Il Dpef bocciato due volte: «È insufficiente»

04/07/2007
    mercoledì 4 luglio 2007

    Pagina 2 – Primo Piano

    PENSIONI
    TRATTATIVA INFINITA

    Il Dpef bocciato
    due volte
    “È insufficiente”

      Salta l’accordo Scalini e incentivi non piacciono né all’ala sinistra
      né ai moderati né a Padoa-Schioppa

        STEFANO LEPRI

        ROMA
        È una censura doppia, in un solo giorno: il Dpef 2008-2011 del governo non è piaciuto né alla Commissione europea né al Fondo monetario internazionale. E se Bruxelles si muove in blocco contro 6 Stati dell’area euro, in testa la Francia, perché progettano un risanamento insufficiente dei loro conti pubblici nel 2008, quella che arriva dagli uffici del Fmi a Washington è una bocciatura mirata contro l’Italia, perfino irrituale nella sua rapidità. In entrambi i casi ci si preoccupa per ciò che potrà essere deciso per le pensioni. Peraltro, a Roma un accordo sulla previdenza è di nuovo lontano. Ieri appariva impossibile escogitare una qualsiasi soluzione allo «scalone» pensionistico che tenga insieme l’intero centro-sinistra. L’ipotesi abbozzata dal ministro del Lavoro Cesare Damiano (aumento dell’età minima per la pensione di anzianità a 58 anni anziché 60, con incentivi per chi resta e successiva verifica), valida per una intesa con i sindacati, non va bene né all’ala sinistra né all’ala moderata dell’attuale maggioranza.

        Se ne è discusso ieri sera a palazzo Chigi, tra Romano Prodi, Damiano, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e il sottosegretario Enrico Letta. Sull’ipotesi Damiano ora Cgil, Cisl e Uil sarebbero pronte a chiudere in fretta, nel timore di un rinvio a settembre (la Cisl lo dice a chiare lettere, anche la Cgil sembra pronta). Ma i 58 anni con incentivi continua a non gradirli Padoa-Schioppa perché costano troppo, e con le stesse ragioni alzano la voce molti riformisti o moderati nella maggioranza; mentre non piace per opposti motivi a Rifondazione comunista.

        L’incapacità di decidere rischia di mettere in forse anche gli aumenti alle pensioni basse, che in autunno dovrebbero consistere in 300-340 euro di una tantum, e nel 2008 in aumenti stabili. Qui i beneficiari sono tre milioni di pensionati (da 2,6 a 3,1 secondo le ipotesi), ben più numerosi degli 80 mila lavoratori interessati alla normativa sull’anzianità nel 2008. Dell’esatto numero dei pensionati a cui destinare gli aumenti Damiano continuerà a discutere con i sindacati stamattina. Sia il ministro del Lavoro, sia la Cgil ritengono che l’accordo sulla previdenza sia tutt’uno, e senza una parte non si possa fare l’altra.

        Intanto alla riunione di ieri sera a palazzo Chigi Padoa-Schioppa ha fatto presente che ormai gli occhi delle organizzazioni internazionali, e dei mercati, sono puntati sull’Italia; decisioni non responsabili in materia di pensioni potrebbero avere conseguenze gravi, per esempio sui tassi del debito pubblico. Se già il Dpef, con la sua esposizione trasparente delle difficoltà, non è piaciuto, non ci si può spingere più in là. Nel rapporto della direzione Affari economici dell’Unione europea, all’Italia si riconosce che «prevede di raggiungere il miglioramento strutturale richiesto nel 2007», la si biasima perché «uno scenario meno favorevole per gli sviluppi delle finanze pubbliche è emerso nel nuovo Dpef».

        Insolitamente energico, il giudizio del Fmi è stato formulato da una portavoce evidentemente su mandato superiore. Il nuovo Dpef, si dice, «non è ciò di cui l’Italia ha bisogno sia per mettere i conti pubblici su uno stabile sentiero di risanamento sia solo per raggiungere gli obiettivi di crescita ed equità fissati dal Governo»; l’obiettivo giusto era arrivare al pareggio di bilancio nel 2010, non nel 2011, mentre così si destina alle spese gran parte dell’extra-gettito fiscale; e l’incompleta riforma delle pensioni dà «ulteriore incertezza» ai conti.