Il crollo dell´impero Ferri

04/12/2003

BARI

GIOVEDÌ 4 DICEMBRE 2003

                Il crollo dell´impero Ferri
                1- Manette al gruppo Ferri
                2- Il magistrato
                3- Le intercettazioni
                4- Da Riccardo a Vito la dinasty del no food
                5- Nei guai Peppino, sindacalista e poeta
                6- Lusso sfrenato e mega truffe

IL CASO FERRI
Manette al gruppo Ferri
Raffica di arresti per bancarotta: un buco da 400 milioni

      La Cgil ha revocato l´incarico a Scognamillo ai domiciliari
      Il trucco fino a quando è stata creata l´Arepo che a sua volta ha ingannato la famiglia
      I titolari dei punti vendita costretti a pagare debiti fantasma o a chiudere il negozio
      Tra i reati contestati: associazione a delinquere finalizzata alla truffa e anche ricettazione familiare
      Il meccanismo: l´azienda vantava crediti falsi con i quali otteneva denaro contante dalle finanziarie

      GIULIANO FOSCHINI

      Un gigantesco sistema di scatole cinesi, società fantasma create una dentro l´altra come fossero matrioske, che in due anni hanno provveduto a far sparire 400 milioni di euro provenienti da banche, società di factoring e creditori. Il colosso Ferri, supermercati non alimentari con 400 punti vendita in tutta Italia, si è sgretolato ieri mattina nelle stanze del tribunale di Trani. All´alba il giudice per le indagine preliminari Michele Nardi ha ordinato l´arresto di otto persone, tra cui anche Riccardo Ferri considerato dagli inquirenti il vero deus ex machina dell´operazione. E disposto la misura cautelare (obbligo di dimora e interdizione di ogni carica amministrativa e rappresentativa societaria) per gli altri cinque componenti della famiglia Ferri (Francesco, Antonio, Filippo, Giuseppina e Vito, 21 anni, figlio di Riccardo). In manette sono finiti Fabio Melcarne amministratore dell´Arepo, società che da oltre un anno aveva assunto la parte sana del gruppo; Antonio Purificato, dirigente dei Ferri e direttore generale di alcune aziende collegate; Roberto Tarricone, gestore della contabilità e dei rapporti finanziari e contrattuali delle società infra-gruppo; Savino Leone, perché tenutario delle scritture contabili.
      Hanno beneficiato degli arresti domiciliari: Riccardo Ferri, promotore e organizzatore delle attività gestionali della società; Francesco Scionti, gestore e coordinatore dei punti vendita; Nicola Colella, perché creditore preferenziale della ditta fallita Genesi; Giuseppe Scognamillo, sindacalista, responsabile provinciale della Filcam Cgil, l´uomo che aveva sempre curato le problematiche sindacali legate al gruppo, che secondo l´accusa ha ricevuto in regalo dai Ferri una macchina e 2000 euro per l´acquisto di 250 copie del suo libro di poesie "I miei aquiloni". I reati contestati vanno dall´associazione a delinquere finalizzata alla commissione di truffa, alla bancarotta fraudolenta per distrazione, preferenziale e documentale, alla ricettazione familiare. Nel corso della stessa operazione sono state messe sotto sequestro preventivo le 18 società collegate alla holding. E´ la prima volta che avviene in Italia.
      Sono stati sequestrati anche 60 immobili (appartamenti, ville, terreni), 35 automezzi (tra cui il parco auto e moto storiche di Filippo Ferri), titoli di credito e azioni, il tutto per un valore complessivo di 72milioni e 500mila euro. L´ordinanza emessa dal gip Nardi è arrivata su richiesta del procuratore della Repubblica, Nicola Barbera, e del sostituto, Antonio Savasta. L´indagine, condotta grazie alle indagini del Gico della Guardia di Finanza di Bari, sono durate sei mesi e come ha spiegato Savasta «questa è solo la punta di un iceberg».
      L´attività criminosa è cominciata secondo gli inquirenti nel gennaio del 2002 quando le banche, a causa delle importanti esposizioni preesistenti e al fallimento della società madre, la Genesi, decisero di non concedere nuovi crediti. La famiglia fu così costretta a rivolgersi ad alcune società private di factoring, soprattutto del nord, alle quali nel giro di un anno hanno sottratto 50 milioni di euro. Il meccanismo era sempre lo stesso: i Ferri vantavano dei crediti (falsi) nei confronti dei titolari dei loro punti vendita. Ricevevano così denaro contante dalle società di factoring che prontamente facevano confluire in appositi conti scheletro accesi dalla nuova società Ferri s.p.a. (e in seguito da altre sigle) in un piccolo istituto di credito pugliese, la Banca Rurale di Castellana, soldi che in qualche giorno sparivano per finire o nelle tasche dei Ferri oppure sul conto di altre società fittizie. Quando le finanziarie vantavano i crediti fasulli nei confronti dei rivenditori, i Ferri minacciavano: «O paghi, o ti ritiriamo il marchio».
      Risultato: molto dei punti vendita hanno chiuso, molti altri hanno querelato. Il gioco ha funzionato fin quando è stata creata l´Arepo (nata sulle ceneri della Nowa), società di cui Melcarne detiene le quote di maggioranza. L´Arepo ha preso in fitto il marchio della Ferri, il centro direzionale e tutti i migliori punti vendita, ma Melcarne non ha mai pagato a Riccardo Ferri il corrispettivo dovuto (si parla di 27 milioni di euro): «Ecco così Ferri passare da truffatore a truffato», ha spiegato Savasta. Ferri tenta di rimediare al danno, fondando una nuova società, la Ferri Logistica. Questa volta l´operazione non gli riesce: mirava all´amministrazione controllata, e invece i tre commissari incaricati della relazione finiscono in galera.
      Parallelamente a questa vicenda, c´è un piccolo giallo: il tribunale fallimentare di Milano, «andando contro tutta la giurisprudenza e le competenze territoriali», spiega il procuratore capo Nicola Barbera, «ha concesso i benefici della Prodi-bis a due società del gruppo. Voglio capire cosa li abbia spinti verso questa decisione».
      Le reazioni: l´Arepo, «esprimendo solidarietà a Melcarne», si dice estranea ai fatti legati ai Ferri. La Cgil ha revocato l´incarico a Scognamillo. Mentre i legali del Gruppo Ferri sono preoccupati per le sorti dei lavoratori.

IL MAGISTRATO
Parla il pm Antonio Savasta
«Il nostro obiettivo è salvare il posto di 700 lavoratori»

      Adesso l´obiettivo primario diventa tutelare i lavoratori. «Il senso principale di questa inchiesta è sociale. La nostra è una funzione di recupero e non punitiva. Cerchiamo di salvare il salvabile». Il sostituto procuratore Antonio Savasta, che da luglio di quest´anno ha preso in mano l´inchiesta del Gruppo Ferri, spiega come il primo intento della procura sia quello di tutelare i 700 lavoratori che gravitano intorno al gruppo. «Attraverso il sequestro preventivo di tutte le aziende della holding, caso unico in Italia, stiamo cercando di recuperare alla cattiva gestione degli amministratori Ferri».
      In seguito agli arresti cosa cambierà per i lavoratori?
      «Abbiamo nominato come custode giudiziale di tutti beni sotto sequestro cautelativo, il professor Agostino Meale, ordinario di economia a Lecce. Si tratta di una nomina di garanzia».
      Quale saranno i suoi compiti?
      «Da oggi il professor Meale ha pieni poteri gestionali. Farà tutto il possibile per rimettere in ordine i bilanci e dare le dovute rassicurazioni ai dipendenti che temono per il posto di lavoro».
      Che ruolo avranno in quest´ottica le componenti sociali?
      «La procura auspica che ci sia la massima collaborazione tra Meale e i sindacati».

      (g.f.)

LE INTERCETTAZIONI
Il colloquio tra Melcarne dell´Arepo e un amico: "Nessuno poteva sostenere che l´azienda è sana"

«So quanto hanno pagato per convincere i commissari…»

      "Gli ho detto che non sapevo di cosa parlasse e di non farmi mai più simili richieste"
      "Riccardo Ferri è venuto da me per chiedermi soldi da versare a quelli lì"

      Fabio Melcarne, rappresentante legale della Arepo, la società che gestisce il marchio Ferri, in seguito agli arresti dei tre commissari giudiziali (Enrico Santoro, Marco Mariani e Andrea Lazzoni) parla al telefono con un tale Giovanni, suo amico. Discute della relazione dei tre periti e del possibile passaggio della Ferri Logistica all´amministrazione controllata.
      Melcarne: è tremenda?Gio?non abbiamo avuto modo di commentarla molto? cioè lì ci sono professionisti di 58, 55 e 35 anni?Ti dico le ultime vicende? allora il più giovane è uscito dopo due giorni cioè, nel senso che ha avuto gli arresti domiciliari? notizia pubblica? li ha avuti perché ha tirato fuori una e-mail in cui si dichiarava espressamente contrario alla relazione positiva e ha dichiarato di essere sempre stato contrario. Di aver subito pesanti pressioni. Gli altri due, l´altro ieri erano ancora in galera, hanno cominciato a fare affermazioni abbastanza contrastanti l´uno con l´altro?
      Giovanni: Gli avranno messo il marocchino in cella, insomma.
      M.: Probabilmente
      G.: E´ allucinante, perché da quello che io ho letto, non è che sono dentro perché hanno rubato, sono dentro per aver scritto delle cose? francamente è una di quelle che cose che dici, mamma mia! Questo può succedere a chiunque? Adesso qualunque cosa sia successa, io non lo so, ma mi sembra abnorme come provvedimento.
      M.: Questa è la prima impressione che fa a tutti? dopo di che vale la pena di andare più a fondo sul perché il giudice l´ha fatto. Da quello che so io veramente è palesemente falso che Ferri logistica avesse i requisiti per essere un´azienda sana. E questo lo so perché conosco i numeri di quella azienda, no? Neanche un ignorante potrebbe dirlo che è un´azienda sana, guardando tre numeri, mi segui? Ecco invece questi l´hanno proprio detto. E l´altra cosa che so, perché me l´ha raccontata Riccardo Ferri, è quanto è costato farglielo dire?(Malcarne in questa telefonata non dice la cifra, ma secondo quanto riferito agli inquirenti da alcuni dirigenti del gruppo, Ferri gli avrebbe chiesto per i commissari 500mila euro).
      G.: Cioè?
      M.: Riccardo Ferri era venuto ad Arepo per dire "c´è bisogno di soldi per pagare i commissari"? ed io, cioè Arepo, ho detto che diamine, di che stai parlando, non ti permettere mai più?
      G.: Sì, sì
      M.: Ora voglio dire, era impossibile pensare che Ferri logistica era una società?Comunque quello che ha fatto il tribunale di Trani, adesso, ha nominato altri tre commissari ed ha chiesto a loro di fargli una nuova relazione?è un approccio condivisibile, visto che questa relazione è così palesemente falsa, sentiamone una corretta, no?
      La discussione prosegue, e i due discutono di un altro affare: due società ad amministrazione straordinaria comprate da un socio di Melcarne, V., con cui pochi giorni prima aveva pranzato a Rimini.
      M.: Mi ha detto V. che una della due società non la stava più comprando perché costava troppo la commissione, poi il ministero ha cambiato i commissari e allora hanno chiuso l´affare. Quindi queste cose è sempre così?infatti, quando ho detto a V. che avevano arrestato i commissari, lui ha detto: ah, capisco tutto!
      G.: Vabbè senti staremo a vedere insomma?.
      M.: ?. Comunque molto meglio questo fango che piuttosto i commissari che eseguono gli ordini dei signori Ferri come sembrava stesse succedendo, no?

      (g.f.)

PROTAGONISTI
Da Riccardo a Vito la dinasty del no food

      Riccardo Cataldo Ferri, 45 anni, è il vero punto di riferimento di tutte le società del gruppo. Essendosi dimesso da tutti gli incarichi amministrativi, ha ottenuto i domiciliari. Nel gruppo, che consta di 18 società per 400 punti vendita, si occupava della parte amministrativa e informatica. Suo figlio Vito, di 21 anni ? al quale era intestato una società, la "Irons" ? è agli arresti domiciliari. Tempo fa litigò con i fratelli. Si parlò di lui per un alterco, nelle Marche, con un fornitore.

IL PERSONAGGIO
Nei guai Peppino, sindacalista e poeta
Dopo le voci il provvedimento dei giudici: l´accusa è che sia stato corrotto dall´azienda. "Ci fidavamo di lui"
Auto di grossa cilindrata in regalo e un libro pubblicato a spese della ditta
"Spero dimostri la sua estraneità a queste accuse pesanti"

      «Peppino? Era sempre molto cordiale, con noi lavoratori. Con noi era gentilissimo. "Cara amica", mi chiamava sempre. Quando sono rimasta senza lavoro e senza soldi e l´ho chiamato, però, mi ha liquidato con freddezza». "Peppino" è Giuseppe Scognamillo, segretario territoriale e membro del Direttivo nazionale della Filcams Cgil. Tutte queste cariche ora non le ha più: il suo sindacato l´ha sospeso "cautelativamente" affermando anche: «Ci auguriamo che sappia dimostrare la sua totale estraneità alle accuse pesanti che gli vengono rivolte. E, nello stesso tempo, riconfermando la piena fiducia nell´operato della Magistratura a tutti i livelli, auspichiamo che il suo lavoro proceda nei tempi più rapidi possibili».
      Scognamillo, nato a Napoli nel ?47, è una figura storica del sindacato in provincia di Bari. Meno nota era la sua passione per la poesia. Un´attività che lui ha preso così sul serio da scrivere persino due libri. Uno dei quali è entrato a far parte del fascicolo della Procura di Trani: "I miei aquiloni". La Genesi ne aveva acquistate 250 copie da distribuire gratis, compensandolo con 2000 euro. Come mai questa "strana" elargizione? E la macchina regalata dall´azienda? Se ne parlava da tempo, fra i lavoratori, ma ora le chiacchiere sono diventate un´accusa precisa, la peggiore da rivolgere a un sindacalista: di essere stato "comprato" dall´azienda per fare gli interessi non dei lavoratori ma dei suoi dirigenti.
      Ora i lavoratori sono persi, come se avessero preso una grande botta. «Ci fidavamo di lui. Ci portava le notizie, ci faceva sapere quel che succedeva», dice Mimmo D´Oria, dipendente Ferri con la tessera Cgil. Si mostrava sempre ottimista, sul futuro della vertenza, Scognamillo, anche di fronte ai dubbi dei cronisti e degli altri sindacati. «Va tutto bene». Ora D´Oria non sa che dire: «Brancoliamo nel più totale buio. Non si sa niente, né se potremo ottenere la cassa integrazione né se potremo avere i benefici dell´amministrazione straordinaria. Almeno centottanta di noi sono senza lavoro. Tutte quelle cose sul conto di Scognamillo proprio non le immaginavamo».
      Eppure si sapeva che nelle aziende del gruppo Ferri si poteva essere licenziati con un battito di ciglia, che i dirigenti arrivavano a imporre il prolungamento dell´orario di lavoro senza aumentare lo stipendio, che la flessibilità era estrema: alcuni si sono ritrovati a fare persino i baristi personali del bar dove Riccardo Ferri aveva le sue costosissime bottiglie di champagne. "Peppino il poeta" questo non lo vedeva: componeva versi. Di questo tenore: «Quanti segreti? nascondono gli uomini/ quanti piccoli e grandi segreti non si diranno mai/ quanti segreti? vorremo dire e non/ diremo mai/ quanti segreti vorrei svelare/ molti di questi preferisco/ raccontarli sempre a me stesso». Chi proverà a riparlare di sindacato in futuro a Corato, non avrà vita facile.
      (da.c.)

Lusso sfrenato e mega truffe
il tramonto di un impero
Dalla bottega di Corato ai 400 punti vendita. Fuoriserie, feste miliardarie e champagne
Nel 2002 le banche hanno chiuso i conti
Uno yacht ormeggiato nel porto di Trani e nei garage fuoristrada e auto d´epoca
Piscine con le onde con attrici e politici che facevano a gara per essere invitati ai party

DAVIDE CARLUCCI

      Di "Polvere delle rose", ormai non è rimasta che la polvere. Con gli arresti di ieri non s´è sbriciolato solo un impero economico, ma anche il bel mondo che girava intorno a imperatori e principi. E che aveva nella lussuosa megastruttura di Corato, dove le piscine avevano le onde e si poteva fare anche a meno del mare di Trani, il suo palchetto dorato. Quando i Ferri erano in auge, era lì che si celebravano i riti mondani dei più osannati imprenditori pugliesi degli anni Novanta. Che gente, a "Polvere delle rose", e che donne: da Nina Moric a Valeria Marini, da Eva Grimaldi a Luisa Corna, i fratelli che avevano conquistato il "no food" non si facevano mancare niente. Neanche i politici: tra gli invitati figuravano il governatore Raffaele Fitto e Salvatore Mazzaracchio, l´assessore alla Sanità coordinatore regionale di Forza Italia. E tra i frequentatori dei magnati dei casalinghi non poteva mancare Gabriella Carlucci, anello di congiunzione tra le due cerchie di amicizie, già soubrette e ora parlamentare azzurra eletta in quel di Corato.
      Ma il mondo sfavillante che nelle grandi occasioni s´illuminava nelle notti coratine era nato dal sudore. Quello che ha imperlato la fronte di Vito, il capostipite della famiglia che negli anni Sessanta partì con un piccolo negozietto che ancora esiste (meglio: resiste) a Corato in via Ruvo. Da lì partì la Grande Scalata che portò un piccolo commerciante a diventare il più importante grossista di "no food", termine inglese che indica tutto quello che si può vendere in un supermercato tranne il cibo (per gli esseri umani: quello per animali, il "pet food" è invece ammesso). Morto Vito, furono i figli Riccardo, Tonio, Filippo e Francesco a prendere le redini dell´azienda e a portarla, nel corso degli anni ´90, verso i fasti del franchising: il cognome di papà Vito diventò un marchio che commercianti di tutt´Italia potevano prendere in gestione, stipulando contratti con i suoi figli, ai quali, ovviamente, andava una parte dei guadagni.
      Se sulle soglie del Duemila ci fosse stata una macchina contasoldi capace di registrare il flusso di denaro che arrivava giornalmente nelle casse di casa Ferri, si sarebbe visto, come nei film degli anni Trenta, un vorticoso ruotare di zeri. Finivano non in una singola società ma in una complessa architettura di aziende intestate ai vari membri della famiglia. Tanti ragioni sociali che nella seconda fase, il declino, avrebbero disorientato dipendenti, fornitori e creditori: chi doveva cosa a chi? La domanda rimaneva la stessa, che si parlasse di stipendi arretrati (e di diritti sindacali), di merci che non arrivavano più, di debiti mai onorati. Un interrogativo che ha creato problemi ? e forse continuerà a crearli ? a tutte quelle istituzioni, come l´ufficio vertenze collettive della Provincia e il ministero dell´Industria, devono dare una risposta alla rabbia e alle speranze di sbarcare il lunario dei lavoratori.
      Ma tutti questi foschi scenari sembravano lontani anni luce, fino al 2001. Fino ad allora, i Ferri hanno sempre continuato a seminare invidia nel Nord barese. Con il loro immenso parco macchine, scoperto e sequestrato in parte dalla Procura di Trani: Ferrari, Jaguar, Lexus, Passat, Bmw, Audi, Mercedes, le auto e moto d´epoca di Filippo, intestate, secondo i magistrati, a un prestanome, le Suzuki An 400 e i Porsche 911. Un ben di dio che, secondo i pm, gli imprenditori di una società oberata dai debiti forse non poteva permettersi. Come aveva capito anche la Pearshing di Pesaro, la società che aveva venduto il bel yacht "Dowa", ormeggiato nel porticciolo di Trani ma mai pagato per intero da Riccardo Ferri.
      Fino al gennaio del 2002, quando le banche hanno deciso di chiudere i rubinetti, tutto andava liscissimo, per la famiglia. Giuseppina, l´unica sorella della dinastia, aveva lasciato la sua precedente occupazione di fisioterapista, e s´era messa a fare politica, per Alleanza nazionale. Il suo ex marito s´era occupato anche di far arrivare dalla Regione i finanziamenti per i corsi di formazione professionale aziendali. E se qualcuno provava a contrastare i desideri di espansione dell´azienda, nella Puglia dalle progressive sorti del 2000, veniva additato come pubblico nemico. Una volta accadde, ad esempio, che il sindaco Giuseppe Fiore, del centrosinistra, su pressione di Rifondazione, si rifiutò di dare a prezzi stracciati dei suoli pubblici per costruire un nuovo stabilimento che, dicevano loro, "avrebbe creato mille posti di lavoro". Apriti cielo: insorsero tutti i partiti del centrodestra, ma anche ? poi si è scoperto perché ? la Filcams-Cgil di Corato. E subito partì la grande campagna mediatico-politica per scongiurare il terribile pericolo: gli industriali coratini che vanno a investire altrove, lasciando la Puglia orfana del loro genio imprenditoriale.
      «A malincuore siamo costretti ? dicevano all´epoca i Ferri ? ad andare via. Lo sviluppo e il progresso bussano alle nostre porte. In questi mesi, d´altra parte, ci sono giunte circa ventimila richieste di nuovi punti vendita: non possiamo più aspettare. Alla Puglia, così come a Corato, siamo fortemente legati ma, d´altro canto, il nostro gruppo ha necessità di guardare in avanti. Certo, di fronte a una disoccupazione così dilagante e a un progetto di sviluppo così interessante e concreto, non comprendiamo i motivi che hanno indotto molte amministrazioni comunali a perdere solo tempo». A pochissimi disfattisti era venuto in mente che magari si nicchiava perché s´iniziava a subdorare una certa puzza di bruciato. No: era tutta colpa della "burocrazia politica locale" che regalava una delle più floride realtà imprenditoriali a certi comuni del Lazio che le facevano una corte spietata. E il centrodestra, Fitto in testa, si fecero in quattro per non lasciarsi scappare i Ferri, accontentandoli di quel che volevano e facendo in modo che a Natale potessero annunciare che avevano, sotto l´albero, «un regalo in serbo per i pugliesi».
      In pompa magna il governatore, insieme al sindaco di Rutigliano e al senatore Giuseppe Degennaro, inaugurò il nuovo stabilimento nel Baricentro. Qualcuno obiettò ? presentando una denuncia in Procura ? che, pur di bruciare i tempi imposti dal mercato, s´era ricorsi a procedure un po´ irrituali, variando il piano particolareggiato troppo velocemente. Se le cose siano andate così o no, non è dato sapere. Quel che è certo è che oggi le torri sono quasi vuote. Delle migliaia di posti di lavoro, neppure l´ombra. Chissà cosa staranno pensando, ora, i sindaci di quei comuni del Lazio che si sono persi la grande occasione.
      Qualche mese dopo, una delle società iniziò a importare dalla Cina, prodotti poi rivenduti con il marchio aziendale. Le massaie si sentirono tradite dai Magazzini. Poi le difficoltà finanziarie, gli articoli che non arrivavano più. Fu l´inizio della fine.