Il Cinese si smarca dal partito e nei Ds c’è chi lo chiama «il piccolo Peron»

26/06/2002

26 giugno 2002



IL RETROSCENA

Il Cinese si smarca dal partito e nei Ds c’è chi lo chiama «il piccolo Peron»


«E’ superato il concetto dell’unità sindacale inteso come valore in sé»

      ROMA – Ecco cosa intendeva dire Cofferati quando annunciò che avrebbe fatto «politica in forme nuove», e non sarà certo una novità l’annuncio di un referendum e di un paio di progetti di legge di iniziativa popolare, semmai lo scandalo risiede nel fatto che un sacerdote dell’ortodossia sindacale e politica di sinistra si proponga l’obiettivo di raccogliere cinque milioni di firme. E poco importa se dentro i Ds c’è già chi lo chiama «il piccolo Peron», in fondo il suo rapporto con la Quercia era mutato da tempo, alcuni dicono prima ancora delle assise di Pesaro, quando mise in conto la sconfitta congressuale e la considerò un passaggio utile al suo progetto, «perché questo mi consentirà di avere maggiore autonomia d’azione». E da quel momento si è visto ciò che non si era mai visto, con il partito ridotto a cinghia di trasmissione del sindacato, ruolo al quale Fassino è stato costretto a ribellarsi per evitare di soccombere, consumando quella che per il socialista Villetti rappresenta «una storica divisione tra Ds e Cgil». Per quanto possa apparire paradossale, non è questo il punto centrale della vicenda, e non lo è neppure lo scontro tra le correnti della Quercia per il modo «dilettantesco» in cui la direzione è arrivata a spaccarsi sul documento presentato dal correntone a sostegno del sindacato. E al contrario di molti suoi sostenitori dentro il partito, Cofferati non è neppure preoccupato per il voto, che secondo un pezzo della minoranza ds lo avrebbe «isolato ancor di più». Il fatto è che in varie occasioni il leader della Cgil ha ripetuto ai suoi interlocutori di ritenere «antiquati» gli schemi politici correnti: «Ragionate ancora seguendo quei meccanismi. Ma sono meccanismi vecchi e ormai saltati». Le sue ultime mosse sono figlie di questo ragionamento, l’attivismo movimentista che lo porta a incontrare i magistrati, a occuparsi di informazione, a discutere con gli intellettuali, a confrontarsi con i no global, partono proprio dalla considerazione che gli attuali partiti hanno di fatto esaurito la loro spinta propulsiva.
      Ma la sua analisi sulla «fine di una fase storica» si spinge oltre, investe anche il sindacato, arriva a riconsiderare i rapporti tra le tre maggiori organizzazioni dei lavoratori. Raccontano che nelle sue discussioni riservate Cofferati abbia profanato quel totem, arrivando a considerare «ormai superato il concetto dell’unità sindacale inteso come valore in sé»: «Appartiene a un’Italia che non c’è più. Nel moderno sistema bipolare bisogna piuttosto pensare a nuove soluzioni». Non è dato sapere se Cofferati si sia spinto oltre, se questo suo convincimento lo abbia addirittura indotto a teorizzare la spaccatura con Cisl e Uil. E’ certo però che l’atteggiamento tenuto durante la trattativa con il governo sulla riforma del Welfare non ha lasciato margini.
      Lo scenario è chiaro tanto agli altri leader sindacali quanto a Fassino, che sta provando a contrastare l’operazione, o quantomeno a depotenziarne l’impatto. Si dice che durante un incontro con il segretario della Cisl, avvenuto più di un mese fa nella sede dei Ds – dunque prima che si riaprisse il tavolo con le parti sociali a palazzo Chigi – il capo della Quercia avesse garantito a Pezzotta tutto il suo impegno per evitare che si consumasse lo strappo sindacale. Ma si dice anche che Fassino fosse molto preoccupato circa l’ipotesi di un nuovo sciopero generale. Guarda caso, proprio la mossa che aveva in mente Cofferati per prendere in contropiede le altre due organizzazioni, disposte allora a ricercare un’intesa con il governo che sembra ormai a un passo dall’essere siglata. Quali siano i rapporti della Cgil con Cisl e Uil, è evidente tanto quanto l’asprezza verbale di Pezzotta, che nelle settimane passate considerava «pericolosa l’idea che Cofferati punti sul fallimento della trattativa. In questo modo si spinge il Paese verso derive populiste».
      E’ singolare la coincidenza di linguaggio con quanti oggi nei Ds vedono in Cofferati un «piccolo Peron». Che si prepara a entrare nel cono d’ombra senza cedere alle offerte politiche, e non solo perché «l’attuale situazione non avrà sbocchi nel breve periodo», ma anche perché non vuole entrare dentro schemi che ormai considera «superati». Punta a quei cinque milioni di firme per farsi scudo dalla controffensiva di un esercito variegato che va da Fassino a Bertinotti, da Rutelli a D’Alema. Punta a fare politica «in forme nuove», e non esclude nuove forme di aggregazione, che nella lingua antica si chiamano partiti, «non escludo nulla». Naturalmente non è escluso neppure che fallisca.
Francesco Verderami


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