerandolo un «flop» della Fiom. A dicembre, però, si ricomincia. E in un clima del tutto diverso da quello che pure produsse una firma separata di Fim-Cisl e Uilm-Uil. «Prima o poi bisognerà ritrovarsi», diceva il leader della Cisl la scorsa settimana riferendosi alla rottura con la Cgil. E i rinnovi rappresenteranno proprio questo: un ritrovarsi o un perdersi del tutto. Con conseguenze ed effetti naturalmente diversi anche in termini di obiettivi di politica economica fissati dal Governo, a partire dal controllo dell’inflazione. «La Cgil dica o no se sta fuori dalla politica dei redditi, da quel Protocollo del ’93 che porta la firma del presidente Ciampi», rispondeva Guidalberto Guidi, consigliere incaricato di Confindustria a Giorgio Cremaschi della Fiom che buttava a mare quegli accordi. Certo, vale la pena di ricordare che anche il Governo, nell’ultimo rinnovo del pubblico impiego, non ha dato il buon esempio elargendo un 6% circa di incrementi, di gran lunga superiori a quelli del settore privato.

Lina Palmerini