Il caos dei lavoratori della scuola a rischio taglio

30/09/2013

Insegnanti che, pur avendone diritto, dopo anni di precarietà non entrano di ruolo, assunzioni in blocco di personale ATA, concorsi per dirigenti. Quando si pensa alla scuola di solito si considerano solo queste figureprofessionali e i loro problemi.
Eppure, se la scuola funziona, se le classi sono in ordine, se chi accompagna i propri figli trova ogni mattina il portone aperto, lo si deve anche a loro. A quei 24mila lavoratori e lavoratrici ex Lsu e appalti storici occupatinegli appalti di pulizia e servizi ausiliari in 400 scuole in tutta Italia di ogni ordine e grado.
Loro che (ovviamente) svolgono altri servizi di supporto al personale ATA e che rischiano di non sapere quale e come sarà il loro futuro. Nonostante infatti la scuola sia iniziata da qualche giorno, il Miur non ha dato ancora “chiarimenti riguardo la gara d’appalto di pulizia nelle scuole né ha proposto soluzioni per garantire la continuità occupazionale e la tenuta del loro reddito”, precisa Elisa Camellini, segretaria nazionale di Filcams Cigil, sindacato che assieme a Fisascat Cisl, Ulitrasporti uil ha proclamato lo stato di agitazione.
Il rischio è infatti non tanto che queste persone possano perdere il lavoro (anche se non è escluso) ma soprattutto che visti i minori importi a disposizione per queste gare d’appalto (che vengono fatte ogni 3 anni)“si vedano ridurre fortemente lo stipendio che è già al limite della sussistenza”.
Un esempio? “In media”, spiega la Camellini, “un ex Lsu (lavoratore socialmente utile) che lavora nella zona di Napoli è impiegato circa 36 ore e guadagna fino a un massimo di 800 euro al mese, chi rientra negli appalti storici della pulizia delle scuole per 18-20 ore guadagna tra i 400 e i 500 euro al mese.
Sapevamo delle riduzioni riguardanti la base d’asta della gara d’appalto, dell’ulteriore sconto che avviene quando si assegna l’appalto e inizialmente avevamo visto che alcune richieste erano state accolte, ma questo procrastinare le cose e soprattutto l’assegnazione di 9 lotti su 13 ci fa pensare che rientri in una strategia del Ministero di spostare il confronto a quando non ci sarà più la possibilità di intervenire, di contrattare”.
Quello che i sindacati lamentano è poi il fatto che il 2 settembre scorso c’era stato un incontro per appunto definire le soluzioni e che tra l’11 e il 16 settembre siano affidati i primi lotti:
“Quel giorno abbiamo chiesto ai rappresentanti del Ministero a che punto fosse la gara della Consip (S.p.A che gestisce gli acquisti per la Pubblica Amministrazione Italiana, ndr), ci hanno detto di non essere a conoscenza dell’avanzamento e invece a pochi giorni di distanza sono stati assegnati i primi lotti, la cosa ovviamente non ci convince e fa pensare a un impegno solo a parole”.
Com’è dunque la situazione attuale? Al momento, questi 24 mila lavoratori lavorano con una proroga alla vecchia gara d’appalto di un mese (fino al 30 ottobre). Quanto ai lotti: “mancano da assegnare i 2 della Campania, Sicilia e Calabria”, precisa la segretaria Filcams. “Questo è probabilmente dovuto al fatto che sono regioni dove ci sono più offerte e ci sono più lavoratori. Ma assegnarne alcuni e non tutti, non ci avvantaggia sia perché rompe l’equilibrio di questi lavoratori che perché non aiuta a pattuire delle condizioni uguali per tutti”.
La situazione è particolarmente delicata, poi, perché rischia di diventare un problema di carattere sociale: protagonisti sono infatti gli ex lavoratori socialmente utili e appalti storici che sono stati stabilizzati dopo anni:“Abbiamo lottato un decennio per dare loro delle certezze e ora che si fa? Li si riporta a essere precari?
Il problema poi non riguarda solo il Miur, per questo stiamo cercando di agire a livello politico. Siamo sicuri che riportarli in condizioni precarie, poi, voglia dire risparmiare per lo Stato? A conti fatti, tra assegni familiari e sussidi, non è così. Se lo Stato si è occupato di altri lavoratori, come quelli dell’azienda Riva e per la Fiat, tale situazione non è da meno: anche se disseminati per l’Italia sono pur sempre 24mila persone a rischio.
Gente che ha un’età media di 50 anni e che avrebbe serie difficoltà a trovare un altro lavoro per integrare o addirittura una nuova occupazione”. Per non parlare poi degli effetti che ci saranno sulla scuola: “Già i nostri istituti non versano in buone condizioni, una riduzione dell’orario di lavoro di queste persone o la loro eventuale assenza sono un problema anche per gli studenti e le loro famiglie” conclude Camellini.