Il crociato della Mecca italiana

22/07/2002


22 luglio 2002



Immigrazione e leggi

IL CROCIATO DELLA MECCA

      Che strana Chiesa è questa. I vescovi del Nord (Maggiolini, Biffi, eccetera) vogliono la crociata anti-islamica in nome dell’identità dell’uomo cristiano; al contrario, il capo della chiesa calabrese vuole la jihad cattolica in nome dell’uomo senza identità. I primi pongono condizioni alla solidarietà, mentre monsignor Cantisani la declassa a corte dei miracoli. Biffi subordina l’accoglienza alla confessione cristiana, e Cantisani abbatte gli argini e confonde la solidarietà con l’invasione, l’aiuto con la resa. E dunque, con la ghiotta complicità di Rifondazione comunista e dell’ Unità , l’arcivescovo Antonio Cantisani, dal pulpito di Catanzaro ha acceso e ha chiamato a raccolta parroci e fedeli, anime e corpi, Azione Cattolica e Caritas, Fondazione Migrantes e Pastorale giovanile, scout e marmotte, tutti contro la legge sull’immigrazione, la cosiddetta Fini-Bossi dalla quale è ovviamente lecito dissentire, ma contro la quale un vescovo non può operare e catechizzare se non per darsi carico, nei fatti, degli scarti, della incompiutezza, delle durezze proprie di ogni legge umana. È per questo che noi cittadini dello Stato italiano diamo l’otto per mille del nostro reddito alla Chiesa cattolica, e non perché essa delegittimi lo Stato e organizzi, come Brancaleone, le crociate dei poveri. Purtroppo, la chiesa di Cantisani sommuove e commuove proprio l’Italia meno ricca, i marginali del Sud, e li promuove ad avanguardia dei naufraghi, li invita alla disobbedienza e all’odio contro la legge. Proprio questa è la bruttissima parola che l’arcivescovo ha usato: odio. La sua, sulle prime, sembra una crociata di buoni sentimenti, ma a ben vedere è una dichiarazione di guerra ideologica contro lo Stato, e contro gli Stati.
      Pare una croce ma è un maglio, una picconata, è la sedizione di un pezzo di Chiesa, la calabrese appunto, che è la chiesa della marginalità mediterranea, la chiesa degli abitanti più poveri di questa striscia d’Europa. Quello dei calabresi è un Cristo povero che Cantisani vorrebbe derelitto.
      L’arcivescovo pensa ai marciapiedi, ai semafori, ai campi, ai luoghi già problematici della Calabria come la Mecca dei disperati o, se preferite, l’ecclesia dei naufraghi, dei diseredati e dei dannati della Terra.
      Perciò la sua frase «un uomo è un uomo anche quando è un clandestino» non è un doloroso aforisma sul calco di quello più noto di Primo Levi.
      Purtroppo, è solo un artifizio retorico dell’arcivescovo, ed è soprattutto un’entrata a gamba tesa contro il diritto dello Stato a darsi regole. Il vescovo dice infatti di odiare questa legge «ripugnante» perché «essa considera lo straniero solo in rapporto alla sua capacità lavorativa», ma non si capisce come lo dovrebbe considerare e rispettare. Non ci sono altri modi di accogliere gli stranieri: o turisti danarosi o lavoratori bisognosi. Così in tutto il mondo, anche nello Stato del Vaticano.
      Il vescovo, in realtà, non predica contro la legge italiana, e neppure contro quella olandese o francese, o tedesca. Il vescovo è contrario a qualsiasi legge, non importa se di destra o di sinistra, che si prefigga di regolare, di dare regole alla convivenza interetnica. La sola legge che vuole applicare è la legge del regno di Dio, dove però non si lavora, non si produce, non c’è l’inflazione, non ci sono terroristi e non ci sono stipendi. Insomma, la teoria che «nessun uomo è clandestino» è un insulto alla complessità del problema.
      Il vescovo calabrese non contesta, infatti, gli aspetti particolari della legge, come per esempio l’obbligo delle impronte, ma spara molto più in alto e chiede l’abbattimento dei confini geografici, etnici, professionali e politici di cui si compone oggi l’identità di un uomo. Un uomo è un uomo, e non un’astrazione; la dignità umana si difende anche con i confini, ogni uomo è un’isola di identità, e un uomo senza confini non ha profilo, è un concetto filosofico, una esercitazione teologica, una violenza di eccessi, l’imposizione di un carico insopportabile, malgrado la sua apparente nobiltà: un uomo è un uomo anche quando lo si seppellisce sotto una pesante armatura di ispirate teologie.
      E’ vero, come dice il vescovo, che un uomo vale più della sua funzione sociale, del suo lavoro, e «che la solitudine e la disperazione degli immigrati e dei loro parenti lontani» è una piaga purulenta, una infezione che ci tocca e ci contagia. Ma senza regole, senza confini, senza definizioni si corre, sì, verso l’uguaglianza di tutti davanti a Dio, ma non sarebbero i nostri «ospiti» a diventare come noi, bensì noi a diventare come loro, tutti ovviamente pronti ad altre crociate.
      Che strana Chiesa. Alla fine proprio la Calabria sarebbe la prima vittima del suo vescovo, quella Calabria che in piena età moderna produsse contro lo Stato l’eresia visionaria e affascinante di Campanella, un’eresia – è suggestivo ricordarlo – filoislamica e anticattolica. Ebbene,
      si parva licet componere magnis , anche il vescovo di Catanzaro si fa sleale («eretico»), e non solo contro lo Stato italiano, contro gli Stati laici, ma soprattutto contro la sua Calabria.
di FRANCESCO MERLO