Il commercio fa il pieno di Cig

06/10/2010

Fosse stato poco più di un anno fa, Armando Tarquini, 23 anni, commesso in un negozio di ferramenta del centro di Cremona, avrebbe perso il posto di lavoro. A fronte di un crollo del 29% del fatturato negli ultimi dodici mesi, il titolare dell’esercizio commerciale che impiega a tempo pieno tre addetti, avrebbe potuto/dovuto fare a meno di lui nonostante il rammarico di dover lasciare a casa «un ragazzo d’oro, come se ne trovano pochi».
Diego è a casa da tre mesi, ma in cassa integrazione, con l’80% del suo ultimo stipendio. Dovrebbe restarci altri tre per poi, forse, tornare a bottega. Il forse, più che l’incertezza, segnala la speranza di una ripresa dell’attività.
La cassa integrazione in deroga ha evitato – in questo e in altre decine di migliaia di casi negli ultimi mesi – che le statistiche sulla disoccupazione diventassero più drammatiche in settori che fino alla primavera del 2009 non beneficiavano degli ammortizzatori sociali. Piccole e piccolissime imprese, spesso commerciali e artigianali, con un pugno di addetti, studi professionali, fornitori di servizi alla persona.
Un mondo che fino ad allora, non avendo la coperta della cassa integrazione, poteva reagire solo in maniera drastica ai morsi della crisi. Perché le statistiche più recenti dell’Inps sulle ore di Cig mostrano che a soffrire ultimamente è arrivato anche il commercio. Nel periodo gennaio-agosto le ore autorizzate per i trattamenti di integrazione salariale nel settore sono schizzate del 400% a oltre 72 milioni rispetto a un anno fa. Di questa cifra, ben 55 milioni di ore sono imputabili al ricorso della cassa in deroga.
Specchio della crisi dei consumi, la sofferenza nel commercio segue la cinghia di trasmissione della crisi e del post-crisi: mentre la produzione e le esportazioni sono in ripresa, la domanda interna manca ancora all’appello e questa mancanza si ripercuote sugli esercenti meno grandi e meno strutturati: «Avevamo già vissuto per singoli territori la crisi di modelli industriali, ma un periodo così lungo, ormai due anni, di lavoro quotidiano per trovare accordi che evitino i licenziamenti non si era mai visto a memoria d’uomo», dice Maria Grazia Gabrielli, della Filcams Cgil.

La sindacalista individua alcune sottocategorie particolarmente a rischio nel commercio, dai rivenditori di materiali elettrico e di legno, strettamente legati al comparto edilizio, alla sofferenza dei fornitori di materiali e servizi informatici alle imprese. Anche il turistico-alberghiero non se la passa bene: per avere il polso della situazione bisognerà attendere il consuntivo della stagione turistica, ma già prima dell’estate il ricorso alla Cig in deroga era piuttosto massiccio, a conferma di un’incertezza persistente.
Sul fronte della grande distribuzione le cose sembrano andare meglio, ma più si scende nella taglia dell’impresa più si ritrovano, quando va bene, richieste di ricorso alla cassa integrazione, assicura Vincenzo Tassinari, presidente del consiglio di gestione di Coop Italia, che nei giorni scorsi ha presentato il rapporto annuale su consumi e distribuzione.
Le statistiche dell’Inps sulla Cig in deroga, come fa notare il suo presidente Antonio Mastrapasqua, mostrano un forte incremento anche perché col nuovo dispositivo in vigore dal 2009, si è allargata la platea dei possibili beneficiari: «Si tratta di uno strumento di applicazione relativamente facile con il quale le imprese più piccole, incluse quelle commerciali, stanno un po’ alla volta familiarizzando».
E le prospettive di simili statistiche sul ricorso alle ore di cassa integrazione, non drammatiche come quelle sulla disoccupazione, ma sempre sintomo di difficoltà, tensione e incognite sul futuro lavorativo? «È una crisi senza precedenti, per ampiezza e durata, che sconsiglia previsioni a medio-lungo termine. Possiamo leggerla mese per mese e osservare che la ripresa della produzione e delle esportazioni lasciano intravedere qualche spiraglio anche per una ripresa dei consumi», osserva Mastrapasqua.
I dati sulla Cig in deroga si prestano come in molti altri casi a una lettura doppia. Così accanto alla sofferenza di un settore che patisce ancora la stagnazione della domanda interna, vi sono segnali che autorizzano a un cauto ottimismo.
Ammette, pero’, lo stesso Rivolta, che la durata della crisi – ormai un biennio – è senza precedenti e che ciò possa indurre un logoramento in settori che fino a poco tempo fa erano stati relativamente risparmiati, come le imprese più piccole della grande distribuzione nell’alimentare: «Dopo un biennio in deflazione è arrivato per alcuni il ricorso alla Cig», sottolinea.
Dal fronte sindacale, tuttavia, si continua ad essere preoccupati per la debolezza della domanda interna e per la mancanza, come fa notare Maria Grazia Gabrielli della Cgil, «di una politica anticiclica da parte del governo a sostegno dei consumi delle famiglie».
Secondo Pierangelo Raineri, segretario generale di Fisascat Cisl, c’è un’altra grande incognita dietro la possibile ripresa: «La crisi – dice – è talmente dura e lunga che stravolgerà, anzi ha già stravolto, le abitudini dei consumatori.
Il commercio soffre e soffrirà anche perché dovrà adattarsi per rispondere a nuove esigenze che sono ancora tutte da mettere a fuoco».