Il disperato caso del pov. Tremonti

06/03/2003



5 marzo 2003

          DICHIARAZIONI DEI REDDITI
          Il disperato caso del pov. Tremonti

          ALESSANDRO ROBECCHI
          Ci si chiede sovente: troveremo mai qualcosa che fa più ridere di Tremonti? Ora quella cosa c’è: la dichiarazione dei redditi di Tremonti. Già: nelle dichiarazioni al fisco di deputati e senatori, relative all’anno scorso, Tremonti Giulio ha un bello zero tondo tondo al posto dell’imponibile, e anzi chiede indietro al fisco 96 milioni di vecchie lire. Insomma: è stato derubato dall’erario, è finito rovinato, è passato da un reddito imponibile di quasi dieci miliardi a una miserrima dichiarazione di 296 milioni che, tolti gli oneri deducibili (300 milioni) fa zero e pure meno. Questi sono i conti dell’uomo che ha in mano i conti del Paese. Ecco, da oggi la frase disperata «in che mani siamo» assumerà un diverso significato, più profondo ma anche, ahinoi, più reale. Giulio mani di forbice è un’eccezione. Pare invece che per gli altri ministri e politici (soprattutto della maggioranza) il miracolo italiano abbia funzionato alla grande, con ben tre milionari (in euro: in lire sono miliardari) seduti nel consiglio dei ministri. Uno, manco a dirlo, è Silvio, con i suoi quasi 22 miliardini (21.813.591.000 di lire). Ha venduto un’Audi 100 e persino una Dyane (ma sì, una Dyane, quel fricchettone!) e ha superato Gianni Agnelli Buonanima di quasi 7 miliardi di lire. Se siete capaci di fare due più due, sappiate che Lunardi si piazza terzo con un miliardino e briciole (1.238.966.000), e quindi il conflitto di interessi paga, eccome, visto che i due più macroscopici conflitti d’interesse del Paese (e del mondo) si piazzano primo e terzo nella classifica dei ricconi. In mezzo, un altro Ministro, Lucio Stanca, responsabile dell’innovazione. Tanto innovativo che in un anno ha migliorato il suo imponibile di cinquanta volte, arrivando alla bella cifra di 2.712.717 euro.

          A parte questi casi clamorosi, e l’ancor più clamoroso caso del terremotato Tremonti, il resto della pattuglia d’arditi che ci governa si attesta sotto la soglia del miserrimo miliardino di lire l’anno e anche meno. Un reddito che in un anno Silvio regala in orologi ad amici e parenti. Ecco Marzano (287.000 euro), il dottor Sirchia (281.000), Mirko Tremaglia (228.000), giù giù fino al ministro Martino (157.242 euro), per chiudere con il povero Matteoli con 128.000 euro, che conferma con la sua dichiarazione che l’ambiente non paga. Prima notazione, quindi: nel governo Berlusconi, la distanza economica tra il padrone e le maestranze è clamorosa. Va meglio agli amici: oltre due miliardi di lire si attestano Previti e Dell’Utri.

          E i famosi leader? Poca roba: Pecoraro Scanio, Fassino e Bossi sono tra i primi, ma con cifre – mi consenta – da poveracci (tra i 100 e i 150 mila euro). E’ il segno che la politica, intesa come impegno a tempo pieno, è un affare non troppo redditizio: se uno non ha anche qualche aziendina, qualche tivù, qualche giornale, e qualche altro migliaio di attività non vale quasi la pena. E anche questi famosi avvocati che, come dice Silvio «mi sono costati 500 miliardi», beh, non sono poi così cari: Pecorella, che per arrotondare fa anche il presidente della Commissione Giustizia, supera di poco il miliardo e duecento milioni.

          Naturalmente si può cogliere fior da fiore e divertirsi un mondo. Ma resta il fatto che chi governa il Paese ha un reddito di circa una ventina di volte superiore al reddito medio. Si sa che le medie mentono, ma in questo caso fanno pure le linguacce.

          Per carità, non spargiamo demagogia a piene mani, che si sporca il pavimento. Però si dà il caso che i titolari di questi redditi medio-alti, alti e stellari sono poi quelli che disquisiscono in punta di diritto se è meglio levare dal paniere dell’inflazione il riso soffiato per metterci, che so, le patate novelle. Il paese surreale decide sulla vita del paese reale, la fantasia supera la realtà, e le fa marameo.

          Resta, compagni, il disperato caso del povero Tremonti, per il quale forse servirebbe una mobilitazione di popolo, una sottoscrizione, un’azione di beneficienza, o addirittura un’operazione arcobaleno con container di viveri e bende. Pare di vederlo mentre, al telefono col commercialista, rivede al ribasso le stime di crescita. Per il paese, per l’azienda Italia (oddio!) era partito dal 3%, per scendere fino allo 0,6%, ed è ancora troppo rispetto al vero. Per le sue finanze personali va pure peggio. E in più è in credito col fisco. Roma, ladrona, rendi a Tremonti il suo malloppo