Il Censis vede galleggiare i rentiers e i redditi «neri»

03/12/2004

    venerdì 3 dicembre 2004
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      PATRIMONI. IL 5% DELLE FAMIGLIE VIVE DI RENDITA

        Il Censis vede galleggiare i rentiers e i redditi «neri»

          Prevale la paura dell’impoverimento. E Billè teme un magro Natale

            La Confcommercio dice che le famiglie italiane anche questo Natale tireranno la cinghia, anzi spenderanno meno dello scorso anno che già venne considerato fiacco. Rispecchia l’andamento della bassa congiuntura e, soprattutto, le aspettative per l’anno prossimo che restano modeste. La crescita del pil, secondo le stime dell’Osservatorio economico, dovrebbe arrivare all’1,6%, ma incombono le incognite legate alla competitività, al rapporto tra dollaro ed euro, al caro petrolio e alle misure di contenimento della finanza pubblica. I tagli alle tasse vanno nella giusta direzione, dice il presidente Sergio Billé, la la manovra rappresenta pur sempre uno «spolverino». Non bisogna farsi illusioni sui suoi effetti e, in ogni caso, era meglio trovare anche risorse per sostenere le imprese». I consumatori, dunque, si comportano in modo razionale rispetto ad aspettative decrescenti. E si coprono.

            La paura dell’impoverimento è più forte dell’impoverimento reale, spiega il Censis nel suo ultimo rapporto sulla situazione sociale del paese. Ma si guarda al futuro con timore diffuso. Anche questo è un comportamento razionale, da popolo saggio che sa badare a se stesso – come lo chiama Giuseppe De Rita nelle considerazioni generali – frutto della crisi dei paradigmi politici stancamente gestiti (nelle astratte rivendicazioni di primato come nella sfarinata strumentazione). Perché, inutile andare a cercare magnifiche sorti e progressive, quest’anno, «con buona pace del volontarismo di alta signoria in cui purtroppo è prigioniero il pensiero politico italiano», torna di moda «il galleggiamento», categoria euristica che il Censis aveva usato vent’anni fa, ai tempi in cui Bettino Craxi proclamava: «E la nave va».

            C’è un malinconico senso di dejà entendu nel rapporto di quest’anno. De Rita non è più prolifico come una volta nell’inventare neologismi, anzi «monolinguismi» come li chiama citando Derrida buon’anima. Il Censis ripercorre il suo passato proclamando che aveva ragione e quelle tendenze individuate trent’anni fa si stanno assestando, assumendo un carattere ormai strutturale («limiti inclusi»): sommerso, forza della piccola impresa, proliferazione del lavoro individuale, localismo, medietà nei comportamenti di consumo. La differenza semmai è che assistiamo a un assestamento al ribasso. Si va accentuando quel «disormeggio» dalle tematiche e dalle dinamiche economiche individuato già l’anno scorso.

            «Oggi i processi mutanti sono due: la divaricazione crescente fra ceti patrimonializzati e ceti di puro reddito: e la tendenza ad attestarsi tutti su quella combinazione antica dei comportamenti economici (la combinazione tra sobrietà e medietà) che ha fatto la nostra storia». Insomma, un’Italia in sordina, in cui chi ha saputo nascondersi dietro il mattone se l’è cavata, gli altri si sono impoveriti o ne hanno avvertito il pericolo. Le famiglie hanno abbandonato l’impiego mobiliare del risparmio. O si sono mantenute liquide (il cash ammonta a 35 miliardi) o hanno investito in immobili. Il ceto dei rentiers forse non è cresciuto, ma si è consolidato. Si calcola che 950 mila nuclei familiari (il 5% del totale) abbiano come fonte prevalente di reddito una rendita (quindi né salario, né reddito da lavoro autonomo, né pensioni). Secondo l’Istat, 200 mila famiglie vivono solo affittando case.

            A questa quota di rendita legale si accoppia quella illegale generata dall’evasione. A fine maggio un rapporto riservato dell’Agenzia delle entrate stimava in 200 miliardi di euro il giro d’affari sottratto al fisco nel 2003, cioè 46 euro ogni 100 denunciati. Nel sud ogni 100 euro dichiarati ve ne sono 99,5 nascosti; al centro la quota è del 47% al nord va dal 31 al 34%. Anche questo ha alimentato una domanda di consumi, sia pur «acquattata». Tutto ciò spinge il Censis ad auspicare che si abbandonino ragionamenti generici del tipo ci stiamo tutti impoverendo o possiamo essere tutti ricchi. «E’ più utile distinguere fra componenti in impoverimento (quella dei percettori di reddito fisso) e la componente in arricchimento (i patrimonializzati)». Proprio questa insistenza sui patrimoni e la ricchezza analitica su un tema che sta nutrendo il dibattito politico (spesso privo di ancoraggi quantitativi), rappresenta la maggiore novità del rapporto di quest’anno. Insieme ai suggerimenti su quel che è più utile, vero distillato del deritismo.

            Ci sono sei indicazioni di utilità. La prima riguarda la distinzione tra redditi e patrimoni: è rivolta al centrosinistra che discute di patrimoniale e al governo che riduce le tasse sul reddito. La seconda riguarda la classe dirigente ed è rivolta a Montezemolo: anziché parlare di crisi nel suo complesso, è più utile ammettere che ci sono ormai diversi sottoinsieme di classe dirigente. Tre: «è pericoloso farsi prendere dalla tentazione di una eccellenza attuale e futura: è più utile lavorare sulla crescita di buone competenze intermedie». E sembra una tiratina d’orecchi alla Moratti. Quattro: anziché parlare di neoborghesia, riproponendo l’egemonia di una classe sull’altra, meglio sollecitare, scovare, accompagnare i segmenti in movimento. Piccolo è bello anche nella ascesa sociale. Cinque: diventa sempre più ambiguo e fragile privilegiare le coalizioni politico-elettorali. E’ più utile capire quali siano le loro capacità di interpretare la nuova composizione sociale.

              E qui viene il bello. Come verranno letti da Fausto Bertinotti i dati sui rentiers? Lo spingeranno verso la loro «eutanasia» (Keynes) o la loro espropriazione? E Francesco Rutelli, vista l’entità dei redditieri (unica fetta del paese che galleggia), si convincerà ancor più che è rischioso partire lancia in resta contro il popolo dei bot e il popolo degli affitti? Non sta al Censis dare risposte. Tocca alla politica. Ma gli strappi giacobini non fanno parte del deritismo. La sesta funzione di utilità riguarda le riforme istituzionali e va in senso federalista, o meglio verso «la valorizzazione del nostro policentrismo di soggetti, procedure, strutture istituzionali in modo da lasciare spazio alle diverse autonomie». Anche qui, un saggio e cauto accompagnamento dei processi. Lo spontaneismo del Censis non piace ai volontaristi (né di destra né di sinistra). Ma richiama tutti al primato corposo e vischioso del reale.