Il congresso Cgil, Cofferati e la fine del ciclo della concertazione

05/02/2002



Domani inizia l’assise della confederazione, gli iscritti sono saliti a 5,4 milioni


Il congresso Cgil, Cofferati e la fine del ciclo della concertazione
      ROMA – Si apre domani a Rimini il congresso nazionale della Cgil, la maggiore delle confederazioni sindacali italiane e una delle organizzazioni di massa europee con il maggior numero di iscritti (5,4 milioni nel 2001, 48 mila in pi� dell’anno prima). La preparazione dell’assise si � intrecciata con gli scioperi e le manifestazioni contro il governo e questo sicuramente ha nuociuto in qualit� della riflessione. Per nessuno, e tanto meno per un dirigente sindacale, � facile alternare analisi & arringa e giocoforza i congressi territoriali e di categoria hanno finito per essere pi� appuntamenti per passare in rassegna le truppe – � il quarto anno di seguito che gli iscritti crescono – che dibattiti a 360 gradi. Non � un caso che quasi tutti si siano chiusi con documenti votati all’unanimit� (o quasi) e che siano stati riconfermati tutti i segretari generali di categoria uscenti. Il congresso nazionale non dovrebbe cambiare copione. Si far� sentire la prudenza di Sergio Cofferati che vorr� �spoliticizzare� il confronto con il governo per evitare di essere accusato di fare confusione tra il mestiere che fa oggi e quello che far� domani. Ci sar� una probabile conclusione unitaria del congresso con cofferatiani e almeno una parte della sinistra che convergeranno su un unico documento politico finale. Ci sar� la rielezione del leader cremonese ma anche la conferma della regola che fissa in otto anni la permanenza massima ai vertici dell’organizzazione e quindi fa da preludio all’uscita di scena del segretario prevista per giugno, con la probabile promozione di Guglielmo Epifani. Ci saranno, dunque, tutte queste cose ma il valore del congresso di Rimini forse sar� un altro: segnaler� la fine di un ciclo politico-sindacale. Un ciclo caratterizzato dalla concertazione ufficialmente nato nel luglio del ’93 ma che in realt� trovava le sue radici gi� nell’azione di Pierre Carniti nella met� degli anni ’80.
      In queste settimane si � parlato molto – per analogia con la situazione attuale – del ruolo che la Cisl di allora ricopr� nella vittoria del referendum sulla scala mobile e nell’isolamento della Cgil. Si � dimenticato per� di sottolineare che se Carniti e Benvenuto appoggiarono Bettino Craxi non lo fecero per togliere di mezzo il sindacato, bens� per iniziare una nuova stagione del protagonismo confederale. Si avvi� con quella scelta la sconfitta del sindacalismo conflittuale ad ogni costo e si diede il via a un modello nuovo di gestione della politica economica.
      Il resto lo ha fatto la crisi verticale del sistema dei partiti, il ricambio della leadership in Cgil con l’affermazione di Cofferati e una sponda politico-istituzionale del calibro di Carlo Azeglio Ciampi.
      Oggi il sindacato tutto, non solo la Cgil, ha bisogno di avviare un nuovo ciclo. E paradossalmente una prossima uscita di scena di Cofferati potr� rendere il tutto pi� semplice. Se Cgil-Cisl-Uil non vogliono essere �riformati� dall’esterno hanno una sola strada da battere: autoriformarsi. Che vuol dire in concreto? Dovranno decentrare la sua azione riportando il baricentro pi� vicino ai luoghi dove si produce ricchezza (le imprese) e dove si fa nuova politica (le Regioni). Dovranno abbandonare qualche funzione impropria di cui si sono caricati (ha senso che si vada dai sindacati "a pagare le tasse"?). Dovranno diventare pi� competenti sull’evoluzione delle organizzazioni del lavoro post-moderne.
      Dovranno cominciare a riflettere che autorevolezza politica per i dirigenti e retribuzioni basse per i lavoratori � una ricetta ormai datata. Insomma se vorr� autoriformarsi il sindacato dovr� prendere qualche distanza in pi� dal sistema politico e riavvicinarsi alla societ� civile. In primo luogo a quelle giovani generazioni che non possono continuare a rimanere invisibili agli occhi di chi organizza i loro padri.
Dario Di Vico


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