Il cieco e la tempesta

01/10/2001

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Domenica 30 Settembre 2001
IL CIECO E LA TEMPESTA
Barbara Spinelli
ANCORA non sappiamo se il premier italiano abbia chiaro in mente quello che è successo l’11 settembre sui cieli di Manhattan: la conoscenza di sé e della propria mortalità, che l’intero Occidente ha sperimentato e che l’America ha conosciuto per la prima volta; la rivelazione che l’attentato terrorista ha rappresentato per le democrazie liberali. Rivelazione di un avversario senza volto, senza discorso, che è figlio dei nostri nichilismi e che solo in apparenza è esterno. Rivelazione di un Golem – Bin Laden oggi, i suoi eredi domani – che l’insipienza occidentale ha fabbricato con le proprie mani, esattamente come il professor Frankenstein fabbricava mostri votati a distruggere il loro stesso creatore. Tutte queste cose sembrano ignote a Berlusconi, e poco importa se una parte di italiani approva quel che ha detto a proposito della superiorità della nostra civiltà e dell’occidentalizzazione del mondo. Nella democrazia rappresentativa il politico è eletto per pensare più lontano dell’elettore, e precisamente questo compito il Premier fatica a assumere. Il compito di guidare la nave come un capitano che conosce le acque e i venti, e sa come condursi quando arriva il tifone. Nel mezzo del tifone il capitano italiano ha parlato come se l’11 settembre non fosse esistito, sotto forma di sfida al pensiero forte. Ha parlato come uno statista che nel ’14-18 avesse finto, per abulia, di vivere nel 1910. Quel che sembra non aver afferrato, in prima linea, è la dimensione della minaccia: la sua natura insidiosa, non identificabile con una religione o una ideologia di destra o sinistra. Il desiderio del terrorista contemporaneo è di distruggere per distruggere, di disfare tutto quel che in Occidente è vitale. L’energia che lo anima è nichilista prima ancora di esser musulmana: può ricorrere alla frenesia religiosa, ma al tempo stesso sa scegliere complici assai secolari nell’Occidente dove vive a nostro fianco. Il folle di Dio è anche esperto in finanza e paradisi fiscali, è connivente con mafie, commercianti di armi e di droghe. E’ una delle lezioni dell’11 settembre: le forze che vogliono demolire sono state assai più rapide a globalizzarsi, trasgredendo leggi e frontiere, delle forze edificatrici che si proponevano una mondializzazione già tronfia di sé prima di esistere. La vittoria ottenuta con il crollo del comunismo in Europa e Russia aveva generato l’illusione che la storia fosse felicemente finita, che il mercato globalizzato fosse incompatibile con i dispotismi, che le democrazie non fossero più esposte a pericoli. Berlusconi non si è accorto del disastro, e ha continuato a fare e dire come se il mondo si fosse fermato poco prima dell’11 settembre. Non si è accorto che la storia gli passava accanto, tragica. Che urgeva far fronte non solo con le armi e gli attestati di fedeltà all’America, ma anche con la mente: ripensando la civilizzazione occidentale, i secoli che abbiamo alle spalle, le lezioni che essi impartiscono. Il rifiuto della memoria vigile è l’arma dei fanatismi – religiosi o secolarizzati – ma anche le democrazie ne possono essere affette e Berlusconi simboleggia ormai tale patologia fatta di smarrimenti, dimenticanze, confusioni di epoche. Altrimenti non avrebbe, nelle stesse ore, proclamato la superiorità della cultura d’Occidente rispetto alla musulmana, e tentato di imporre una legge sulle rogatorie che complica immensamente le domande che i magistrati di uno Stato sovrano rivolgono a colleghi stranieri, nelle inchieste concernenti il riciclaggio del denaro, i paradisi fiscali, la corruzione, dunque anche il terrorismo internazionalizzato. L’uomo del 1910 ritiene immortale la supremazia della propria civiltà e nello stesso momento le scava la fossa, nella breve illusione di proteggere se stesso o Previti o Dell’Utri dal giudizio delle corti. Sull’Islam apre una tavola rotonda culturale nel momento in cui forti componenti di quel mondo si sentono tradite dall’uso che i terroristi fanno della religione musulmana. E anche sulla magistratura va controcorrente, rendendo difficile un’attività più che mai preziosa nella lotta al terrorismo, ma impensabile senza l’internazionalizzazione di una giustizia sburocratizzata. Berlusconi non sa quello che difende, quando difende i Lumi. E’ con la forza indolente dell’oblio che guarda il mondo ferito da un atto di guerra che ha illuminato le menti di tanti, non la sua. Dichiarando superiore la cultura occidentale, egli non si limita a dimenticare quello che i civili musulmani hanno sofferto a causa dei fanatismi nichilisti: in Kosovo o in Algeria, in Cecenia e nello stesso Afghanistan. Dimentica qualcosa di non meno essenziale: l’orrore di sé che caratterizza la civiltà europea, alla luce dei disastri prodotti dalla sua storia. I primi a spezzare i tabù civilizzatori siamo stati noi, con un antisemitismo sfociato nelle camere a gas, e le immagini di Manhattan distrutta non sono senza legami con Auschwitz: nel mondo unificato del crimine abbiamo ormai i nostri imitatori, fanatizzati, e Clausewitz aveva ragione: «Una volta abbattute le barriere del possibile, operanti fin qui nel nostro inconscio, è difficile ricostruirle». L’Unione europea nacque per questo, dopo il ’45. Così grande era lo spavento causato dalle iperpotenze sovrane degli Stati, che un gruppo di paesi decise di privarsi di parte del proprio potere per esercitarlo in comune, procedendo a una seconda storica separazione dopo quella fra fede e politica. La separazione fra Stati e nazioni, fra sovranità e patriottismo, nacque dalla coscienza di un immane vizio più che da una virtù superiore. Ci sono momenti, e questo è uno, in cui non basta la capacità che avevi un minuto prima della tempesta: capacità del magnate televisivo o del tecnico, dell’industriale fortunato o del conquistatore di consensi. Occorre quell’ingrediente in più che fa di te un punto di riferimento, un leader. E questo ingrediente è venuto a mancare nel premier. Quest’ultimo accusa l’opposizione interna ma forse non sa che fuori Italia è proprio questa incapacità che crea inquietudine. Inquietudine visibile in Francia, per i rapporti che Parigi ha con i paesi arabi, ma non meno intensa in Germania e Inghilterra. Le fonti europee che abbiamo interpellato, e che non possiamo citare, sono preoccupate e si domandano: cosa ha in mente Berlusconi, cosa vuole in Europa? Che programma ha e che partito è esattamente Forza Italia? Essendo un uomo del mondo imprenditoriale, Berlusconi «non può avere un’autentica visione della società nazionale e ha dunque bisogno di un politico di professione, come assistente-consigliere»: ma chi è il vero consigliere? E come può essere consigliato un uomo che adopera bene gli strumenti per divenire un politico, ma che ancora non possiede l’arte per esserlo? Nei vertici internazionali, egli prende la parola per dire sempre la stessa cosa: «Parla come se tenesse un comizio in una cittadina italiana», mi è stato detto, «per dire che ha liberato il paese dai comunisti e che finalmente l’Italia è parte integrante della Nato e del G-7». «E l’unica variante – mi dicono – è determinata dal luogo in cui parla». Contrariamente a quel che si può pensare, ambedue gli incidenti della nostra politica governativa attengono ai rapporti internazionali. E il presidente del Consiglio non può – per il solo fatto che è stato eletto – ignorare il controllo cui è costantemente sottoposto all’estero. Il compito di divenire consapevole di questo, senza inalberarsi stizzito e contrattaccare in casa, non spetta solo alla sua persona, o alla sinistra. E’ un compito che grava anche sui suoi deputati, sui suoi ministri, su Forza Italia, sui partiti del centro-destra. Il dovere di ribellarsi a scelte sbagliate non può essere qualcosa che si impone solo nelle dittature come la Serbia o l’Afghanistan. L’uomo del 1910 pensava che il mondo fosse eternamente tranquillo, invulnerabile. Il commercio fioriva, le ricchezze si accumulavano, e l’Europa sperimentava la sua prima mondializzazione, gioiosa e ingannevole come quella precedente l’11 settembre. Sarebbe grave che i suoi politici ripetessero all’alba del 2000 il medesimo errore commesso agli esordi del Novecento.
 

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