Il conflitto pesa su conti e Pil

27/03/2003



            Giovedí 27 Marzo 2003


            Il conflitto pesa su conti e Pil


            ROMA – Revisione in vista, e non in meglio, per le stime sulla crescita economica 2003 e, di conseguenza, per il deficit pubblico dell’anno in corso. La prima è destinata a calare, il secondo a salire. La pubblicazione della prima Relazione di cassa 2003 non è imminente, ma la previsione di una crescita del 2,3%, che resiste formalmente tutt’ora, fatica a reggere. Guerra, dati economici non positivi che si rincorrono in vari Paesi – Stati Uniti in testa – incertezze assortite: tutto concorre a suggerirne il ridimensionamento. Ieri Vito Tanzi, sottosegretario all’Economia, ha ammesso che «probabilmente» una revisione dei dati di finanza pubblica «per calcolare gli effetti della guerra e del rallentamento dell’economia» sarà attuata con la Relazione, che dovrà dunque aggiornare le previsioni sull’indebitamento di competenza delle Amministrazioni, il saldo cui guardano gli accordi europei. «Il numero non è stato ancora scritto», ha detto ancora Tanzi: molto dipende dalla guerra in Irak e dalla sua durata. E se Giuseppe Vegas, collega di Tanzi all’Economia, afferma che i conti – almeno quelli del primo trimestre 2003 – «per il momento non danno preoccupazioni», le ipotesi sul nuovo dato di crescita si inseguono. L’Fmi ha indicato l’1,3%, la Confindustria l’1,2. Altri immaginano che la percentuale ufficiale sarà meno pessimistica, forse intorno all’1,5 per cento. Questo solo cambiamento, però, si tradurrebbe in un potenziale aggravio del deficit pubblico pari a 5 miliardi. Per ora anche l’obiettivo di deficit è fermo all’1,5% del prodotto interno, ovvero circa 19,5 miliardi di euro, dieci in meno del 2002. Obiettivo ambizioso, che sconta (si veda «Il Sole-24 Ore» del 9 marzo) un forte recupero dell’avanzo al netto degli interessi dopo il brusco calo dell’ultimo biennio: un rimbalzo da 10 miliardi di €. Sconta inoltre, come alcune istituzioni – Bce tra le altre – continuano a ripetere, la replica o il consolidamento delle misure una tantum. A quanto ammontano? La Banca d’Italia, nel suo ultimo bollettino, le stima nell’1,5% del Pil per quanto riguarda il 2002, quasi 19 miliardi di €, compresi i trascinamenti dal 2001. Certo, osservano in molti, è stata probabilmente miglior politica controllare il deficit con misure non permanenti che lasciarlo galoppare al 3% del Pil e oltre, come hanno fatto Germania e Francia. Per tacere dell’intervento a riduzione del debito da 23 miliardi, che ha carattere definitivo e ha permesso di ottenere su questo fronte un risultato insperato. Ma il ricorso alle una tantum contava su una robusta ripresa che avrebbe rimesso da sola i conti a posto. E la ripresa tarda a palesarsi. E così il bilancio 2003 fa ancora largo ricorso a una tantum: dai condoni alle nuove cartolarizzazioni. Anche per la Corte dei conti, che pure loda l’operazione sul debito (lo swap in titoli con la Banca d’Italia), un’evoluzione dei conti pubblici «complessivamente non rassicurante» è stata controllata da una flessione consistente delle spese per investimento, in gran parte contabile, legata alle vendite immobiliari e valutata dalla Corte in 9 miliardi in due anni. Ieri Giancarlo Morcaldo, della Banca d’Italia, ha ricordato al Senato che «il pareggio di bilancio non è poi così lontano» se si confrontano i deficit di oggi con quelli, superiori al 10% del Pil, accusati dall’Italia a inizio anni ’90. Il fatto è che le una tantum 2002 hanno favorito il saldo di cassa riducendo il fabbisogno più dell’indebitamento. Il divario tra i due conti potrebbe riproporsi nell’anno in corso.
            LUIGI LAZZI GAZZINI