Il Cavaliere, il sangue, le urla «Lo sapevo, troppo odio su di me»

14/12/2009

La faccia piena di sangue. In un attimo il sorriso di Silvio Berlusconi si trasforma in una maschera tragica. È qui, a un passo da me. «L’hanno colpito», urla uno della scorta. Il premier si accascia tenendosi il viso. «È morto», grida la folla impazzita. Un oggetto viene scagliato violentemente e a distanza ravvicinata da un uomo che verrà identificato poco dopo. È una statuina che riproduce il Duomo, un souvenir che è diventato un’arma capace di devastare il volto del premier. E Berlusconi sanguina dietro la cattedrale, sotto i riflettori delle televisioni e delle luci del Natale milanese.
Lo scenario si squarcia in pochi secondi. Le luminarie, le bandiere che sventolano, la folla che applaude e scatta fotografie: tutte le immagini scompaiono e all’improvviso è l’inferno. A un passo c’è Silvio Berlusconi piegato fra le braccia di una delle sue guardie del corpo. Lo adagiano sul sedile posteriore della sua Audi, aprono l’altra portiera e fanno entrare velocemente il suo medico di fiducia, il professor Alberto Zangrillo. Il premier ha le mani premute sulla bocca, le toglie, ne guarda una ed è piena di sangue. Sangue anche sul viso, l’occhio è perso nel vuoto. La portiera resta aperta: «Aria, ha bisogno di aria».
Pochi attimi di delirio collettivo, mentre l’orologio sopra i negozi segna le 18.34. Nessuno capisce cosa sia accaduto, qualcuno urla all’attentato, una delle guardie del corpo, un ragazzone sempre controllato e freddo, grida chiedendo rinforzi e picchia rabbiosamente pugni contro la carrozzeria. L’autista scaglia un foglietto sul cruscotto, si aggrappa al volante impotente. Gli uomini delle forze dell’ordine e della scorta abbattono le transenne e in un attimo sono addosso all’aggressore, la folla cerca di colpirlo, lo insulta, lo minaccia. Ci sono urla e spintoni, una nuvola di uomini vestiti di scuro circonda la Audi a proteggere il presidente. Non è chiaro, in quel momento, se si tratti di un gesto isolato o se stia succedendo qualcosa di più. Per questo, per precauzione, agenti e carabinieri prendono di forza il ministro MariaStella Gelmini e il ministro Vittoria Brambilla e le portano lontano da lì.
In macchina, intanto, Berlusconi pare rianimarsi ma è ancora visibilmente scosso, sorpreso, confuso. Si rivolge a Zangrillo, farfuglia poche parole: «Lo sapevo, c’è troppo odio intorno a me». Un po’ come aveva confidato al suo portavoce Paolo Bonaiuti, venendo in macchina da Arcore a Milano: «Sono preoccupato, speriamo che non succeda nulla». Il presidente guarda ancora la mano insanguinata, incredulo. Poi cerca di avvicinarsi alla portiera per scendere e tornare in mezzo alla gente. I suoi provano a fermarlo, ma lui insiste e vuole uscire. Due o tre ragazzi accanto, allora, lo aiutano e lo prendono sotto le braccia, lo issano mentre un’altra guardia del corpo sale sul tettuccio della macchina per controllare anche da lì la situazione. Berlusconi fatica a salire sul predellino, ha perso agilità e i riflessi sono lentissimi. Si guarda intorno ancora sotto choc e pare non rendersi neppure conto di cosa sia successo, di cosa gli stia succedendo. I riflettori gli stanno addosso e lui mostra un viso che pare quasi schiacciato. Il premier guarda nella direzione da cui è arrivato quel missile che lo ha piegato sotto la Madonnina. Raccoglie gli applausi e l’affetto mentre il sangue continua a colargli dal labbro. Qualche sua collaboratrice piange, una ragazza si allontana zoppicando: «Cosa sta succedendo? Ero lì vicino, poi è andato a terra… Cosa gli hanno fatto? L’hanno ammazzato?».
Berlusconi torna sull’auto, il professor Zangrillo è sempre di fianco e gli prende il polso. Parte la macchina ma l’ordine è di non andarsene scappando, per dare l’idea che la situazione è sotto controllo: «Va tutto bene, va tutto bene», ripete Roberto Gasparotti, che segue tutti gli spostamenti del premier. L’auto percorre a passo d’uomo i pochi metri della via che sta dietro la cattedrale e arriva in piazza Fontana. C’è chi picchia sul finestrino e lo chiama: «Presidente, presidente…». La scorta comunica dagli auricolari i passaggi successivi e si accerta che piazza Fontana sia sgombra, c’è una macchina della Polizia che segue a un passo. Un ragazzo sfonda il cordone e gli urla rabbioso: «Tieni duro, sei fortissimo». Zangrillo ha già avvertito il San Raffaele e quella è la meta. Via, veloci.
Sul retro di piazza Duomo, mentre si sta cominciando a smontare il palco e le bandiere sono già state gettate in un angolo, sono rimasti fra gli altri il ministro Ignazio la Russa, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, l’onorevole Laura Ravetto, il presidente della Regione Roberto Formigoni: scossi anche loro, cercano però di tranquillizzare la folla che è rimasta intorno alle telecamere a caccia di testimonianze: «Non è nulla di grave, solo un taglio al labbro…». E poi: «State calmi, il presidente sta bene e non ha perso conoscenza…».
Il sindaco Letizia Moratti non ha visto l’incidente, perché si era soffermata vicinissima al palco a salutare chi si congratulava con lei, fresca di tessera del Pdl. In pochi minuti si sente due volte al telefono con il prefetto Gianvalerio Lombardi, per accertarsi sulle condizioni del premier: «Non è in pericolo, ma certo rimane un fatto gravissimo». In casa del sindaco è appena arrivata una sua collaboratrice, Marta Ferrari, che invece la scena l’ha vissuta in diretta ed è ancora pallidissima e spaventata: «Pareva la fine del mondo».
In piazza Duomo c’è ancora il ministro Mariastella Gelmini, avvolta in un cappotto bianco che ormai non nasconde più la gravidanza. Insieme a La Russa e al ministro Giulio Tremonti, era di fianco al presidente che, sceso dal palco, aveva voluto salutare la folla che lo stava acclamando con le mani protese. Il comizio non era filato via molto liscio, più volte

«Ha bisogno di aria»

Il premier è piegato fra le braccia di una delle sue guardie del corpo. Viene adagiato sul sedile posteriore della sua auto, fanno entrare velocemente il suo medico personale: «Aria, ha bisogno di aria» La gente in piazza Qualcuno grida all’attentato. Gli uomini delle forze dell’ordine e della scorta abbattono le transenne e in un attimo sono addosso all’aggressore La folla cerca di colpirlo Istanti di panico Il premier ha le mani premute sulla bocca, le toglie, ne guarda una ed è piena di sangue.
Sangue anche sul viso, l’occhio è perso nel vuoto. E c’è chi teme che l’aggressore non sia solo