Il Cinese pronto alla batttaglia da “rivoluzionario moderato”

19/11/2001


LUNEDÌ, 19 NOVEMBRE 2001
 
Pagina 14 – Interni
 
IL PERSONAGGIO
 
Cofferati fa un intervento fintoconciliante. Ma è contro la linea della maggioranza su tutto
 
Il Cinese pronto alla batttaglia da "rivoluzionario moderato"
 
 
 
"C’è il Rossini serio e quello buffo, quello che rivoluziona e riforma": farà come lui
Fassino non l’ha convinto: "Gli opporrò l’Inno ai lavoratori di Filippo Turati…"
 
DAL NOSTRO INVIATO
CONCITA DE GREGORIO

pesaro — Quindi è quel signore con il volto liscio e immobile, è quella maschera impenetrabile da coro della Turandot l’altra faccia della sinistra. Cose dell’altro mondo, davvero. Del mondo sottosopra, capovolto, scritto come nello slogan del congresso di Fassino. Sergio Cofferati entra nella direzione Ds, è la prima volta che un capo della Cgil sta nel partito con diritto di voto. Non era accaduto due anni fa, a Torino, quando fece un discorso che accese la platea di un’emozione temuta ed eversiva: si difendeva dall’accusa di essere un conservatore, allora. Diceva: non è vero che il sindacato frena, non è vero che sia una zavorra alla modernità. Lo applaudirono come il salvatore. Oggi ecco la stessa faccia identica, immobile, senza una ruga né un capello bianco in più, dire che lui sta coi no global, contro le bombe, con le piazze, con gli operai naturalmente ma anche con quei «duecentomila di Genova a cui non ho capito quali siano le risposte che il partito vuole dare». E coi lavoratori, e con la sinistra del «riformismo vero», per «un’opposizione senza aggettivi». Eccolo qui il paradosso di questo congresso: un ex socialista craxiano, Giuliano Amato, e un sindacalista tacciato fino a ieri di conservatorismo, Cofferati, scavalcare a sinistra i quarantenni oggi alla guida del partito. Eccoli a fare lo spirito maligno, il folletto nervoso che parla di donne, di giovani, di lavoratori cassintegrati e di diritti negati, eccoli a ricordare le ragioni degli ultimi ultimi a una classe dirigente tutta cresciuta nel Pci, e ora impegnata a salvare se stessa dalla dissoluzione.
Cofferati parla venti minuti, il tempo di un’aria di Rossini. A memoria, il suo discorso più breve. Pacato, anche, e conciliante. Non un discorso brillante come quello di Amato, venuto a dire ‘bravi che avete discusso tre giorni di riformismo, adesso venite con me, nella grande casa socialista’. Amato il vero leader, Amato il segretario del partito prossimo venturo. Cofferati no. Cofferati marca uno spazio, segna una posizione: la sinistra, qui dentro, siamo noi. Noi Berlinguer e Veltroni e Bassolino. E se Giovanni Berlinguer è la sinistra emotiva del partito, quella che fa piangere e pentirsi di non aver (ancora) fatto, Cofferati è la sinistra politica, da oggi. E’ l’altro volto del partito.
Moriva dalla voglia di riportare a Pesaro Rossini, lui che è un melomane vero. Ha scelto la forma per dirlo: il crescendo rossiniano. «Tra la sorpresa di molti e l’indifferenza di altri», comincia, «si sono materializzati a Roma due giorni fa 200 mila lavoratori, così come si erano materializzati a Genova 200 mila giovani. Non ho capito, davvero, quali siano le risposte che il partito vuol dare a questa moltitudine». Dal palco, declina i tre temi che la sua sinistra pone: la pace, perché «anche la forza ma non solo quella sconfiggerà il terrorismo», le ragioni del movimento no global, i diritti del lavoro. Un altro riformismo, insomma. Quello che «cresce dentro un progetto politico che si muove nella società», non quello in vitro, sterile, vuoto e persino pericoloso che si studia a tavolino per rincorrere il consenso. Fassino prende appunti, D’Alema fa origami, la platea urla bravo Sergio. Il passaggio cruciale, ora: tutto questo si fa dentro o fuori dal partito? Dentro, certamente dentro. «Questo è il mio partito», applausi in piedi, «chi ha parlato di scissione ha alimentato il vento della calunnia», applausi a mani alte, perché la calunnia è un venticello, si sa, e allora può citare il suo Rossini, finalmente, Don Basilio nel Barbiere di Siviglia: «Quando un’auretta gentile si trasforma in terremoto, un temporale che fa l’aria rimbombar…». Ecco, questa è la calunnia. E poi risparmiatemi, per favore, «la litania sull’unità sindacale, e dateci invece gli strumenti per poterla praticare». Boato in sala, sbuffo vistoso di D’Alema. La fabbrica, poi. «Perché quando io ero in fabbrica…», e un lungo amarcord sugli anni della Pirelli, dove chissà che prima o poi non torni, per un sabbatico. I diritti dei lavoratori, «noi abbiamo sempre coniugato libertà e modernità», dirà poi rispondendo all’obiezione di Fassino, che è questa: non ci sono diritti senza modernità. E’ il corpo dell’intervento: il lavoro, l’altro riformismo. Ma il tempo dell’arietta è già finito, e bisogna restare allo spartito. Bisogna chiudere chiedendo «un grande Ulivo», e il ritorno, nel partito, «alla serenità». Un discorso duro ma dialogante, commenta subito Mussi: «Il discorso di uno che non rinuncia a dire le cose ma avverte il pericolo di rottura, la fragilità del momento». D’Alema, atteso un tempo scenico adeguato, si alza e va a stringergli la mano, lo abbraccia. Nella pausa caffè il volto sfingeo della sinistra è ancora di Rossini che parla: «C’è il Rossini serio del Tancredi e il Rossini buffo del Barbiere. Io preferisco quello serio. Ma certo anche l’altro. Riformista e rivoluzionario insieme, uno che compone e scompone, fraziona e ricompone. Un genio». Più tardi, la replica di Fassino, che al leader della Cgil non è piaciuta granchè. «Lui ha concluso il congresso con l’Internazionale e "Imagine" di John Lennon? E io da domani, per completare il quadro musicale, rilancerò l’inno dei lavoratori con le parole scritte da Turati in persona…», ironizza. E si prepara alla lunga battaglia del dopocongresso. Lui per ora sarà in direzione, già lo sa. E per gli anni che verranno vedremo. Chissà cosa riserva il futuro di questo partito, quali soprese ha in serbo per il sindacalista che ha deciso di restare, e per Amato che ha deciso di tornare.