Il business intoccabile dei sindacati

11/10/2005
    lunedì 10 ottobre 2005

    Pagina 1/43 – Economia e Finanza

    TREMONTI E I CAF

      Il business intoccabile dei sindacati

        Mario Talamona

        Provocazione! Liberalizziamo i sindacati, anzi applichiamo anche a queste organizzazioni la «Direttiva Bolkenstein» sulla liberalizzazione dei servizi in Europa. A proposito di politica della concretezza per l’economia italiana nell’interesse complessivo del Paese, questa proposta di Tremonti è un’indicazione puntuale e, nello stesso tempo, un’impietosa metafora delle risposte che le forze politiche debbono dare sugli obiettivi della competitività e della crescita.

        Al convegno dei giovani industriali a Capri il ministro dell’Economia ha scoccato una freccia che ha colto nel segno. Qualche volta non ci vuole molto per capire se gli interlocutori barano, in senso intellettuale ma soprattutto politico. Diciamo pure: se sono preparati o no. Il sonoro «cinque» che si è meritato Fassino, in quella stessa sede, sulla cifra del nostro deficit rispetto al Pil è solo un piccolo esempio. Ma un metodo infallibile è la cosiddetta provocazione: per i filosofi, un micidiale «rasoio di Occam» che semplifica le questioni essenziali. Pressappoco, più alla buona, è come mettere una penna in mano a chi si vanti di essere ambidestro, cioè di saper scrivere sia con la destra sia con la sinistra, e pregarlo soavemente di usarla, senza tanti complimenti.

        I sindacati, certo, non sono più come era una volta Garibaldi, del quale non si poteva parlar male, non per affetto ma per pura convenienza politica. Molti, oggi, dei sindacati non parlano bene, magari per ragioni sbagliate ed ultimamente addirittura, a sinistra, nientemeno che sulla questione del centenario della Cgil «unitaria» del ’44 rispetto alla Cgil riformista del 1906. Tutti o quasi, invece, saranno disposti ad ammirare il brillante ingegno del ministro – anche leggendo il suo ultimo libro fresco di stampa – ma ad interpretare appunto come una semplice «provocazione» il capitolo, dedicato ai sindacati, da inserire nell’agenda delle liberalizzazioni e degli aiuti pubblici in sede europea, cioè una voce molto concreta dell’«Agenda e non-agenda», cose da fare e no, in questo momento fondamentale di grandi rischi e opportunità.

        Guardate però che quella di Tremonti sui patronati e sui Caf – già Caaf, Centri autorizzati di assistenza fiscale – è una provocazione sì, ma soltanto per quelli che sono morsi dalla tarantola quando si tratta di pronunciarsi senza equivoci e con coerenza proprio su chiari obiettivi. Qui, a proposito di sindacati, lasciamo da parte per il momento l’esaltazione del conflitto sociale come «ricchezza» e, almeno nella parte di programma elettorale che spetterà a Bertinotti, l’idilliaco concetto di una politica economica «scritta dalla base, dai sindacati e dai Cobas». Lasciamo anche la questione aperta, ultracinquantennale, della personalità giuridica dei sindacati prevista dalla Costituzione. Ma quelle sui «servizi alla povera gente», fiscali e previdenziali, da 600 milioni di euro, sono lacrime di coccodrillo.

        I patronati sindacali e parasindacali hanno trattato nel 2003, secondo il Cnel, l’80 per cento delle pratiche previdenziali di Inps, Inail e Inpdap, con finalità assistenziali a titolo gratuito per le quali predispongono un fondo annuale che ha superato i 300 milioni di euro. In cambio si finanziano con il prelievo dello 0, 226 per cento del gettito dei contributi previdenziali obbligatori, che vuol dire 248 milioni dall’Inps e 100 milioni da Inpdap e Inail nel 2004. Quanto ai Caf, strutture sindacali riconosciute dallo Stato, assistono i lavoratori dipendenti nella presentazione della dichiarazione dei redditi e in altri obblighi fiscali, presso 15mila sportelli in tutta Italia. In cambio di questo lavoro lo Stato riconosce una commissione di 15 euro per pratica. Si calcola che nel 2004 si siano rivolti ai Caf 14, 5 milioni di contribuenti per il «730», con ricavi di oltre 220 milioni di euro, più altre commissioni per Ici, 8 per mille (Irpef) e balzelli vari che farebbero superare in totale i 300 milioni.

        La liberalizzazione dei servizi non è proprio l’ultima fra le esigenze della nostra economia. Quello dei sindacati in questi campi è un quasi-monopolio per i lavoratori dipendenti, mentre abbiamo bisogno di maggior concorrenza. Tutti sanno che da condizioni come queste derivano le rendite vere, antitetiche sia ai profitti delle imprese per la crescita dell’economia, sia alla difesa del potere d’acquisto dei redditi (anche dei lavoratori dipendenti). La questione alla fine è chiara. Se vogliamo competitività e crescita dobbiamo volere un sistema economico più moderno: compresi i sindacati, senza insostenibili tabù.