Il Cinese e la sua gioiosa macchina da guerra

11/09/2001


ATTUALITÀ
AUTUNNO CALDO SU CHI PUÒ CONTARE DAVVERO IL SEGRETARIO DELLA CGIL



Il Cinese e la sua gioiosa macchina da guerra

Milioni di iscritti fedeli, un patrimonio immobiliare da capogiro e le casse ricche di liquidità. Se i Ds sono al loro minimo storico, il sindacato invece è in ottima salute. Tanto da minacciare il nuovo governo portando in piazza lavoratori e pensionati.


di 
 
DANIELE MARTINI
7/9/2001

SETTE ANNI IN SELLA. Sergio Cofferati, 53 anni. Dal 29 giugno 1994 è alla guida ella Cgil, il più grande sindacato italiano.
Autunno 2001: 1 milione di persone in piazza mobilitate dalla Cgil contro il «governo delle destre». Così come sette anni fa: 1 milione in piazza chiamati dai sindacati per le pensioni e contro Silvio Berlusconi. Così come 17 anni fa: 1 milione in piazza voluti da Cgil e Pci per difendere la scala mobile contro Bettino Craxi. Non è fantapolitica, anzi, è ciò che può accadere davvero. Se i Ds, infatti, sono ai minimi storici in termini di voti, iscritti, peso politico, prestigio e forza organizzativa, la Cgil invece mantiene quasi del tutto inalterata la sua forza d’urto. E il leader, Sergio Cofferati, detto il Cinese, può disporre ancora di truppe scelte e agguerrite, soldi, risorse e radicamento sociale e territoriale per farsi ascoltare. Sia che voglia far sentire la sua voce stentorea nella guerra d’autunno dichiarata contro il governo Berlusconi, sia che intenda dire parole pesanti in vista del congresso ds e quindi per il controllo di quello che nonostante tutto resta il più grande partito della sinistra.

Pur appesantita dagli anni e dagli acciacchi, tacciata di conservatorismo dalla Confindustria, dalla destra e perfino da qualche ambiente di sinistra, logorata dal clima sociale e politico mutato, dal vento avverso del senso comune che sembra spirare contro la sua navigazione, la Cgil resta una formidabile corazzata trainata da 5 milioni e passa di iscritti. Forse neanche le Poste, che pure hanno 14 mila uffici, o i carabinieri, presenti in quasi tutti i comuni, possono vantare una presenza e un radicamento come quelli dell’organizzazione di Cofferati.

Non c’è paese d’Italia, per esempio, dove non ci sia una targa e un ufficetto dello Spi, sindacato pensionati Cgil. E i pensionati, si sa, sono una grande risorsa della sinistra e del suo sindacato, soprattutto perché dotati di quella che una volta si sarebbe chiamata la «volontà di lotta». A cui possono aggiungere il tempo disponibile per esprimerla. Proprio dalle «pantere grigie» viene il grosso delle armate cofferatiane: quasi 3 milioni di iscritti (tabelle qui in basso), più della metà di tutti gli aderenti alla Cgil. Con i pensionati nei momenti decisivi si mobilita un esercito composito che va dai metalmeccanici ai tessili, dai chimici agli statali, per arrivare agli attivisti dei partiti di sinistra: quel che resta dei Ds più i comunisti cossuttiani più i rifondaroli di Fausto Bertinotti. Per finire con qualche frangia dei centri sociali, in genere assai schifiltosi nei confronti dei «riformisti» del sindacato, ma disposti a scendere in piazza quando la lotta si fa dura.

A luglio questo melting pot ha fatto vedere di che cosa è ancora capace in occasione dello sciopero dei metalmeccanici. Nelle piazze di tutt’Italia sono scese decine e decine di migliaia di persone a sostegno dell’azione dei lavoratori che rivendicavano il nuovo contratto (che poi è stato firmato). A poco sono servite le puntualizzazioni dei dirigenti di altri sindacati che non aderivano all’agitazione o dei più attenti osservatori delle faccende di politica del lavoro, i quali hanno avvertito che per le strade c’era sì tanta gente, ma che molti metalmeccanici erano rimasti al lavoro ignorando volutamente l’invito lanciato dalla Cgil. Quel che conta in questi casi non è tanto il numero delle adesioni allo sciopero (che nessuno è più in grado di verificare con esattezza), quanto l’effetto immagine prodotto dalle manifestazioni su tv e giornali. E il sindacato di Cofferati è ancora una macchina praticamente imbattibile da questo punto di vista.

«Godiamo di ottima salute» conferma Carlo Ghezzi, responsabile dell’ufficio organizzazione: «Negli ultimi tre anni gli iscritti sono costantemente aumentati e si tratta soprattutto di lavoratori attivi, siamo ai massimi storici e abbiamo vinto tutte le elezioni possibili nelle fabbriche e negli uffici, solo alle Poste siamo secondi dopo la Cisl. Nel 2000 abbiamo fondato un nuovo sindacato di polizia, il Silp, 8 mila iscritti, nato da una scissione del Siulp. E tre anni fa abbiamo costituito il sindacato dei lavoratori "atipici", il Nidil, che ora ha 10 mila tesserati: vengono sindacalisti da tutta Europa a vedere come funziona».

Anche a soldi la Cgil non se la passa male, anzi: ogni anno incassa circa 800 miliardi, 600 e passa dalle tessere, un centinaio dal patronato Inca e un centinaio dalle pratiche per la dichiarazione dei redditi. Ogni iscritto, lavoratore attivo o pensionato, paga l’1 per cento al mese su salario, stipendio o pensione per aderire alla Cgil, mentre l’Inca è in larga parte finanziata dallo Stato ed è una formidabile calamita per l’attrazione di nuovi iscritti. Chi si rivolge al patronato per una pratica di pensione non paga niente, ma nove volte su dieci si iscrive alla Cgil. Movimentando tutto quel bendidio di quattrini il sindacato di Cofferati è portato in palmo di mano dalle banche, soprattutto la Bnl di cui è cliente assiduo. Solida finanziariamente, la Cgil ha le spalle larghe anche da un punto di vista patrimoniale. Negli anni delle vacche grasse, dopo il ’68, al tempo del boom delle iscrizioni, i dirigenti di allora attuarono un’accorta politica di acquisizioni immobiliari, anche se con qualche scivolone, come la scuola di Ariccia, costata un occhio e mai entrata completamente in funzione. Nel 1974 questa oculata politica del mattone fu favorita da una legge dello Stato che regalò a tutti i sindacati le vecchie sedi dei sindacati fascisti: alla Cgil toccò, tra l’altro, lo splendido palazzo color salmone in corso d’Italia a Roma e la centralissima Camera del lavoro di Milano, a pochi passi dal Duomo. Oggi il sindacato di Cofferati non paga affitti per le sue sedi, sono quasi tutte di proprietà.

Il prestigio personale e il potere del leader all’interno della Cgil sono fuori discussione e di recente anche tra i Ds l’influenza del Cinese è cresciuta parecchio. Un po’ perché dopo la sconfitta elettorale i Democratici di sinistra appaiono senza bussola e invece la Cgil è una corposa realtà. E poi perché Cofferati ha deciso di giocare con fermezza la partita contro Massimo D’Alema accusato di non aver brillato al governo, anzi di aver condotto la sinistra al macello.

I non cofferatiani della Cgil si contano sulle dita, tra loro i pochi allievi del vecchio Vittorio Foa che proprio qualche giorno fa ha rilasciato un’intervista all’Unità per dire che il «compagno Sergio» sbaglia tutto. Del clan fanno parte Andrea Ranieri, responsabile della formazione Cgil, e Pietro Marcenaro, ex capo Cgil del Piemonte e ora segretario ds nella stessa regione.

Anche Edoardo Guarino, leader dei chimici, amendoliano, poi migliorista e infine cofferatiano, soffre di mal di pancia a vedere il suo leader impegnato insieme alla sinistra ds in vista del congresso. Così come di cattivo umore è Antonio Panzeri della Camera del lavoro di Milano, il quale sperava in un posto in segreteria come trampolino di lancio proprio per la successione a Cofferati, ma è stato deluso. E pure Cesare Damiano, segretario del Veneto, non è tanto contento di che cosa sta succedendo nella Cgil a Roma. Ma esclusi questi e pochi altri, il resto del sindacato sta con Cofferati. Non si tratta di robetta: gli attivisti praticamente a tempo pieno sparsi in fabbriche, uffici, camere del lavoro, agenzie di zona sono circa 100 mila, mentre 10 mila i funzionari a stipendio. I fedeli a Cofferati sono almeno 8 mila.

Qualcuno ha già fatto il calcolo: se ognuno di questi si tira dietro solo 20 compagni già iscritti o da far iscrivere ai Ds, l’ago della bilancia del congresso inevitabilmente finirà per pendere a favore di Cofferati e dei suoi alleati del «correntone» che indicano Giovanni Berlinguer come nuovo leader. Che la guerra delle tessere sia già cominciata, e che i sindacati non si tirino indietro, lo dimostra un piccolo episodio avvenuto giorni fa a Torino, la città dell’altro leader ds in lizza, il dalemiano Piero Fassino. Qui 150 metalmeccanici della Uil si sono iscritti di colpo alla sezione ds Mirafiori (140 tesserati) per sostenere il candidato di D’Alema.

Con Cofferati è schierata una bella fetta di dirigenti ds: Fabio Mussi, Pietro Folena e Giovanna Melandri, per esempio, veltroniani autodefinitisi «ex» per fugare il dubbio che Walter Veltroni, attuale sindaco di Roma, giochi ancora un ruolo nella partita congressuale. Poi c’è tutta la corrente di sinistra di Fulvia Bandoli e Marco Fumagalli, cui si aggiunge l’area dell’ex ministro Cesare Salvi che tiene insieme personaggi diversi come Luciano Pettinari e addirittura ex socialisti come Aldo Aniasi, un tempo sindaco di Milano. Perfino ex cigiellini di accesa fede anticofferatiana come Alfiero Grandi ora si schierano con il compagno Sergio. Che incassa soddisfatto, socchiudendo appena gli occhi da cinese.



Proibito avere idee
Quel che manca alla sinistra di oggi è una base di pensiero
La sinistra va alla guerra: in primo luogo, con se stessa. È impossibile esprimere con parole le differenze tra Morando, Berlinguer e Fassino. Si può dire solo che Morando corre per Amato, Berlinguer per Cofferati e Bassolino, Fassino per D’Alema. Ma perché non si può dire. La sinistra ha consumato tutte le parole che poteva usare: democratico, socialdemocratico, ulivista, querciaiolo. Non c’è più lessico perché non c’è più pensiero. Il comunismo è morto e ha lasciato uno spazio vuoto, un buco che occupa però tanto spazio quanto il pieno. I postcomunisti, che controllano Siena (e il Monte dei Paschi), potrebbero dividersi come le contrade: della Lupa, dell’Oca e così via. Tanto si fustigano reciprocamente come i fantini del Palio. Ed essendo in guerra tra loro, debbono per forza fare la guerra agli altri: in primo luogo al governo. Non so se sia una benedizione la mutazione genetica in corso nel mondo cattolico, cioè la lotta spirituale al capitalismo e alla globalizzazione. Dai fraticelli agli hussiti agli anabattisti, il filone utopistico della lotta ai ricchi e ai potenti, secolarizzazione della escatologia cristiana, è stato sempre presente nella Chiesa. E infatti oggi don Gallo e padre Vitaliano incarnano il nuovo fraticellismo e il consenso che hanno è ampio e diffuso.
Più Maroni dice che non se ne fa niente della revisione dello Statuto dei lavoratori e delle pensioni di anzianità, più il governo predica pace e distensione, più Cofferati va alla guerra. Infine comprende che solo a prezzo della guerra sindacale è possibile dare un qualche sbocco positivo alle energie impegnate all’autodistruzione che stanno costruendo il buco nero. E così Cofferati perderà gli altri sindacati sedotti dal buonismo del ministro. La Cisl e la Uil sono pronte al salto di un sindacato postclassista, cercano solo l’occasione di liberarsi. Il giudizio comune, secondo cui Cofferati vuol fare l’en plein concentrando nelle sue mani tutto il comunismo italiano, partito e sindacato, pare sensato. Cofferati costruisce il nuovo muro entro cui porre in salvo ciò che rimane del Pci e della Cgil. Insomma, Cofferati leader unico del partito e del sindacato: direttamente o per interposizione. Con quale contenuto? Ma nessuno, avere idee è proibito agli uomini del buco nero, avere energia creativa è interdetto alla stella morta. Si spaccheranno i Ds? Sarebbe la logica della guerra di tutti contro tutti. E la fine di quella «grande illusione» del leninismo democratico in cui in tanti abbiamo a suo tempo creduto: l’idea che il Pci, il comunismo italiano, fosse un’eccezione: per aver venduto bene questa idea, il Pci è andato al governo quattro anni dopo la fine del comunismo in Russia e di governo è morto. Rimane come consolazione ai postcomunisti di avere i vescovi di sinistra, i preti di sinistra, i movimenti cattolici di sinistra, infine di avere la compagnia della buona morte: don Gallo e padre Vitaliano, appunto. Ma non solo: magari anche Clara Lubich e i focolarini, gli oppiacei dell’amore. Insomma, l’oppio della Chiesa, i falsi profeti.



 
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