Il collocamento seleziona meno del 10% degli assunti

29/04/2002





Il collocamento seleziona meno del 10% degli assunti

Giorgio Costa

BOLOGNA – Riescono a intercettare tra il 5 e il 10% degli avviamenti complessivi al lavoro e spesso le percentuali scendono all’2-3 per cento. È questo lo scoraggiante quadro che emerge da una inchiesta condotta dai dorsi regionale del Sole-24 Ore (NordOvest, NordEst e CentroNord, in edicola da domani allegati al Sole del lunedì) che fotografa l’andamento per il 2001 dei Centri per l’impiego (Cpi). Una situazione, proprio a ridosso del nuovo Dlgs sul collocamento, che induce le imprese a proseguire, in fatto di ricerca del personale, con l’interinale per le qualifiche basse, con il fai-da-te per le qualifiche medie mentre per i profili più alti si ricorre ad head hunters e si riserva l’intervento del collocamento pubblico per le categorie protette. E questo anche se – come ammette il vicepresidente di Confindustria Emilia-Romagna Vittorio Fini – «rispetto ai vecchi uffici di collocamento si è fatta molta strada ma molta ne resta da fare perché le imprese vorrebbero Centri capaci di operare con le modalità tipiche da azienda privata. Così abbiamo avviato in Emilia-Romagna una esperienza innovativa che ha portato operatori dei Centri pubblici dentro le aziende per capirne a fondo le esigenze». Del resto i dati (quando è possibile averli) parlano chiaro. In Emilia-Romagna e Toscana i Cpi danno risposta positiva a non più del 60% delle richieste delle imprese (con dati migliori a Modena, Rimini, Piacenza, Grosseto, Pisa, Pistoia e Prato), ma complessivamente gli avviamenti realizzati con la mediazione pubblica sono ampiamente al di sotto del 10% del totale, con realtà (Bologna, Forlì-Cesena, Siena, Arezzo e Firenze) in cui la percentuale scende addirittura al di sotto del 5 per cento. La situazione peggiora se si sale verso Nord. In Liguria la richiesta ai Centri per l’impiego da parte delle aziende è stata nel 2001 pari a 4.500 unità e a fronte di oltre 140mila assunzioni complessive i Centri hanno intermediato solo 3mila posizioni. In Piemonte, a fine 2001, su quasi 400mila avviamenti al lavoro solo 3.234 provenivano dai Cpi; destinatari, nei prossimi anni, di finanziamenti per oltre 60 milioni di euro. Situazione simile nel Nord-Est dove gli 82 Cpi sono alle prese con problemi di dotazioni informatiche e, di fatto, non riescono a competere con agenzie interinali e associazioni di categoria che hanno costituito, sulla scorta dell’esperienza piemontese, Unimpiego Nordest – sigla sotto la quale si ritrovano le associazioni industriali dell’intero Veneto – un sistema che mette in rete le banche dati provinciali allo scopo di rendere più veloce l’incontro tra domanda e offerta e prevede anche un’attività di valutazione e di selezione per conto dei committenti. Così, spiega Massimo Colomban, fondatore della Permasteelisa di San Vendemiano (Treviso), «le aziende si sono abituate a non rivolgersi ai Centri per l’impiego», nel cui dominio restano essenzialmente donne, adulti, disoccupati di lungo periodo, soggetti a bassa scolarità ed extracomunitari. «Serve maggiore professionalità e nuovi metodi che consentano l’incontro tra domanda e offerta», spiega il vicedirettore di Confindustria Toscana, Sebastiano La Spina. E qualcosa deve pur muoversi se è vero che a Parma – come spiega il dirigente del servizio Lavoro e formazione della Provincia, Giuseppe Mezzadri – ci sono stati 20mila contatti nel 2001 tra Centri e imprese in relazione a disponibilità di figure professionali o a problemi di gestione amministrativa del personale e a Pesaro le madri che vanno al Centro impiego per cercare lavoro trovano un baby parking per i bambini.

Domenica 28 Aprile 2002