Il cambio di rotta unisce Cgil e Confindustria

19/04/2005

    martedì 19 aprile 2005

    CRISI 2. LA SVOLTA CHIESTA DALL’UDC PIACE ANCHE AI SINDACATI

      Gli industriali tifano per il piano Follini
      Il cambio di rotta unisce Cgil e Confindustria

      La Confindustria e i sindacati hanno (ri)scoperto Marco Follini e l’Udc. Non c’è dubbio che la svolta nell’agenda di politica economica chiesta dai centristi è quanto di più vicino si possa trovare sul mercato ai documenti stilati da Cgil,Cisl e Uil e da viale dell’Astronomia (le parti sociali in questo vanno d’amore e d’accordo sui contratti molto meno).Tutti vogliono mettere l’Irap e il cuneo fiscale al posto dell’Irpef nella lista
      della spesa. Tutti sperano in un più vigoroso intervento sugli innumerevoli punti di crisi.E nella rapida approvazione del decreto sulla competitività, insufficiente, ma è almeno un piccolo passo avanti. «Il paese non può più aspettare mentre la congiuntura economica diventa
      sempre più grave», dicono. Ecco perché agli ambienti confindustriali
      questi esponenti dell’Udc, che spingono per la svolta, cominciano a piacere. Fino a un po’ di tempo fa ne diffidavano («i soliti vecchi democristiani»). Nell’autunno scorso, durante la finanziaria, era stata An ad avvicinarsi a Confindustria grazie ai ponderosi documenti di Mario Baldassarri. Ora l’atteggiamento è cambiato. L’Udc «fa sul serio». Industriali e centristi (presenti il segretario Follini e il deputato
      Tabacci) si sono anche incontrati, sotto campagna elettorale, a Milano, e
      l’intesa registrata era più che cordiale.
      «Governi di galleggiamento non servono» ha detto il direttore generale di viale dell’Astronomia, Maurizio Beretta. Anche Confcommercio sembra essere in buona sintonia con le richieste avanzate dall’Udc (e,prima,da Confindustria): «Il governo deve fare uno sforzo per sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di famiglie e imprese »,per Sergio Billé.All’inizio della
      crisi, subito dopo le regionali, il presidente di Confindustria Montezemolo
      aveva usato parole dure: «Meglio elezioni anticipate che un governo incapace di governare». Qualche leader sindacale gli era anche andato dietro,anche se Epifani preferiva intimare al governo «cambia rotta» («Non è nostro compito chiedere elezioni», spiegano in Cgil).Era la «dichiarazione di Legnano» e Montezemolo chiedeva un cambio netto di politiche. Evidentemente, in Confindustria, dove hanno sperato a lungo
      nell’azione del vicepremier Fini, restandone delusi, devono aver
      pensato che una «svolta» vera potesse passare solo attraverso il
      puntare i piedi dell’Udc.

      La sterzata chiesta da viale dell’Astronomia in politica economica (reagire alla crisi economica e risanare i conti) potrebbe dunque finalmente trovare delle sponde attente – e più solide di prima – anche dentro un (nuovo) governo. Il decreto competitività è a rischio conversione e i conti pubblici scricchiolano, tanto che si parla apertamente di “manovra correttiva” mascherata da Dpef e Finanziaria “anticipate”. Pur essendo chiaro che nessuno, in Cgil, tifi per un governo – bis o meno che sia – di centrodestra, la sintonia tra Confindustria e Cgil non potrebbe essere più esplicita. «Non abbiamo mai chiesto elezioni anticipate, chiediamo che il governo cambi rotta», dicono a corso Italia. Dove sono netti anche su un altro punto: «Un passaggio parlamentare che formalizzi la crisi è un gesto di chiarezza, trasparenza e serietà verso il paese. E verso soggetti sociali importanti come noi». Paese che, per Epifani, ha già detto cosa pensava delle politiche di questo governo con il voto. Punti qualificanti, anche in vista di una ventilata manovra economica aggiuntiva, «i contratti aperti, a partire da quello del pubblico impiego, politiche industriali e politiche fiscali». Irap compresa? Irap compresa. Ma sull’Irap la Cgil, pur favorevole ad abolirla («Si tratta di una tassa che non abbiamo mai voluto», ci tengono a sottolineare) si chiede con cosa verrà sostituita, dato che finanziava la sanità e il welfare.
      Anche la Cisl vede un paese che ha bisogno di «risposte immediate». Il segretario generale Pezzotta ribadisce le priorità accennate: «Non compete a noi chiedere le elezioni. Ma se non si va al voto anticipato i problemi sono questi: Mezzogiorno, crisi industriale (che vuol dire competitività per le imprese), riduzione del costo del lavoro e tutela dei redditi da lavoro e da pensione». Inoltre, serve anche un’operazione verità sui conti pubblici che non può più essere rimandata, per la Cisl.
      «Quando poi si andrà alle elezioni – è il ragionamento che si fa nel sindacato di via Po, che ci tiene a rimarcare il proprio atteggiamento di autonomia dalla politica al punto da augurarsi che sui provvedimenti che servono per affrontare la crisi maturi un approccio politico bipartisan – sarà nostra cura chiedere che le priorità economiche entrino nei programmi elettorali. E sarà solo sulla base dell’accoglimento delle nostre richieste che misureremo i Poli alle elezioni».
      Anche in casa Uil non hanno dubbi: fare i contratti e restituire competitività alle imprese le priorità, questione salariale e imprese che devono tornare a produrre ricchezza i problemi. La Uil aggiunge, però, con il segretario confederale Paolo Pirani che «se il sindacato vuole davvero dare vita a una grande alleanza sociale con gli imprenditori bisogna fare la riforma degli assetti contrattuali. Altrimenti continuiamo solo a perdere peso e occasioni, nei confronti del governo». Quel peso e quelle occasioni che Confindustria torna a vedere all’orizzonte. Anche grazie all’Udc.