«Il dono del governo alle imprese: il conflitto sociale»

15/04/2002





IL LEADER CGIL
«Il dono del governo alle imprese: il conflitto sociale»
      ROMA – Da buon interista Sergio Cofferati ieri pomeriggio ha gioito ai goal di Ronaldo: «Bravo, è tornato al momento giusto». Poi il segretario generale si è rituffato nel clima dello sciopero generale. E annuncia: «Saremo a milioni nelle piazze per fermare il governo». Anche perché l’esecutivo, per come si è presentato per "fare il tagliando" al convegno confindustriale, gli sembra in preda a contraddizioni e divisioni. Con una certa soddisfazione il leader della Cgil annota che il risultato del meeting emiliano è assai differente da quello di un anno prima. «Il motivo è che molte delle promesse fatte agli industriali da quello che sarebbe diventato il governo di centro-destra non sono state rispettate. Le aspettative della Confindustria sono rimaste deluse». Lo scarto tra le cose dette e quelle realizzate è notevole, basta pensare agli attesi vantaggi fiscali. «E non basta. Non solo le promesse si sono rivelate fasulle, ma in più il governo ha portato in dono agli industriali il conflitto sociale. Hanno voglia alcuni imprenditori a dire "non lo vogliamo", c’è già. Da mesi». Gli scioperi prima articolati e poi via via sempre più generalizzati hanno fatto registrare percentuali di adesione elevate. In più i dirigenti sindacali sottolineano che si è trattato di proteste molto uniformi sia per partecipazione sia per dimensione delle imprese sia per territorio. Anche nelle zone dove più radicato è il consenso elettorale al centro-destra le fabbriche si sono svuotate e le piazze si sono riempite. «Ma per molte imprese – sottolinea Cofferati – il conflitto si è rivelato dannoso. E perciò si fanno sentire. Per quanto io sia non particolarmente ottimista sulla ripresa che in tanti danno per imminente, qualche industriale comincia ad avvertire un minimo di movimento e vuole cogliere al volo l’occasione».
      Altri hanno problemi di riorganizzazioni aziendali ed è chiaro che in un clima di rissa è difficile che riescano a parlare con i sindacati e a concordare con loro le misure necessarie. «Gli uni e gli altri vorrebbero relazioni industriali corrette e poi, diciamolo pure, un imprenditore serio non ha interesse ad avere i sindacati divisi».
      Nelle parole del leader della Cgil, dunque, gli industriali italiani appaiono coinvolti in uno scontro che non era previsto. Soldati in una guerra che nessuno avrebbe dovuto proclamare. Le piccole aziende si trovano colpite dagli scioperi nonostante che le modifiche all’articolo 18 non le riguardino, le grandi considerano irrilevanti i progetti governativi e pure, loro malgrado, subiscono. «E di fronte a questa situazione di disagio cosa fa il gruppo dirigente della Confindustria? Accusa il governo di non aver fatto ciò che aveva promesso. Il governo rovescia l’accusa e dice loro "non mi avete aiutato". Il tutto produce uno stato di cose particolarmente fragile e instabile». Un’instabilità che può portare a scelte nervose come quella fatta con il ricorso alla delega sul provvedimento per il sommerso che sospende lo Statuto dei lavoratori. Giudicato da Cofferati «un blitz».
      E il sindacato con che spirito va allo sciopero generale del 16? «Concentrato sulla sua riuscita – risponde il segretario – perché in una condizione come l’attuale gli effetti di un successo possono essere consistenti». Insomma se Silvio Berlusconi cita la Thatcher, Cofferati gli risponde «io non sono Scargill, il leader dei minatori inglesi» che persero contro la Lady di ferro. «Il sindacato italiano è un’altra cosa. Basterebbe una rapida occhiata ai testi di storia per capirlo. Noi siamo i veri riformisti, non lui». Al leader della Cgil dà fastidio che governo e Confindustria alla ricerca di modelli d’azione un giorno invochino la Thatcher e l’altro lodino l’esperienza olandese. «Ma quella è un’altra cosa! E’ l’opposto del thatcherismo. E’ una pratica di corrette relazioni sindacali. Ma dico di più: persino la Spagna di Aznar è un’altra cosa. Lui non ha mai coltivato l’obiettivo di dividere i sindacati».
      Volendo spaccare il sindacato il governo però finora li ha uniti. E anzi domani in sciopero con Cgil-Cisl-Uil ci sarà anche l’Ugl, il sindacato di destra. «L’Ugl ha fatto una scelta corretta. E positiva».
      Che dimostra, tra l’altro, come all’interno della maggioranza le contraddizioni siano forti. «Parlano della Thatcher ma in realtà in loro c’è una miscela fatta di suggestioni liberiste e di tanto populismo». Non è un caso, secondo Cofferati, che il governo abbia lasciato la sospensione dell’articolo 18 per gli assunti con contratti a tempo determinato solo per il Sud. «In questo modo si sono tolte le castagne dal fuoco a Bossi che aveva paura di subire contraccolpi nei suoi collegi».
      Ma dopo lo sciopero di martedì cosa accadrà? Il presidente della Confindustria ha teso la mano al sindacato. «Non date retta, sono espedienti tattici. – replica Cofferati – Lo stesso D’Amato il giorno prima aveva sostenuto la cancellazione dell’articolo 18 per tutti». Secondo il segretario della Cgil non è chiaro cosa succederà nei prossimi giorni e occorre «fare una cosa per volta». Le battute che pure circolano nel sindacato per cui dopo uno sciopero generale c’è un altro sciopero generale non lo sollecitano. L’obiettivo è chiaro: stralciare dalla delega l’articolo 18 e l’arbitrato. La tattica va scelta passo dopo passo. «E comunque la riuscita dello sciopero allargherà le divisioni e le contraddizioni nel governo». La Cgil, dal canto suo, sembra attrezzarsi sul lungo periodo e dopo le manifestazioni ha convocato per fine mese un convegno economico per allargare l’iniziativa a tutti i temi della politica economica del governo.
      Infine in tanta instabilità gli Editori Riuniti hanno rubato il tempo a tutti: a fine mese dovrebbe uscire, opera di una giornalista romana, Nunzia Penelope, la prima biografia del Cinese. Titolo (decisamente cinematografico): «L’ultimo leader».
Dario Di Vico


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