Il blackout illumina la leadership (F.Ceccarelli)

29/09/2003




29 Settembre 2003

Il blackout illumina la leadership
Filippo Ceccarelli

E’ difficile oscurare il buio, così come è impossibile cogliere di sorpresa la novità. Così quando succede qualcosa di terribilmente inaspettato, tipo il blackout, ecco che per prima cosa vanno in tilt le strategie comunicative, risultano impraticabili le malie della persuasione, è sospesa ogni astuzia mediatica, non c’è più diversivo o depistaggio che tenga. E per una volta – finalmente! – il potere resta nudo di fronte agli sguardi dei cittadini che i disagi li sperimentano sulla loro pelle, e non più solo davanti al video.
E’ a quel punto che avere una vasta maggioranza in Parlamento e controllare quasi tutte le reti radiofoniche e televisive serve fino a un certo punto. E non solo perché quando non c’è elettricità la tv e la radio sono inutili, ma perché la gente ha paura, e ai leader politici non chiede più di essere sedotta, o intrattenuta, o esaltata come una tifoseria allo stadio, ma vuole solo essere protetta e rassicurata.
E’ nelle situazioni di crisi, insomma, che si vede chi è davvero «il buon padre di famiglia»: di solito è qualcuno che non dice di esserlo, lo è e basta, perché ha l’autorità dalla sua. specie in certi momenti difficili l’autorità non si ammanta di parole o di chiacchiere, né di canzonette o di irresistibili barzellette, non ha bisogno di particolari scenografie, né di riprese televisive, né di effetti speciali e pirotecnici, insomma quanto più si avverte un pericolo, tanto più è indispensabile avere leader politici anche distanti, ma seri e all’altezza del dramma.
E dunque ieri mattina, inquadrato dai rari faretti nel Maschio Angioino a Napoli, dove ha voluto recarsi nonostante l’Italia fosse ancora quasi del tutto paralizzata, il presidente Ciampi è apparso molto se stesso e un po’ anche Pertini. Questi aveva il dono, il carisma, la grazia dell’autorità rassicurante nei momenti di paura e di disagio. Quante volte il vecchio presidente ha salvato la situazione. Forse è un fatto anagrafico, o di esperienza. Chi ne ha viste tante ed è arrivato tardi al vertice del comando trasmette più sicurezza di chi si sente in partita.
Fatto sta che il Capo dello Stato ha saputo trovare parole sentite, senza che questo suo averle dovute improvvisare in un momento d’incertezza abbia comportato un sovrappiù di retorica, o qualche gaffe, o invasione di campo. La pacatezza dei toni ha anzi reso il suo richiamo più efficace, e forse anche più pesante nei confronti del governo.
Ma soprattutto: Ciampi non recitava. E tanto appariva spontaneo che se non suonasse paradossale si potrebbe dire che per i vigenti canoni della videocrazia ha dato a tanti altri, che pure se ne ritengono maestri, una bella e crudele lezione di spettacolo politico: tempi, ritmi, mobilità di scena, risorsa narrativa, semplicità del linguaggio, efficienza del messaggio.
Nelle grandi emergenze, al contrario, la leadership del presidente Berlusconi stenta ad affermarsi. E’ un dato ricorrente, già notato ai tempi dell’alluvione nel Nord Ovest, durante il suo primo governo. I disastri e un po’ anche i funerali illuminano questo deficit di presenza, altrimenti straripante. Nei tg, a caldo, il Cavaliere non si è visto proprio, quindi era come se non ci fosse mai stato. «E’ a Milano, è informato di tutto» s’affannava il sottosegretario Bonaiuti, ma la precisazione, ripetuta, aveva il senso di colmare un vuoto enfatizzandolo.
Il dramma non è fatto per Berlusconi. In compenso, al Tg1 delle 13,30, dietro al giornalista che intervistava il capo della Protezione Civile, è ricomparso il disturbatore mediatico Paolini. Non distribuisce più preservativi, ma ieri ha fatto smorfie e tirato bacini. Anche quello, in fondo, un segno di cessato pericolo.