«Il contratto nazionale non si tocca»

07/01/2003

          martedì 7 gennaio 2003
          «Il contratto nazionale non si tocca»

          A febbraio scade il Patto di Natale del ’98. La Cgil: difenderemo i due livelli

          Felicia Masocco
          ROMA Le deleghe sul lavoro, il Patto per
          l’Italia e la Finanziaria portano tutte alla
          politica contrattuale riportata sul proscenio
          dalla polemica sugli adeguamenti
          salariali per milioni di lavoratori che
          governo e Confindustria vorrebbero allineati
          a un’improbabile inflazione programmata
          all’1,4%. L’argomento è delicatissimo:
          unite nel respingere l’attacco
          alle retribuzioni, Cgil, Cisl e Uil non
          hanno le stesse idee su come impostare
          la partita del modello contrattuale. A
          febbraio scade il Patto di Natale del ‘98
          che riassorbiva in toto quello basato su
          due livelli e la politica dei redditi. È
          attesa una verifica tra governo, sindacati
          e industriali. Che cosa accadrà? In
          ballo c’è la sorte del contratto nazionale,
          elemento di solidarietà e di unione
          tra i lavoratori, messo a rischio da spinte
          che vengono da più parti. «A cominciare
          dalla scelta del governo di mettersi
          fuori dalla politica dei redditi sui quali
          negli ultimi nove anni si è fondato il
          modello contrattuale», denuncia il segretario
          confederale della Cgil Carla
          Cantone. «È fuori discussione – continua
          - che quelle regole erano basate
          sulla concertazione e non le abbiamo
          fatte saltare noi, ma il governo che ha
          sostituito la concertazione con il
          “dialogo sociale” del prendere o lasciare,
          e che a proposito di redditi ha proceduto
          con scelte economiche, vedi Dpef
          e Finanziaria che noi non abbiamo condiviso,
          fino al Patto per l’Italia».
          Premessa necessaria per dire che la
          Cgil non intende mettere in discussione
          i due livelli, nazionale e decentrato, con
          una forte difesa del primo che non deve
          essere cancellato, ma rafforzato: nella
          parte normativa e dei diritti perché faccia
          da argine alla precarizzazione dilagante,
          e poi «tutelando il potere d’acquisto
          dei salari alla luce delle scelte economiche
          dell’esecutivo».
          Al tavolo di verifica, quando verrà
          convocato, la Cgil andrà con questa proposta:
          «Chiederemo il potenziamento
          del primo livello, chiederemo un salario
          che sia il più vicino possibile all’inflazione
          reale e in più quote di produttività
          laddove non siano state utilizzate nel
          secondo livello». Per quanto riguarda il
          secondo livello, per Corso d’Italia è necessaria
          una sua «riqualificazione nei
          contenuti e nelle materie che devono
          essere estese, sperimentando nelle piccole
          e medie imprese il contratto territoriale».
          È la linea uscita fuori dal congresso
          di Rimini e definita nei dettagli nell’ottobre
          scorso. Né è cambiata quella che
          la Cisl ha elaborato nel suo congresso,
          quello del giugno 2001: pur difendendo
          il mantenimento dei due livelli, con il
          primo a garanzia di livelli essenziali di
          salario, via Po è disponibile ad una revisione
          che sposti «peso», materie e contenuti
          sul secondo livello, aziendale o territoriale.
          Anche la Uil difende i due livelli,
          ma con il secondo reso più «esigibile».
          Posizioni diverse, se la verifica si
          dovesse aprire domani i sindacati si presenterebbero
          divisi: l’ultimo appello ai
          vertici delle confederazioni a sedersi intorno
          ad un tavolo per discutere di questoe di altro,
          viene dal segretario generale
          aggiunto della Uil Adriano Musi,
          lasciamo da parte il passato e guardiamo
          avanti, ha detto in sostanza. «La
          disponibilità dimostrata da Musi è importante
          - risponde Carla Cantone – noi
          da Uil e da Cisl attendiamo una
          risposta su questo dallo scorso settembre.
          Va benissimo, discutiamo, ma sul
          merito. Se si devono accantonare le cose
          del passato, si può accantonare il Patto
          per l’Italia? Ci si può confrontare su
          tutto, ma con pari dignità. Non si può
          dire alla Cgil hai scherzato per un anno
          ora riprendiamo a discutere». E dato
          che il contesto è questo, irrinunciabile
          per la Cgil è che i lavoratori possano
          dire la loro e decidere, tra le diverse
          posizioni, quale è quella che condividono.
          Tanto più che sul fronte opposto la
          posizione di Confindustria non è solo
          nota, ma anche monolitica. Da Parma
          in poi gli industriali non hanno mai
          abbandonato la strada che vuole un
          contratto nazionale ridotto a pura cornice
          sbizzarrendosi poi in ipotesi varie
          che tutte portano all’unico obiettivo di
          ridurre la contrattazione e il ruolo del
          sindacato (senza il quale, va da sé, il
          lavoratore è enormemente più debole).
          Il governo appoggia questa linea, se
          non bastassero gli atti (vedi la delega
          848 che fa del sistema contrattuale una
          macelleria), ci sono poi le dichiarazioni
          del sottosegretario al Welfare Maurizio
          Sacconi sulla necessità di «decentrare»,
          e quelle dello stesso premier che parlando
          a fine anno ha citato l’argomento
          manifestando la necessità di valorizzare
          il rapporto tra imprenditore e lavoratore.
          Leggi contratto individuale.