Il commercio alla ricerca del contratto

09/05/2007
    mercoledì 9 maggio 2007

    Pagina 11 -CAPITALE & LAVORO

      Il commercio alla ricerca del contratto

      Seimila lavoratori manifestano venerdì a Roma. Pulizie, turismo e terziario in grave ritardo sui rinnovi. Le imprese chiedono maggiore precarietà

        Antonio Sciotto

          Roma «Contratti subito: + tutele, + lavoro»: è con questo slogan che si incontreranno, dopodomani al Palalottomatica di Roma., oltre seimila lavoratori: i 4 mila delegati del settore commercio (terziario, turismo, pulizie) e i tanti addetti che – sempre venerdì – si apprestano a scioperare (turismo e pulizie). Luoghi di lavoro dove spesso imperano le regole della precarietà e della massima flessibilità, a causa dell’abuso degli appalti, in special modo nelle pulizie: sia le amministrazioni pubbliche che – ovviamente – i privati, mirano alla compressione dei costi e dunque operano con il regime del massimo ribasso, anziché applicare – come disporrebbero le leggi, almeno per il pubblico – quello dell’«offerta economicamente più vantaggiosa». «Chiederemo regole più stringenti sugli appalti – spiega Ivano Corraini, segretario generale Filcams Cgil – Chi non applica le tabelle salariali, non rispetta i contratti, non è in regola con i Durc e i contributi o non garantisce la sicurezza non deve poter accedere ai benefici pubblici». Al Palalottomatica è prevista anche la presenza dei tre leader di Cgil, Cisl e Uil Epifani, Bonanni e Angeletti.

          I lavoratori coinvolti sono quasi tre milioni e mezzo: 1.600.000 nel terziario (contratto in ritardo di 5 mesi; richiesta 78 euro); 1.200.000 nel turismo (18 mesi, 90 euro); 500 mila nelle pulizie (ben 24 mesi, 90 euro). Le controparti, in special modo Confindustria e Confcommercio, chiedono la massima deregulation su orari e mercato del lavoro.

          Pulizie. A lavorare sono spesso donne, con orari già spezzati, salari sotto i 1000 euro al mese e il rischio di diminuire le ore settimanali passando da un lavoro all’altro. Corraini segnala alcune richieste abnormi delle imprese: diminuire i diritti economici della malattia, camuffando questo abuso con la «lotta all’assenteismo»; via la maggiorazione del 25% per il lavoro del sabato; applicazione tout courtdel decreto 66 sugli orari, cioè spalmando gli orari su delle medie settimanali conteggiate su 3 o 6 mesi, dunque senza più trattare con i sindacati.

            Commercio e turismo. Per la Cgil c’è una «volontà di rivincita» delle imprese: chiedono il lavoro a chiamata, non ottenuto nei precedenti contratti; anche qui si chiede di applicare il decreto 66 sugli orari, superando l’attuale regime di «orari plurisettimanali», che è già flessibile ma con delle garanzie a fronte. Oggi l’azienda può già distribuire il lavoro una settimana su 32 e un’altra su 44 ore, ma deve contrattare, fornire i numeri sugli organici disponibili, dare in cambio permessi in più. «Ma questo pare non bastare più – spiega Brunetto Boco, segretario Uiltucs – Le imprese vogliono avere la flessibilità senza più contrattare, cancellando di fatto il ruolo dei sindacati, sia a livello nazionale, che territoriale e aziendale: è inaccettabile». Pierangelo Raineri, Fisascat Cisl, si concentra sul tema precarietà: «Questo è un settore dove il lavoro è stabile ma i lavoratori sono precari. Dobbiamo mettere limiti precisi all’apprendistato e impedire la ripetibilità all’infinito dei contratti a termine». D’altra parte, il sindacato ha spesso difficoltà ad arrivare nei luoghi di lavoro: basti pensare che quasi l’80% del settore è costituito da imprese sotto i 15 dipendenti.