Il circolo vizioso degli espedienti – di Massimo Riva

27/09/2002
27 settembre 2002
 
Prima Pagina e Pagina 15 – Commenti
 
 
Il circolo vizioso degli espedienti

          MASSIMO RIVA

          UNA marcia su Roma, minacciata da sindaci e presidenti delle Regioni senza distinzione di colore politico. La Confindustria che congela la fiducia finora generosamente concessa da un tifoso berlusconiano come Antonio D´Amato. La Cisl e la Uil che, avvinghiate al fragile paletto del Patto per l´Italia, si rifugiano imbarazzate nella formula diplomatica del «giudizio sospeso». E poi, naturalmente, le dure critiche della Cgil e dell´opposizione parlamentare. Davvero, la Finanziaria 2003 del governo Berlusconi sembra voler scontentare proprio tutti, ad eccezione della ristretta combriccola dei suoi poco lungimiranti alchimisti.
          La protesta che si presenta oggi più aggressiva è quella dei rappresentanti degli enti locali. Innanzi tutto, perché riunisce in un unico fronte «bipartisan» i sindaci e i «governatori» dei rossi come degli azzurri, che si ritrovano compatti nel respingere i progetti del governo. Progetti – va detto subito – che prestano il fianco a qualche obiezione fondata. Una in primo luogo: non si può decidere il taglio dei trasferimenti dallo Stato alla periferia ovvero il congelamento del Fondo sanitario e, insieme, imporre anche un drastico alt agli aumenti delle addizionali locali sui redditi. In questa scelta convivono una contraddizione istituzionale e una miserevole manovra di furberia tattica. Può rispondere a una logica tributaria generale che si impedisca agli enti locali di svuotare con l´aumento delle addizionali il tentativo di operare una riduzione del prelievo fiscale complessivo nel paese. Ma, se a questo tappo a valle si aggiunge anche quello a monte sui trasferimenti dello Stato, di fatto si arriva al commissariamento finanziario di Comuni e Regioni. Con tanti saluti alle magnifiche sorti e progressive di quel federalismo di cui la Casa della libertà e segnatamente il ministro Bossi si sono fin qui dichiarati alfieri della prima ora
          In realtà, questa palese contraddizione fa emergere la piccola astuzia nascosta dietro l´operazione: tenere il governo al riparo delle reazioni sociali agli inevitabili tagli dei servizi e mandare avanti, sulla linea del fuoco, sindaci e presidenti di Regione. Insomma, che siano pure i Formigoni o gli Albertini a fare la faccia feroce e a prendersi le uova marce, ma Berlusconi giammai. A se stesso il presidente del Consiglio riserva sempre e soltanto la parte di chi annuncia buone notizie e miracoli prossimi venturi.
          Si potrà obiettare che, proprio perché sembra scontentare tutti, forse questa Finanziaria è proprio quella che ci voleva di fronte alla nuova emergenza esplosa nei conti pubblici. Il gettito fiscale – la notizia è di ieri – cala in verticale perché l´autotassazione di luglio è stata un fiasco, che rischia di ripetersi a novembre. Che fare, dunque, se non chiamare tutti i cittadini a qualche significativa rinuncia? Magari così fosse! In realtà, la manovra fin qui delineata non contiene nulla che possa far pensare all´avvio di un rigore virtuoso. Dei presunti venti miliardi di aggiustamento, ben oltre la metà verrà da provvedimenti «una tantum» come le abusate cartolarizzazioni e l´ennesimo condono fiscale, per non dire della mirabolante trovata di farsi anticipare dalla Banca d´Italia due terzi del valore delle banconote in lire che non saranno cambiate in euro. Tutti espedienti temporanei – qualcuno pure indecente come il condono tributario – che esauriranno i loro effetti nell´arco dell´anno, lasciando invariate per il futuro le tendenze deficitarie della finanza pubblica. Per cui a fine 2003 bisognerà ricominciare dal punto di partenza attuale. Insomma, quel che si può definire un vero capolavoro del tremontismo: scontentare tutti e, per giunta, inutilmente.
          Fino al colmo di scontentare perfino l´Unione europea che già guarda con crescente sospetto ai conti italiani. Alla Commissione di Bruxelles che ha appena aperto uno spiraglio in favore dei paesi in difficoltà, con questa manovra il tandem Berlusconi-Tremonti in pratica sbatte la porta in faccia. Infatti, una Finanziaria costruita a colpi di «una tantum» è precisamente l´opposto di quello che l´Europa si aspetta per consentire un rinvio al 2006 del pareggio di bilancio. Questa elasticità sui tempi è, come si sa, appesa alla condizione che sia operata una riduzione del deficit di almeno mezzo punto percentuale in termini «strutturali»: vale a dire fondata su misure permanenti di taglio alle spese o di aumento delle entrate. Il commissario Solbes, su questo punto, è stato di una chiarezza inequivocabile: basta con le «una tantum». La risposta italiana alla sua apertura sul pareggio di bilancio è stata, viceversa, una fioritura di «una tantum».
          Sarà che in Europa l´Italia si da del tu con tutti, come tiene a dire impettito il presidente del Consiglio, ma con simili mosse si ottiene soltanto di perdere il poco credito di cui il paese oggi gode. E non solo: si rischia anche di compromettere – a nostro precipuo danno – la manovra avviata dalla Commissione europea sui vincoli del Patto di stabilità. Forse né Berlusconi né Tremonti si sono resi conto di muoversi all´interno di un gioco più grande di loro. I cui termini, però, non sono neppure troppo complicati. Bruxelles ha fatto la sua proposta (pareggio di bilancio al 2006 con taglio dei deficit di almeno mezzo punto l´anno) per mettere al riparo l´impianto del Patto di stabilità da richieste ben più pesanti da parte dell´asse franco-tedesco, ricostituitosi all´indomani delle elezioni in Germania. E in più con l´inconfessato proposito di suscitare le reazioni indignate dei paesi con i conti in ordine in modo che, alla decisiva riunione dei ministri finanziari, si arrivi a chiudere la partita non un passo più avanti della proposta della Commissione, semmai uno indietro.

          L´operazione per il momento sembra procedere. Da un lato, la sortita di Bruxelles ha preso in contropiede sia Berlino sia Parigi, che non possono più alzare la posta. Dall´altro lato, i Paesi con in conti in regola stanno già strepitando: in testa a tutti quella Spagna di Aznar, che Berlusconi ha sempre indicato come un modello da seguire. Mentre il danese Thor Pedersen, cui tocca la presidenza del vertice dei ministri finanziari, è stato addirittura perentorio: «Non vedo il bisogno di cambiare il Patto di stabilità». In questo scenario la variabile italiana rischia di combinare grossi guai. Una manovra infarcita di «una tantum» è, infatti, un ottimo argomento regalato agli oppositori delle modifiche.
          Ma a Roma non c´è tempo per guardare a quel che sta accadendo in Europa. Ministri e parlamentari della maggioranza sono troppo impegnati nelle diatribe su chi e come dovrà gestire la cassaforte dei soldi per il Mezzogiorno. Evidentemente è proprio vero che Dio toglie il senno a coloro che vuol perdere. Peccato che oggi, insieme a costoro, rischia di perdersi anche il Paese.