Il fallimento della legge 30: cresce il popolo dei precari

24/10/2005
    sabato 22 ottobre 2005

    Pagina 14 Economia & Lavoro

    Il fallimento della legge 30: cresce il popolo dei precari

      A due anni dall’entrata in vigore della normativa le condizioni dei co.co.co. sono peggiorate. Ricerca dell’Ires-Cgil

        di Giampiero Rossi/ Milano

          Trentenni, buona istruzione, orario lavorativo lungo. E precari. È questa la fotografia, tracciata da una ricerca Ires-Cgil, del popolo dei collaboratori a due anni dall’entrata in vigore della Legge 30 di riforma del mercato del lavoro.

            Una riforma che non ha trasformato in lavoratori stabili i «falsi collaboratori» (soltanto il 6,5% degli ex collaboratori ha oggi un contratto a tempo indeterminato), non ha creato nuovi posti di lavoro (il 7,3% degli ex co.co.co oggi non lavora più o lavora senza alcun tipo di contratto), non dà prospettive (solo il 6% degli attuali collaboratori pensa che allo scadere dell’attuale contratto verrà assunto), non ha migliorato le tutele (maternità, diritti sindacali, malattia). «In sostanza – spiega Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil – l’effetto della legge 30 sul mondo dei collaboratori non è stato altro che un passaggio più formale che sostanziale da una forma di collaborazione a un’altra».

              Nel dettaglio l’indagine mostra che, a due anni dalla legge 30, quasi la metà (46%) dei collaboratori coordinati e continuativi, i cosiddetti co.co.co., è oggi un lavoratore a progetto; della restante parte, il 23% è rimasto un co.co.co nel pubblico impiego, dove negli ultimi anni la pratica di attivare questo tipo di contratti si è ampiamente diffusa. Il 5,8%, invece, «è stato indotto dal proprio committente ad aprire la partita Iva, con un aggravio di costi, rischi e, in generale, con un aumento dell’incertezza». Il paradosso è che nella stragrande maggioranza dei casi questi lavoratori non sono affatto autonomi: non solo, infatti, il 76% degli intervistati lavora per un unico datore di lavoro, ma il 76,7% di essi lavora presso l’azienda, l’80% è tenuto a rispettare un orario di lavoro, e al 74% è richiesta una presenza quotidiana sul luogo di lavoro. «Colpisce inoltre il fatto – si legge nell’indagine – che oltre la metà dei collaboratori svolga un orario superiore a quello standard, ossia più di 38 ore a settimana. Eppure il 46% ha una retribuzione inferiore a 1.000 euro al mese».

                Quanto al profilo di tali lavoratori flessibili, «si tratta di un popolazione molto istruita, con un’elevata presenza di figure professionali medio-alte. Poco o nulla soddisfatti della propria situazione nell’80% dei casi: per la retribuzione, la mancata possibilità di crescita professionale, il mancato coinvolgimento nelle decisioni aziendali, le inesistenti tutele sociali.

                L’ambizione maggiore è la stabilizzazione della propria posizione lavorativa, ma c’è una buona fetta per la quale la questione previdenziale è la priorità: ma per quasi la metà dei lavoratori flessibili il reddito è troppo basso per permettersi versamenti più alti.

                  Secondo il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, il rapporto dell’Ires-Cgil «conferma che la legge 30 non ha creato occupazione stabile. Si è passati dal lavoro precario a un altro lavoro precario». E il segretario confederale Fulvio Fammoni, aggiunge: «Per il governo non è ancora tempo di bilanci, perché si rappresenterebbe evidentemente il fallimento pratico e teorico: l’emersione annunciata non c’è dunque stata, anzi, il clima di competizione al ribasso e di sostanziale impunità che deriva dalla legge provoca questi effetti». Perentorio anche gil giudizio del segretario generale del Nidil-Cgil, Emilio Viafora: «La legge 30 ha fallito».