Il declino economico e la terapia inesistente (M.Riva)

24/09/2003

 

 mercoledì 24 settembre 2003
Pagina 17 – Commenti
 
 
Il declino economico e la terapia inesistente

MASSIMO RIVA


«NON mettiamo le mani nelle tasche degli italiani – ha detto Giulio Tremonti nell´illustrare la nuova Finanziaria in tv – anzi stiamo cercando di mettervi qualcosa in più». Proposito ottimo, se non fosse che il ministro ha scelto il giorno più sbagliato per annunciarlo. Intanto, perché in mattinata le prime stime sull´andamento dell´inflazione di settembre hanno confermato che la corsa dei prezzi non rallenta, perfino a dispetto della prolungata stasi dei consumi. Poi perché, nel previsto incontro del pomeriggio, i sindacati hanno avuto buon gioco nel fargli notare che ci pensa già il carovita a togliere soldi dalle tasche degli italiani, chiedendo – senza avere risposta – che cosa il governo intenda fare per difendere il potere d´acquisto dei cittadini.

La manovra di bilancio per il 2004 si sta così avviando al parto finale in un clima di vistoso peggioramento dei rapporti fra governo e interlocutori sociali. Perfino la Cisl e la Uil, che pure Berlusconi era riuscito a dividere dai "comunisti" della Cgil, sono sul piede di guerra e i loro leader non solo denunciano insoddisfazione per i contenuti della Finanziaria, ma minacciano a voce sempre più alta il ricorso allo sciopero generale qualora il governo volesse fare qualche intervento sulle pensioni. Tant´è che nella maggioranza stanno emergendo crepe profonde un po´ su tutti i temi di fondo: dalla patata bollente del sistema previdenziale al condono edilizio. Il ministro dell´Economia sta tentando di forzare il passo di qualche manovra straordinaria perché si sente l´acqua alla gola dei conti che non tornano, mentre il suo collega del Lavoro si sta adoperando come un acrobata per non rompere l´esile filo del dialogo con i sindacati. Il risultato è un marasma generale, nel quale ognuno va per suo conto, dando la netta sensazione che non esista su quasi nessun punto una posizione che possa essere definita come quella del governo. Al punto che la riunione del Consiglio dei ministri per il varo della Finanziaria, già prevista per venerdì, è stata rapidamente aggiornata a lunedì 29, penultimo giorno utile secondo la legge.
In questo clima di confusione, la giornata di ieri ha dato al Paese una sola, drammatica, certezza: la forbice fra l´inflazione domestica e quella del resto d´Europa stia diventando più larga, con una duplice conseguenza negativa. Da un lato, gli italiani perdono potere d´acquisto più velocemente di quasi tutti gli altri concittadini del vecchio continente. Dall´altro lato, le nostre imprese esportatrici vedono ridursi inesorabilmente i già scarsi margini di competitività di prezzo dei loro prodotti, soprattutto sui mercati più ricchi di Germania e Francia. Il tutto – sia detto ormai solo per inciso – a dimostrazione che, con la corsa dei prezzi, l´adozione dell´euro c´entra come i classici cavoli a merenda. (Figuriamoci, del resto, a quali picchi sarebbero oggi l´inflazione e il costo del denaro se ancora nel Bel Paese circolasse la vecchia lira).

Sul che fare in questa situazione poco allegra non mancano iniziative volonterose da parte di alcuni Comuni. A Roma, Milano, Napoli, per esempio, si stanno organizzando intese con gruppi di commercianti per offrire ai cittadini panieri di spesa a prezzi calmierati. Anche questi ottimi propositi, forse anche utili, ma che assomigliano molto all´aspirina somministrata al malato di polmonite. Sì, magari la febbre momentaneamente può pure scendere: resta il fatto che la cura dei sintomi non debella una malattia finché non si affrontano le cause primarie della medesima. Il divario d´inflazione con il resto dell´Europa industrializzata mette in luce, infatti, che la dinamica dei prezzi italiani è più veloce perché – anche al lordo degli abusi di pochi o tanti speculatori – paga dazio alle arretratezze strutturali del sistema in termini di scarsa concorrenza, di blocchi nella distribuzione e nei trasporti, di costi della bolletta energetica.
Si prenda il caso della zucchina che quadruplica o quintuplica il suo prezzo – come ha documentato questo giornale – nel passaggio dal produttore veneto al consumatore milanese. Esosità degli intermediari? Sì, anche. Ma occorre tener presente che il camion che trasportava quegli ortaggi avrà dovuto sorbirsi un´ora e forse più di vana coda soltanto per fare i pochi chilometri della ormai celebre tangenziale di Mestre. E, purtroppo, di questi sovraccosti da inefficienza strutturale il nostro sistema è pieno. Per scaldare una serra in cui coltiva, l´agricoltore italiano paga una bolletta ben più salata del suo omologo francese, tedesco, olandese. È, insomma, in una lunga serie di cause reali e oggettive che lo zoccolo duro dell´inflazione italiana trova fondamento e sostegno per resistere a qualunque tentativo di scalfirlo.
Solo che proprio qui siamo alla nota più dolente: di una terapia per aggredire le radici del morbo inflazionistico – come hanno fatto notare i sindacati – non si scorgono neppure le più pallide avvisaglie. Si balbettano proposte risibili come la stampa della banconota da un euro, ma in sostanza il governo appare latitante su un tema che pure tocca quotidianamente le tasche dei cittadini. Una conferma eloquente: lunedì alla Camera era previsto un dibattito sulla questione dei prezzi, invece non se n´è fatto nulla perché il governo ha disertato l´appuntamento. «Per un disguido», ha avuto l´impudenza di dire il ministro dei Rapporti col Parlamento. Con ciò dando la prova provata dell´imbarazzo che il nodo dell´inflazione crea al governo Berlusconi per l´inconfessabile consapevolezza di non aver fatto nulla di utile in materia e forse di non saper neppure da che parte cominciare a fare qualcosa.
In queste condizioni, a chi si chiede perché i prezzi corrono, vale una sola risposta: ma perché non dovrebbero?